Gotthard: Rock Forever! – Intervista con Steve Lee

Il ritorno dei Gotthard. La band svizzera è una garanzia del panorama hard rock europeo, dopo tanti trascorsi sfornando dischi sempre più belli e, soprattutto, conquistando una fetta di pubblico sempre più ampia, possiamo tranquillamente riconoscere il loro ruolo di gruppo guida. Abbiamo colto l’occasione per parlare del nuovo ‘Need To Believe“, ma non solo, con Steve Lee, musicista e persona sempre disponibile ed affabile.

Il songwriting di ‘Need To Believe’ mi sembra più essenziale rispetto a ‘Domino Effect’, almeno nei pezzi più tirati, e l’album ci guadagna come impatto. All’ascolto suona più snello ed immediato, anche più fresco nei suoni, a mio avviso siete riusciti a catturare lo spirito ‘live’ dei vostri concerti.

“Bello sentire questo perché era proprio voluto. Noi da qualche disco abbiamo provato degli esperimenti, quelle cose che si fanno in studio di registrazione, ma a volte si rischia di fare cose complicate da riprodurre in concerto, come ad esempio ci successe per ‘Human Zoo’. È un bel disco ma per riprodurlo dal vivo necessitano delle basi elettroniche, che spesso complicano un po’ la vita. Noi ci siamo visti da sempre come una band live, che attacca la spina e suona. ‘Need To Believe’ è stato fatto proprio con questo principio. In modo tale da riuscire a rifarlo nello stesso modo, durante i concerti, senza essere costretti a trasportare attrezzature ed impianti pesanti ed ingombranti. Inoltre, a mio avviso, ‘Domino Effect’ aveva un tocco quasi tetro, un po’ cupo, mentre ‘Need To Believe’ risulta più spensierato. Riascoltando ‘Domino Effect’ abbiamo provato queste sensazioni, così siamo ritornati allo spirito allegro di ‘Lipservice’.”

Qualche brano risale alle session di ‘Domino Effect’? Te lo chiedo perché dopo la pubblicazione di ‘Domino Effect’ avete suonato tanto, dopo di che vi siete messi subito al lavoro per scrivere ‘Need To Believe’ e siete tornati sul mercato velocemente.

“Abbastanza velocemente. Dovuto allo stress che ci siamo imposti. Le canzoni sono tutte nuove, composte appositamente per ‘Need To Believe’. Per la prima volta ci siamo messi a scrivere durante l’ultimo tour, buttando giù qualche bozza. Dopo di che ci siamo dati un tempo di lavoro di tre mesi per scrivere le canzoni, tre settimane per registrarle. L’arco di tempo per la lavorazione non è stato lungo, ma è stata una scelta voluta per poter tornare a suonare dal vivo il prima possibile. ”

Per ‘Domino Effect’ è stata messa a disposizione un’edizione speciale, in prima tiratura, con un dischetto bonus di brani acustici, che personalmente ho apprezzato moltissimo. Hai idea se anche per ‘Need To Believe’ verrà messo sul mercato un’edizione particolare?

“Ci sarà un’edizione normale, per tutto il mercato europeo, con undici canzoni. Ma ci sarà anche un digipack con dodici brani, con una canzone in più, decisamente veloce e rockettara. Per il mercato giapponese ci sarà un’ulteriore edizione con tredici brani. Per questioni di marketing siamo costretti, ogni tanto, a scendere anche noi a compromessi. ”

La vostra carriera è in costante ascesa. In Europa i Gotthard sono una realtà importante, lo testimonia il crescente numero di concerti e di vendite, per ora vi manca una conferma sul mercato statunitense.

“Dobbiamo essere realisti, il mercato statunitense è molto difficile da conquistare. Se addirittura un artista come Robbie Williams, che è una star internazionale, fa fatica a raccogliere consensi, noi dobbiamo mantenere i piedi per terra. Stento a credere che gli americani siano in attesa di vedere una band svizzera, che possa insegnare a loro suonare rock. Gli USA rimangono un sogno, ma ci sono ancora tanti paesi da poter conquistare, dopo tutto nonostante avessimo una major nei primi anni, il supporto per noi fu praticamente nullo. In Svizzera, Germania e Giappone siamo andati bene fin da subito, mentre negli altri paesi venivamo dimenticati in pochissimo tempo. Da quando siamo con la Nuclear Blast si sono aperte molte più porte, anche se è un’etichetta conosciuta per avere band dal suono più toste del nostro, più cattivello. La Nuclear Blast è formata da persone che hanno voglia di promuovere questa band. Per quanto riguarda l’Italia ci dispiace non avere la possibilità di suonare in posti più capienti, come ci accade ad esempio in Germania.”

Da quando pubblicate gli album per la Nuclear Blast mi sembra che abbiate trovato la vostra dimensione ideale, sia da un punto di vista del suono che del supporto (promozione e concerti).

