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Drakkar: “When Lightning Strikes” – Intervista a Dario Beretta

I Drakkar, dopo dieci anni di lungo silenzio, sono tornati sulle scene con il nuovo album “When Lightning Strikes“, concentrato di power metal epico e sinfonico, nella migliore tradizione italica. Dario Beretta, leader storico della band milanese, ci illustra i progetti futuri dei Drakkar, con uno sguardo sincero ad un passato che non c’è più…

Ciao ragazzi e bentornati! La prima domanda è d’obbligo, come mai questi dieci lunghissimi anni di attesa per il ritorno sulla scena? C’è stato, solo per un momento, il pensiero che la bella avventura dei Drakkar fosse giunta al capolinea?

Abbiamo vissuto varie vicissitudini, sia sotto l’aspetto lavorativo sia musicale, che ci hanno tenuto quasi inattivi. L’abbandono di Christian Fiorani, il nostro batterista storico, che ha deciso di cambiare vita trasferendosi a Città del Messico, è stato probabilmente il colpo più duro di tutti da digerire, perchè rappresentava il cuore del gruppo  a livello di entusiasmo e determinazione: faceva da collante ed il legame di amicizia che ci univa era fortissimo. Abbiamo provato con altri musicisti, anche molto bravi, ma per noi era come se dietro le pelli ci fosse sempre un vuoto, a prescindere da chi ci si sedeva. Abbiamo collaborato per un po’ di tempo con Giulio Capone dei Bejelit, ci siamo trovati benissimo, ma a causa dei suoi numerosi impegni, sia con la sua band che con il suo studio, abbiamo dovuto separarci in maniera del tutto amichevole. Quello è stato probabilmente il punto più basso, perché ci siamo ritrovati di nuovo senza batterista, in una situazione di forte delusione e confusione. In quel momento l’idea di accantonare tutto ci è passata per la testa, non si può negare, ma, paradossalmente, aver toccato il fondo ci ha dato la forza per ripartire. Sapevamo di avere molto materiale valido nel cassetto, frutto di tante fatiche e non volevamo, per nessun motivo, buttarlo via, quindi abbiamo finito di comporre l’album senza un drummer. Terminata la stesura dei brani, dovevamo scegliere dove registrare e come risolvere il problema delle batterie, ed è stato lì che ho pensato di contattare Mattia Stancioiu, che oltre a essere il responsabile dell’Elnor Studio è anche un eccezionale batterista. Mi è bastata una telefonata per capire che era la scelta giusta e ci ha permesso di prendere due piccioni con una fava. E nello stesso periodo, che evidentemente era di “karma positivo”, abbiamo trovato anche un batterista per i concerti, Paolo Pirola dei Cidodici. Ci è voluto un po’ a riavviare la macchina, ma alla fine siamo ripartiti… e non intendiamo più fermarci!

Qual è il legame tra “When Lightning Strikes” ed i vostri album precedenti?

Consideriamo “When Lightning Strikes” davvero il disco che sancisce la nostra completa maturazione. Rappresenta la summa di quello che avevamo composto in precedenza, un mix molto equilibrato di tutte le sonorità presenti nei primi tre album, ma portato a un livello superiore sotto l’aspetto degli arrangiamenti, ricchezza di contenuti e coesione. Ha l’epicità di “Quest For Glory”, le influenza sinfoniche di “Gemini” ed il mix di chitarre aggressive e tastiere anni ’70 sperimentato in “Razorblade God”, il tutto in un unicum che a mio parere non manca di personalità e che rappresenta alla perfezione i Drakkar di oggi.

Quali sono secondo Voi i tre maggiori pregi del disco?

