Rhapsody Of Fire: “Into The Legend” – Intervista a Alex Staropoli

Vogliamo iniziare così, con un po’ di Italia e con una band che ha saputo rialzarsi dopo uno scisma che per molti sembrava insanabile. I Rhapsody Of Fire aprono il 2016 con il loro nuovo album, “Into The Legend“, un disco che vede ancora una volta rinnovata la coppia Staropoli-Lione, affiancati dai fedeli Roberto De Micheli e Alex Holzwarth e dalla new entry Alessandro Sala al basso. Lasciamo alla nostra recensione il giudizio sulla nuova opera dei padrini del power metal italiano. Intanto vi proponiamo quella che è stata la nostra intervista con Alex Staropoli, leader della band.

Ciao Alex, prima di tutto benvenuto su metallus.it. Siamo ovviamente qui per parlare di “Into The Legend”, il vostro nuovo album ma inizierei facendo un passo indietro. A due anni di distanza, come giudichi “Dark Wings Of Steel”, il disco della ripartenza dei Rhapsody Of Fire?

Diciamo che era l’album che volevo fare in quel particolare momento, dopo lo split. Era un album su cui stavo già lavorando da tempo. Forse un po’ atipico per noi, ma ci era piaciuto davvero molto. Ci ho lavorato a quattro mani con mio fratello Manuel. Ancora oggi quando lo ascolto mi piace molto. Probabilmente non è l’album dei Rhapsody Of Fire più epico e orchestrale, ma proprio per questo motivo ho sentito l’esigenza di comporre cose più in linea con quanto fatto dalla band nel passato, ovviamente in una chiave più moderna. Quindi ho cominciato a scrivere “Into The Legend” con un grande entusiasmo e con la voglia di ripercorrere tutti quei passaggi e paesaggi orchestrali, epici con strumenti antichi.

Arriviamo a “Into The Legend”. Inizierei dal titolo. Sembra quasi l’introduzione a una nuova saga. Cosa c’è dietro al titolo? C’è un concept dietro?

Avendo fatto tante saghe, con vari ospiti e narratori come Christopher Lee, abbiamo deciso di non voler fare più saghe di quel tipo. Riteniamo di aver fatto cose eccellenti e vogliamo distaccarci un po’ da quel tipo di approccio, sia io che Luca. Magari c’ è un filo conduttore, negli album e tra i brani, ma non un concept. I testi ora sono in mano a Fabio per cui c’è questo tocco un po’ più fruibile, nel modo di scrivere i testi e nell’utilizzo delle parole, in primis per lui che finalmente può cantare le sue parole. Anche il lavoro in studio il lavoro è più facilitato, idem dal vivo. L’approccio è diverso.

So che avete già suonato la titletrack con gli Scorpions dal vivo qualche settimana fa e da poco è online anche su YouTube. Che tipo di reazioni avete avuto?

Dal punto di vista della band è stata veramente una forte emozione. Non l’avevamo mai fatto e non avrei neppure mai pensato di farlo. Ma è stato veramente fantastico e ci ha dato una gran carica e grande soddisfazione. Subito, la sera stessa, abbiamo avuto commenti molto positivi sul brano e ovviamente è salita la curiosità. Lo abbiamo rifatto a Trieste, è stato molto bello.

Tornando all’album, mi sembra che riassuma un po’ tutta la storia dei Rhapsody Of Fire ma non ti nascondo che comunque ho trovato più di qualche legame con l’oscurità di “Dark Wings Of Steel”. La possiamo intendere come una continuazione? 

E’ una continuazione sicuramente. L’idea di base era quella di usare un approccio strumentale tipica degli album che abbiamo sempre fatto: oltre all’orchestra, tre tipi di cori, strumenti celtici, solisti, cantanti. Di base quindi la strumentalità era già davvero ricca. E’ come comporre una colonna sonora: tutti i passaggi devono avere qualcosa di speciale e unico. Forse il lato più oscuro deriva dal modo di suonare di Roby che ha un approccio sicuramente più dark e grintoso e questo mi piace davvero molto.

Andrei in profondità su alcuni brani. Partirei da “Valley Of Shadows”. Mi sono piaciuti molto il cantato e l’approccio da soundtrack, con dei rimandi ai Goblin, influenza che già si era palesata e tributata su “Rain of a thousand flames”. 

Molte cose sono nate un po’ per caso. Anche qui, in questo brano, la parte a cui ti riferisci non esisteva e l’ho aggiunta dopo perché ne sentivo l’esigenza. Avevo voglia di fare qualcosa più in quello stile. Non è facile perché alla fine devi avere una certa coerenza nell’album, però sono contento di aver avuto questa possibilità di bilanciare i vari momenti nelle canzoni e nell’intero album.

