Rome: Jérome Reuter

Rome: Jérome Reuter

Rome

I lussemburghesi Rome sono stati recenti autori di un’opera mastodontica, un triplo concept album che parla delle rivoluzioni europee estraendone una spiegazione basata sulle correnti filosofiche moderne. Brecht, Mann e Weiss sono i padri ispiratori di Jérome Reuter, che presenta ai nostri lettori “Die Aesthetik Der Herrschafts-freiheit”, magnifico e indissolubile legame musicale e filologico.

Per prima cosa benvenuto e grazie dell’intervista. La prima edizione di “Die Aesthetik Der Herrschafts-freiheit” è stata rilasciata come cofanetto limitato solo a 999 copie, rapidamente esaurite, tanto che Trisol ha deciso di ristampare già il tuo lavoro in tre Cd separati. Ti aspettavi una simile accoglienza? Sembra che la tua nuova opera sia stata particolarmente apprezzata sia dal pubblico che dalla critica, sei soddisfatto?

“Grazie a voi per avermi ospitato! A dire il vero non mi aspetto mai nulla. I miei album sono tutti differenti e non posso prevedere come saranno accolti. Mi fa piacere notare che le cose stanno andando piuttosto bene, ma un artista non ha mai una percezione reale di come la gente possa reagire di fronte a una sua opera. Cerco solo di fare il mio lavoro come meglio posso, indipendentemente dal risultato.”

 Tutto l’album suona decisamente “vintage” grazie all’utilizzo del sound analogico. Perché hai deciso di ricorrere a questa tecnica?

“Nulla di nostalgico o cose di quel tipo, è stata più semplicemente una necessità. Guardandomi indietro come in una retrospettiva, “Nos Chants Perdus” aveva una produzione fin troppo nitida e non adatta alla natura dell’album, questa volta ho voluto evitare una cosa simile. Quando lavori con l’analogico, il processo di editing è completamente diverso. E siccome era importante per me fare le cose in modo differente, questo procedimento si è rivelato il migliore e mi ha consentito di lavorare velocemente. In genere, mi occupavo di una canzone al giorno. Molte canzoni le ho scritte la sera prima di registrarle. Ho lavorato con un mixer analogico, senza nessun software ulteriore o altri programmi di sorta per correggere le registrazioni, diciamo che una volta che hai inciso non esiste la possibilità di tornare indietro e una volta che hai operato il missaggio, deve essere fatto bene, perché se vuoi ripeterlo devi ricominciare tutto daccapo. Registri, mixi, lasci il tutto lì per un paio d’ore (e io ne approfittavo per farmi una dormita!), poi riascolti e decidi se tenere il materiale o scartarlo. La mattina registravo la chitarra e le percussioni, dopo pranzo aggiungevo il resto e mentre il pezzo si registrava, io mi occupavo già della canzone successiva. La sera e poi ancora la mattina successiva, riascoltavo il missaggio e decidevo se aggiungere o cambiare qualcosa. Direi che è stata una scelta di produzione fatta prima di registrare. E’ tutto legato alla scelta dello studio, ho pensato infatti di lavorare con una persona con cui non avevo rapporti da una decina d’anni, Duke Baudhuin. Non lo vedevo da tempo e aveva trasferito il suo studio da Bruxelles alla campagna belga. Sono andato a fargli visita e il posto mi è piaciuto molto. Era la sua vecchia tenuta di famiglia, che lui ha riadattato come studio. Attorno non c’era assolutamente nulla, a parte i cavalli che la mattina ti svegliavano con i loro nitriti. Mi piaceva quella tranquillità. Me ne sono stato un anno nell’appartamento di fronte allo studio…e guarda caso, Duke era in possesso di un vecchi impianto analogico, che mi ha dato questo sound così ruvido.”

Un triplo album, per di più un concept, è senza dubbio una scelta coraggiosa quando il pubblico di massa sembra apprezzare la musica per lo più in base alle sua possibilità intrattenitorie. Come ti è venuta l’idea?

“Finanziariamente parlando è stato un suicidio…ma è stata una scelta necessaria per fare quello che avevo in mente. Parecchi anni fa ho trovato un’edizione de “L’Estetica Della Resistenza” di Peter Weiss in una vecchia libreria e sono rimasto incantato dalla sua scrittura. Sono tre grandi libri pieni della migliore sostanza delle sue parole, un’opera monumentale. Ho subito pensato di fare qualcosa di simile in musica. Era un lavoro impressionante e perfetto per iniziare a sviluppare il soggetto che avevo in mente. E francamente non mi importa se alla gente non piace perché c’è troppo materiale o perché preferiscono scaricare spazzatura da internet. Ha detto bene Lemmy dei Motorhead: “you win some, you loose some, it’s all the same to me.” Faccio solo ciò che mi riesce meglio, faccio i miei dischi e non permetto a nessuno di dirmi cosa si aspetta il mercato o cosa vende di più. E’ vero, il panorama musicale odierno è spaventoso e per di più sembriamo essere tutti divisi.”