Sicuramente il bilanciamento tra vari elementi, che lo rende al tempo stesso vario e coerente. Non si può certo dire che pezzi come “Revenge Is Done”, “The Armageddon Machine” o “New Frontier” siano tutti uguali, anzi, ognuno mantiene la propria personalità, ma al tempo stesso, sono riconoscibili come parte di un tutto. In secondo luogo, apprezzo la capacità del disco di far viaggiare l’ascoltatore, portandolo tra epoche e luoghi differenti, immergendolo in una realtà parallela. E’ sicuramente il nostro album più “cinematografico” e a livello di concept lo trovo molto ben riuscito.  Il terzo aspetto che vorrei citare è la longevità. Secondo me, WLS è un disco che si apprezza nel tempo, uno di quelli che anche dopo tanti ascolti possono regalare qualcosa di nuovo: non è “fast food music” usa e getta. Anche per questo abbiamo voluto che la confezione fosse adeguata, con un libretto corposo che contiene tutta la storia del concept nel dettaglio. E’ stato un lavoraccio da preparare, ma ne è valsa la pena e devo ringraziare Francesco di My Kingdom Music per aver accolto tutte le nostre richieste a riguardo.

Qual è il legame, se esiste, tra  i testi e la bella copertina di “When Lightning Strikes”?

Il vichingo rappresentato nella copertina è il protagonista del concept. Lo vediamo nel momento in cui sta per essere rapito da un’antica razza aliena, che lo trasformerà in un “registratore vivente” degli eventi della storia dell’umanità, rendendolo capace di reincarnarsi a ogni sua morte. Lo scopo finale degli alieni è quello di determinare se l’umanità possa essere accolta nella comunità galattica o se debba essere confinata sulla Terra o distrutta in quanto troppo pericolosa. E quale miglior modo di scoprirlo che studiandone l’evoluzione dall’interno? A questo proposito, invito a dare un’occhiata al riflesso del vichingo sulla copertina, un particolare affascinante inserito dall’autore, il bravissimo Alessandro Bragalini.

Che ruolo svolgono le tastiere all’interno del Drakkar-sound e cosa possono dare in più i tocchi seventies negli assoli di hammond?

(Corrado – keys) Le tastiere rappresentano la ciliegina sulla torta e devono essere inserite in modo da valorizzare il brano senza ammorbidirlo  e senza essere troppo invadenti. In questo senso, credo sia stato molto utile averle registrate dopo che avevamo già completato le voci. Riguardo agli hammond, si tratta in primis di una mia passione, io sono cresciuto con l’hard rock anni ’70, quindi certe sonorità le porto dentro da sempre. Si tratta di una scelta che in un certo senso aiuta anche a dare un tocco più personale alle canzoni, visto che si tratta di suoni non molto diffusi tra le band power metal più classiche.

Avete vissuto il periodo più florido del power metal alla fine degli anni ’90, che ricordi nutrite per quei momenti, tra power festival, uscite che avevano un grande richiamo internazionale e band di livello che spuntavano come funghi?

Era sicuramente un momento di grande fermento, dischi come “Imaginations From The Other Side”, “Land Of The Free” e “Black In Mind” segnarono nuovi standard qualitativi nel genere, senza dimenticare l’esplosione di gruppi come Angra, Hammerfall, Stratovarius. Un periodo che ogni fan non può che ricordare con affetto. E’ un piacere constatare come molte delle band che avevano esordito nel nostro stesso periodo siano ancora in attività e legati a certe sonorità, a dimostrazione che comunque, alla base, c’era un approccio sincero.

Come vedete questa scena quindici anni dopo?

Difficile a dirsi. Sicuramente mancano i dischi capaci di dare una svolta al genere, come fecero i capolavori del passato, prima a metà anni ’80 e poi a metà anni ’90. Al tempo stesso, però, ci sono molte band che producono materiale di qualità, in modo assolutamente sincero e coerente, e le nuove realtà di valore non mancano. In generale, non vedo la scena in modo così negativo come spesso si dice, anche se è sicuramente vero che sono sempre meno le band, vecchie e nuove, che si prendono qualche rischio in più per creare un sound più personale. In generale si preferisce andare sul sicuro, e questo, alla lunga, può risultare un po’ frustrante.

