Riccardo Gioggi: Intervista all’artista

Forte di un disco d’esordio veramente valido, abbiamo approfondito la conoscenza del chitarrista Riccardo Gioggi.

Ciao Riccardo, raccontaci brevemente chi sei e come è cominciata la tua carriera di chitarrista.

Ciao Anna e ciao a tutti i lettori di Metallus, sono nato e cresciuto a Roma e al momento oltre al mio album, “A Theory Of Dynamics”, che è uscito da qualche settimana e a collaborare occasionalmente con band e cantanti, mi occupo di musica per documentari e spot, lezioni e fonia in studio di registrazione. Ho iniziato a suonare da bambino, intorno ai 10 anni e se ci penso un po’ su posso dirti che la mia attitudine verso la chitarra e la musica è la stessa che avevo a quell’età. Quello che mi domando a posteriori è se sia più strano che a 10 anni fossi già “un fissato” o se lo sia il fatto che così ero e così sono ancora oggi!

Proprio per questa mia attitudine spontanea, posso dire che la musica è diventata il mio lavoro in maniera molto naturale: non c’è stato un momento specifico dove ho pensato “Ok, voglio fare il musicista”, credo che in cuor mio sia una cosa che ho sempre saputo di volere, per lo meno a livello inconscio.

Semplicemente, tra tutte le cose che avrei potuto scegliere, la musica è sempre stata quella che amavo di più ed è stato naturale per me focalizzare la mia energia e il mio impegno in quella direzione. Appena finito il liceo ho iniziato subito a lavorare dando lezioni, a suonare il più possibile con più band possibili e a fare concerti in giro; da lì in poi le cose si sono evolute abbastanza spontaneamente. Ad essere sincero, in quel periodo ho avuto una fase diciamo di “piede in due staffe” in cui dovevo chiarirmi un po’ le idee, quindi pur suonando, ho anche frequentato per qualche mese l’università, per poi capire che l’ambiente universitario non  era decisamente una cosa adatta a me! Ovviamente, pur avendo fatto un buon numero di esperienze, pur avendo ora un album fuori con un’etichetta importante ecc. non mi considero minimamente arrivato a meta o “a posto così”, guai a pensare una cosa del genere; studio il più possibile e lavoro sodo in più ambiti della musica. Ogni giorno cerco di portare il mio lavoro un gradino più su. Pur non negando di aver raccolto qualche soddisfazione negli anni, ancora c’è tantissima strada da fare.

Hai un chitarrista di riferimento? Come definiresti il tuo stile?

Ho moltissimi chitarristi di riferimento! Ma l’ammirare un chitarrista e prenderlo come un riferimento, per me è una conseguenza dell’ammirare la musica che quel chitarrista scrive. Di base deve trasmettermi qualcosa la musica, le canzoni: la chitarra è solo uno dei tanti aspetti che sono in gioco. Gli album basati più sulla tecnica individuale dei musicisti che sulla composizione, hanno vita brevissima nel mio lettore CD, per quanto, devo ammettere che “ci ricasco” in continuazione nel comprarli e negli anni ne ho accumulati parecchi di album di questo tipo. In questi casi però, l’ascolto  è concentrato su alcuni particolari aspetti magari più chitarristici perché beh, c’è sempre da imparare, ma è un ascolto molto tecnico. Ma questo è solo uno dei casi: ci sono in giro album chitarristici straordinari sotto tutti gli aspetti!

Venendo alla seconda parte della domanda, sicuramente definirei il mio stile come  qualcosa che ha le sue basi nel metal e nel rock, senza dubbio. Ma ti direi che sopra queste basi ci sono parecchie altre cose: passaggi acustici, chitarre bluesy dal suono clean, arrangiamenti chitarristici di matrice pop (“Meridians” ad esempio). Credo che ci sia anche una percentuale di  blues nel mio modo di suonare: non nello stile dei brani del mio album, che sono chiaramente lontani anni luce dal blues, quanto nel mio approccio generale alla chitarra, ai bending, agli abbellimenti e al suonare con intensità. Probabilmente ascoltare Gary Moore, un chitarrista di base blues ma di un’aggressività incredibile, fin da quando ero bambino (ricevetti il suo album “Still Got The Blues” come regalo di natale da alcuni parenti verso gli 11, 12 anni) mi ha segnato in questo senso.