 Dal tuo punto di vista in cosa differiscono i tre capitoli dell’album? Come descriveresti ciascuno di essi?

“Non amo sezionare il mio lavoro, lascio tutto all’ascoltatore. Penso che non si debba partire prevenuti o con già un’idea in testa, la propria visione deve essere maturata dopo l’ascolto. I tre album differiscono certamente da un punto di vista musicale e per quanto riguarda le liriche, ciascuno copre un’area specifica di un argomento più grande. In un certo senso sono anche in ordine cronologico.”

“Die Aesthetik Der Herrschafts-freiheit” è un concept che riguarda la rivoluzione e la sua connessione alla politica, alla società e l’economia. Vuoi dirci qualcosa sulla ricerca storica che hai compiuto citando gli autori che più ti hanno colpito?

“Tutto è cominciato tre anni fa. Mente facevo delle ricerche per “Flowers From Exile” sono inciampato in molte cose che riguardavano gli anni dell’occupazione della Francia e la lotta clandestina dei rivoluzionari spagnoli, tanto che ho deciso di fare un sequel, noto come “Nos Chants Perdus”. Ma dopo aver dedicato ben due album al soggetto, sentivo che il lavoro non era completo, non ero ancora arrivato al centro della cosa. Sentivo come se fosse rimasta una strana essenza nera giacente sotto a tutto il resto, qualche connessione nascosta, difficile da scandagliare. E’ tutto relativo a quella particolare sensazione di altruismo, di vita in totale libertà. Così ho optato per una trilogia, in modo da arrivare al punto una volta per tutte. La cosa più difficile è stato descrivere ciò che non si può descrivere e trovare l’essenza di qualcosa tanto complesso da analizzare. Occorreva trovare il significato di qualcosa apparentemente assurdo. E’ stato piuttosto difficile ma nello stesso momento in cui il processo di creazione andava avanti, si rivelavano nuove fonti di ispirazione e una volta che la palla girava, sono andato avanti fino alla fine, senza fermarmi. Come dicevo, Peter Weiss è stato molto importante perché ho utilizzato la stessa impostazione della sua opera, ma anche Bert Brecht tra molti altri.”

Pensi che al giorno d’oggi sia possibile una rivoluzione e la costruzione di una nuova società?

“Certo.”

E quale dovrebbe essere il ruolo di un artista nell’ambito di un’ipotetica rivoluzione contemporanea?

“La storia porta numerosi esempi dell’importanza dell’avanguardia culturale alla base di un movimento sociale. Ma queste cose non possono essere pianificate o premeditate. E a dire il vero, non è certamente il mio scopo. Cerco solo di fare il mio lavoro come meglio posso e sperare che possa avere un significato anche per altre persone. Niente di più.”

Come la pensi sull’attuale ordine economico? Pensi che questa crisi possa essere davvero l’ultimo segnale delle contraddizioni del capitalismo?

“No, temo che il capitalismo non sia ancora finito. E’ solito sopravvivere a questo genere di crisi. L’ingordigia degli uomini non è semplice da fermare e finché le gente starà ancora così bene, sarà sempre troppo pigra per mettere in atto dei reali meccanismi di cambiamento. Occorrerebbe della vera miseria per farci muovere. Penso comunque che l’Europa cambierà profondamente nei prossimi cinquant’anni…ma temo che non lo farà in meglio.”

Dove hai trovato le immagini che appaiono sui libri presenti nell’edizione limitata? Sembra che tu abbia avuto una particolare attenzione per la Guerra Civile in Spagna, è così?

“Sì, molte cose fanno parte degli archivi spagnoli, ma ci sono anche alcune immagini estratte dalla rivoluzione russa, alcune dalla Germania…un lavoro di ricerca svolto un po’ ovunque.”

Quale sarà il prossimo passo? Lavorerai ad un ulteriore sequel o prenderai il tuo tempo per poi dedicarti a qualcosa di diverso?

“No, no, questa volta ho terminato davvero, per fortuna! Qualunque cosa verrà fuori in futuro, sarà totalmente diversa, ne sono certo.”

Non ultimo, credi ai corsi e ricorsi storici o pensi che l’umanità sia sorda alle lezioni del tempo?

Per come la vedo io, negli ultimi diecimila anni l’umanità è andata avanti e indietro e non credo che ci saranno dei cambiamenti sensibili nel corso della mia vita.”

 

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