“Non dipende dalla Nuclear Blast, diciamo che è un caso, dovuto dai nostri tentativi di provare a suonare altre cose. Un album che è andato molto bene, soprattutto in Svizzera, è ‘D Frosted’ doveva essere un album di passaggio nel ’96/’97, invece è diventato un album tra i più importanti. Siamo riusciti ad allargare la nostra cerchia di fan, perché ai concerti non si presentavano solo i rockettari ma anche le famiglie con bambini, le segretarie, tante persone che potevano cantare le nostre canzoni acustiche. Invece di suonare quattro o cinque concerti, come preventivato, suonammo per ben due anni. Il problema nacque dopo questo disco, non eravamo sicuri quale direzione prendere, se tentare nuovamente l’acustico o mantenere il suono hard rock, rischiando di perdere questo nuovo pubblico. Registrammo ‘Open’, un album scialbo, contiene belle canzoni ma la produzione è un po’ troppo freddina per i nostri standard, un lavoro poco grintoso che ci ha fatto perdere la fiducia dei rockettari. Piano piano, dopo ogni disco, abbiamo ripreso a fare ciò che ci piaceva, senza ascoltare i ‘consigli’ dei nostri manager, di gente che voleva imporre le proprie idee. La band ha imparato ad essere sé stessa, ecco perché ascoltando gli album dei Gotthard traspare il nostro suono genuino.”

La Svizzera non ha sfornato molti gruppi hard rock e metal (Coroner e Celtic Frost a parte), anche se quei pochi hanno lasciato tracce importanti: Krokus prima, Gotthard in seguito, in minor modo i China. Sei aggiornato sulla scena musicale svizzera attuale? Hai da segnalare qualche gruppo emergente che possa seguire le vostre orme?

“Da quando abbiamo iniziato ad avere un certo successo in Svizzera un po’ di gente si è ricreduta sul nostro genere musicale. Tieni presente che la Svizzera è un piccolo stato, con soli 7 milioni di abitanti ed, ovviamente, non tutti ascoltano musica, tantomeno non tutti la comprano. Però credo che in qualche modo abbiamo dato possibilità ad altri gruppi di emergere: ad esempio gli Shakra.”

Ero presente al vostro ultimo concerto italiano, suonaste al Music Drome a Milano. A parte che il locale era strapieno, con ragazzi appesi sulle pareti del locale per vedervi, mi ha fatto piacere vedervi suonare un breve set acustico: a mio parere ogni band rock che si rispetti dovrebbe concedersi all’acustico. ‘DeFrosted’ ha segnato un passo importante della vostra carriera, tant’è che appena vi capita siete sempre disponibili a suonare in chiave acustica. Da un punto di vista emotivo, come cantante, provi sensazioni diversi in un contesto acustico rispetto all’elettrico?

“Credo di sì. Si crea uno spazio più intimo con il pubblico, si fa qualche battuta, si ha modo di interagire in modo informale con le persone che ti stanno guardando. Mi piace molto questa dimensione, la trovo più leggera ma allo stesso tempo il concerto diventa più dinamico. In questi giorni stiamo preparando diverse scalette, in modo tale da non suonare sempre le stesse cose, ed anche per dare la possibilità a chi ci segue per più concerti di non avere l’effetto deja vu.”

L’anno scorso eravate sul tabellone del festival Rock Of Ages, svoltosi presso il Palasharp di Milano, ma purtroppo foste l’unica band della previste a non partecipare. Come mai?

“Da quello che ho sentito era un problema di contratto. Per non ricadere in altri problemi, ci siamo trovati costretti a rinunciare al concerto. Ora non ricordo bene, ma forse qualcuno di noi tra l’altro non stava molto bene in quel periodo. È stato un insieme di più cose, ma come capita spesso i cartelloni vengono pubblicati prima anche che i contratti vengano firmati. Purtroppo la brutta figura la fa la band, quando magari dietro a queste cose ci sono persone non molto serie. Speriamo, per il futuro, di avere a che fare con persone serie. Ci teniamo all’Italia, sappiamo di avere dei fan che ci vengono a vedere da molto lontano, e a noi farebbe molto piacere poter suonare a casa loro.”

Per il mercato italiano avete cambiato booking e con il prossimo tour passerete da noi per tre concerti, ma nemmeno uno a Milano, città che è un importante bacino di fan per i Gotthard. Avete concordato con l’agenzia di booking questa scelta?

“Sì e li stiamo ancora contattando adesso. Abbiamo concordato queste tre date come inizio, con la speranza il prossimo anno di riuscire a tornare in Italia magari in qualche sala più grande. Ci piacerebbe poter presentare al pubblico italiano un package come quello che ci sarà in Germania, in cui i Gotthard suoneranno con gli Europe.”

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login