‘A Theory Of Dynamics’ è uscito per la stessa etichetta di Steve Vai. Banalmente, come è avvenuto il contatto con l’etichetta? Che effetto ti fa raggiungere un traguardo che sicuramente è ambito da molti? Che cosa pensi del tuo illustre compagno di etichetta?

Guarda, ti rispondo forse ancor più banalmente: un semplice contatto mail. Ero quasi a mixaggio dell’album ultimato e ho iniziato a guardarmi intorno a livello di etichette che potenzialmente sarebbero potute essere interessate al mio lavoro. Ce ne erano varie e ho avuto degli interessamenti anche da altre parti, ma sicuramente Digital Nations era in cima alla mia “wish list”, diciamo così.

A inizio anni 2000 Steve Vai fondò la Favored Nations, io sono con la sua divisione digitale, ma la casa madre è la stessa. Hanno ascoltato il materiale e mi hanno ricontattato offrendomi questa importantissima opportunità di far uscire ‘A Theory Of Dynamics’ per loro. Che effetto fa? Beh, è una cosa veramente incredibile per me. Io cerco di non pensarci più di tanto, ma se mi metto a riflettere sul fatto che il ‘boss’ e fondatore dell’etichetta per cui esce il mio album è la stessa persona di cui ho consumato i cd, studiato i brani, guardato i dvd milioni di volte e che ammiro da anni e anni… è surreale, nel senso migliore del termine! Su Steve Vai, è difficile per me dire qualcosa che non sia ovvio:  è uno dei chitarristi più innovativi, influenti e creativi della storia della chitarra elettrica. Vorrei sottolineare anche la sua importanza come produttore dei propri dischi oltre che come compositore e chitarrista: un album come ‘Passion And Warfare’ – per dirne uno – suona attualissimo e innovativo anche oggi che sono passati più di venti anni da quando è uscito.

Quali sono i brani di ‘A Theory…’ a cui sei più affezionato, e perché?

Forse “Designs”, per la sua intensità e perché ha un carattere diverso da qualunque cosa io abbia mai fatto. Ma non ti direi che ce ne sia oggettivamente uno in particolare, perché ognuno dei 9 brani ha un significato diverso e molto personale per me. Ricordo perfettamente ogni momento in cui li ho scritti e ognuno di essi, seppur strumentali, implicitamente ha la sua storia dietro. Sono affezionato ai tanti ricordi che magari ho dietro la realizzazione pratica del pezzo. Uno dei tanti che posso dirti e che ricordo sempre con affetto è il giorno in cui ho registrato la mia nipotina, che allora aveva 1 anno o poco più, “chiacchierare”, senza alcun motivo reale ma solo per gioco e per vedere che effetto le avrebbe fatto risentire la propria voce e magari sorriderci su. Quel momento lo puoi sentire nei primissimi minuti di ‘Every Single Step’: è incredibile come una cosa non musicale e fatta per gioco dia un carattere completamente diverso alla musica e la completi.

Una delle caratteristiche principali dei brani contenuti in ‘A Theory Of Dynamics’ è che questi iniziano in un modo e poi si evolvono sempre in un altro. Come procedi, quindi, di solito, per la realizzazione di un pezzo?

Quando si tratta di scrivere le mie cose, sono molto istintivo ma mi attengo a qualche principio base che ho maturato nel tempo e su cui ho riflettuto. Pur essendo colui che scrive, il mio punto di vista è sempre da ascoltatore, il più distaccato e critico possibile. La domanda che mi faccio non è su cosa vorrei scrivere o su che tipo di stile andare a parare o altro, la domanda che mi faccio è: “cosa mi piacerebbe ascoltare? Cosa penserei di questo pezzo se non fosse mio?”. Questo è fondamentale per me e forse le evoluzioni dei miei pezzi dipendono proprio da questo: ho sempre amato ascoltare cose molto ricche, compositivamente parlando, e che offrissero tanti input all’ascoltatore. Ma da fruitore di musica mi annoio facilmente e quello su cui sono autocritico è l’importanza di avere dei temi ‘forti’ e di tenere una struttura solida per ogni brano, dove ogni sua sezione magari cambia, ma sempre cercando di gestire ogni evoluzione del brano nella maniera più naturale possibile. Anche non scrivere pezzi troppo lunghi, se non è veramente necessario e funzionale al brano, è una delle mie regole autoimposte. Da ascoltatore, mi piacciono le cose dinamiche e che cambiano spesso, ma non sopporto quando in quello che ascolto ci sono troppi orpelli o quando nei brani ci sono cambiamenti che mi danno un’idea di forzatura o di qualcosa tipo: “ah, ok, ho scritto il pezzo fino a qui, ma ora non so più che fare, quindi cambiamo drasticamente tutto”.