Come avete intenzione di muovervi sul versante live, le cose adesso sono purtroppo ben più difficili…

Stiamo vagliando varie possibilità. Abbiamo notato che le cose sono drammaticamente peggiorate, soprattutto in Italia. Gli spazi sono ridotti al lumicino e questo non aiuta, anzi, affossa ancora di più le band minori, che non godono della considerazione dei grandi nomi. Detto ciò, non ci perdiamo sicuramente d’animo e cercheremo di organizzare quanti più concerti possibili, anche se ovviamente, non avendo più vent’anni, non possiamo certo rimetterci a fare la vita dei primi anni della band, in cui abbiamo girato in lungo e in largo suonando anche in condizioni impossibili…

Al quarto album quale credete sia la canzone che rappresenta meglio i Drakkar? E quella a cui siete più legati?

Ognuno di noi potrebbe darti una risposta diversa, ma personalmente credo che il pezzo che più ci rappresenta sia “My Endless Flight”, perché contiene un po’ tutti i trademark del nostro sound: alterna riff pesanti ad altri più di matrice anni ’80, ha un ritornello molto epico ed immediato, cori, tastiere in bilico tra l’hard anni ’70 e il metal sinfonico. E’ un pezzo di cui siamo davvero molto orgogliosi e pure parecchio divertente da suonare dal vivo. Riguardo a quella a cui sono più legato, ce ne sono davvero tante, troppe per citarle tutte, anche se “Dragonheart”, tratta dal nostro primo album, ha sempre un posto speciale nel mio cuore. Un brano semplice, diretto, ma molto epico e trascinante che è da sempre la canzone di chiusura di tutti i nostri live.

Qual è secondo voi la band che in questo momento esprime al meglio il concetto di power metal del  nuovo millennio?

Spesso si parla del power metal come di un genere monolitico e anche un po’ monocorde, ma a mio parere non è vero. Non potrei mai confondere un disco dei Rage con uno dei Blind Guardian o degli Helloween, e questo solo per citare le band europee, perché se tiriamo in ballo anche quella americane, come Jag Panzer o Vicious Rumors, salterebbero fuori molte altre interpretazioni del power. Per questo trovo difficile fare un singolo nome, ci sono tante band valide, ognuna delle quali porta avanti un proprio discorso: c’è chi non cambia mai e chi invece è cambiato tanto, chi cerca nuove strade e chi preferisce basarsi su una formula consolidata. Quindi è difficile rispondere in maniera univoca. Personalmente, ritengo che tra i più in palla ancora nel 2012, vadano annoverati i Rage, che hanno una quantità tale di ottimi dischi alle spalle da fare spavento!

C’è ancora spazio, vista la crisi globale e del disco in particolare, per una scena underground e label indipendenti che la promuovano?

Secondo me sì, anzi, se vogliamo adesso ha più senso che mai. L’underground raccoglie attorno a sé i veri appassionati, gente che non si accontenta dell’offerta più mainstream, ma vuole scoprire gruppi magari meno patinati, ma più sinceri, che suonano la propria musica animati da vera passione e non per soldi o contratti discografici. In questa situazione, l’etichetta minore gestita da appassionati è una ricchezza, perché sa cosa vogliono i fan e le band, con i quali ha un rapporto molto diretto. Sa dove andare a scavare per trovare terreno fertile ed in un certo senso lo sa meglio delle major, che non conoscono certi canali e sono abituate a ragionare sulle cifre di un passato che non c’è più. Poi certo, non tutti sono ugualmente degni di stima e/o fiducia… ci sono tanti veri fan ma anche gente che si riempie la bocca di frasi fatte come “support the underground” e poi non compra un disco di un gruppo minore che sia uno ed in fatto di concerti si presenta solo al Gods Of Metal. Così come ci sono etichette mosse da vera passione, professionalità ed onestà, ma anche filibustieri che scaricano tutti i rischi connessi all’uscita di un CD sulla band stessa. Ma finché ci saranno appassionati veri ci sarà sempre spazio per una scena underground.

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