Leggendo la tua biografia, ci sono due aspetti che saltano subito all’occhio. Il primo è il tuo avere fatto studi in un certo modo “classici” mediante il Conservatorio. Come sei riuscito a conciliare questo tipo di formazione con il tuo suonare, per usare un’espressione generica, rock?

Premettendo che sono e mi considero un chitarrista elettrico, è vero suono anche la classica. Ho ripreso seriamente in mano questo strumento (dopo un primo periodo di 2-3 anni, quando ho iniziato a suonare) da circa 4 anni, ma inizialmente è stato più per un discorso di completezza professionale che altro. Nel tempo però ho imparato ad apprezzare il lavoro di tanti compositori classici che ho dovuto studiare, credo di avere iniziato da 6 mesi circa a ‘divertirmi’  anche con una classica tra le mani. Io vedo questa cosa del passare tra chitarra classica ed elettrica un po’ alla Dr. Jekyll & Mr. Hyde, diciamo così, perché sono due universi opposti che difficilmente (e rarissimamente) si incontrano, almeno nella mia testa.

La cosa difficile è riuscire a ritagliarsi degli spazi quotidiani di studio organizzato per entrambi questi mondi, ma a parte questo posso dirti che lo studio della classica mi ha portato dei benefici incredibili sull’elettrica, perché è più faticosa da suonare, soprattutto per quello che riguarda la mano sinistra. Ci sono tanti pezzi, Bach su tutti, che ti costringono a diteggiature davvero estreme. Un altro aspetto importante della formazione classica è che ti porta per forza a confrontarti con una mole sconfinata di musica che magari, parlo per me ovviamente, non avrei mai scoperto in altro modo: questa è sicuramente un’ altra cosa molto utile da mettere nel proprio bagaglio.

L’altro aspetto è invece la tua esperienza come docente di musica. Quali sono per te le qualità più importanti per esser un docente credibile di musica? Quali sono, oltre alle conoscenze teoriche, gli aspetti più importanti da trasmettere a un allievo?

Da insegnante, posso dirti che ci sono due aspetti fondamentali con cui mi approccio a questo lavoro: il primo è dare una base tecnica ragionata e ‘scientifica’: l’impostazione, la pulizia esecutiva, il tocco. Una buona tecnica è essenziale per ottenere dei buoni risultati. Pongo particolare attenzione all’impostazione delle mani: è importantissimo riuscire a suonare per ore se necessario, con un buon suono e una dinamica costante, ma senza avvertire la minima fatica fisica e ovviamente nessun tipo di dolore o tensione a mani, braccia e spalle. Il secondo aspetto è che io lavoro per far emergere la personalità musicale dell’allievo, non per imporre la mia. Ognuno ha un’idea personale sul tipo di chitarrista che vorrebbe diventare ed è mio compito lavorare in quella direzione. Un altro aspetto importante da trasmettere è far capire che è necessario un impegno costante e puntuale e che i risultati dipendono esclusivamente da sé stessi: diventerai bravo esattamente tanto quanto ti sei applicato, né più né meno. Questo punto è uno dei più delicati perché, vedo in qualche caso, che a volte c’è un atteggiamento che potremmo chiamare “avere fretta del risultato”, del tipo:  provo a suonare qualcosa, vedo che non mi riesce facile e quindi lascio stare. Questo è l’atteggiamento più sbagliato che si possa avere! Bisogna essere disposti a sbagliare, a ripetere le stesso passaggio per settimane se serve, anche a costo di annoiarsi: se affronti e superi scogli del genere con calma e lucidità, a quel punto saprai che quello che stai facendo è realmente importante per te e tutto quello che verrà dopo sarà un po’ più semplice perché prenderai atto che, semplicemente,  funziona così; non sentirai più il peso di passare ore a studiare ma vedrai il lato bello dell’imparare uno strumento e di una disciplina vastissima come la musica.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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