Il secondo brano è “Shining Star”, un pezzo veramente bello. Come è nata questa ballad? 

E’ nata da un’idea di mio fratello. Questo ti fa capire quanto possa contribuire Manuel e quanto sia bravo. Ti dico la verità che all’inizio non ci credevo molto nella canzone. Invece poi l’ho trovata molto ipnotica e poi registrandola con la band, l’apporto emozionale è stato altissimo. Alla fine ho deciso di registrarla in tre lingue. Abbiamo “Shining Star” in inglese, “Volar Sin Dolor” in spagnolo e c’è anche la versione in italiano che però sarà nella versione giapponese dell’album. Quindi alla fine mi ha convinto al punto di registrarla in tre lingue diverse.

Il terzo brano di cui vorrei un tuo commento è “A Voice Into The Cold Wind”, che mi ha colpito molto per il flavour medievale con i flauti e qualche strumento tradizionale.

Devo dire che il lavoro dell’ensemble, curato da mio fratello, è stato fantastico. Non volevo che suonasse solo barocco, ma desideravo anche delle sonorità celtiche per cui ci sono anche le cornamuse e altre cose di questo tipo. Ho limitato i suoni delle tastiere nel mix al 20%, quindi quello che senti è praticamente tutto reale. Si sente alla fine, perché è più naturale. Anche qui torna il lavoro di Manuel, grande conoscitore di tutti i temi celtici e barocchi. Volevo fare proprio quel brano lì, era un mio desiderio da anni.

Da come me l’hai descritto finora, la figura di Manuel, tuo fratello è stata molto importante in termini di arrangiamenti e composizioni. Poi gli altri ragazzi della band hanno contribuito alle music e agli arrangiamenti? Oltre ovviamente a Fabio che ha curato i testi e le liriche. 

Per Dark Wings io e Manuel avevamo lavorato insieme al 50%, quindi propriamente a quattro mani. Per quest’album invece mi ha dato qualche idea su alcuni brani e basta. Roba invece è stato molto importante. Gli ho chiesto di fornirmi diversi riff, come anche successe per Dark Wings, su cui poi io ho lavorato e ho sviluppato i brani. Poi in fase di registrazione, la magia prende forma e ognuno mette il suo tocco personale e il suo modo di suonare. Abbiamo iniziato la registrazione della batteria a Trieste e poi ogni strumentista ha dato il meglio e molto di sé. Se ascolti voce, batteria, basso e chitarre senti che è un CD suonato nel vero senso della parola, non c’è nulla di artefatto. Questa è la cosa che volevo: un impatto live.

A causa di diversi fattori, ultimamente sempre più band symphonic e power si affidano a banchi suono e alla tecnologia, piuttosto che registrare le parti orchestrali dal vivo con musicisti in carne ed ossa. Non è sicuramente il vostro caso, ma come la vedi questa esigenza soprattutto legata ai costi?

Noi non l’abbiamo fatto e non ci abbiamo proprio pensato. Sono riuscito a ridurre i costi di altre cose e farci rientrare appieno i costi dell’orchestra e di tutto ciò che era necessario per registrare appropriatamente la musica e le parti sinfoniche. Per l’orchestra non transigo. Uso le librerie, sono fantastiche ma in fase di composizione. Se poi vai a metterle nel mix è un casino, perché suonano di plastica. Possono suonare anche bene all’apparenza, ma la differenza è ancora abissale. L’esigenza di avere strumenti veri, nasce dall’esigenza di avere un suono vero, che vibra. Sono più belli e più facili da mixare. Uno strumento finto è più difficile da mixare di uno strumento vero.

Mi hai già in parte smentito pochi minuti fa, ma ho notato una riduzione dell’utilizzo della lingua italiana rispetto al passato. E’ un modo se vogliamo anche per staccare dal passato e legato al fatto che ora i testi sono completamente in mano a Fabio?

Diciamo che se avessi incluso la ballata in italiano nell’album probabilmente non mi avresti fatto questa domanda. Diciamo che l’uso dell’italiano nell’album va fatto in modo giusto. Troppo, mi da fastidio. Deve essere un condimento usato con parsimonia. In “Into The Legend” secondo me è usato nel modo giusto: esce quando c’è quel momento speciale e da quella cosa in più. Ma è una cosa più rara e la preferisco.

Tornando all’album, mi piacerebbe capire con te qualcosa di più riguardo all’artwork. Qual è stata la sua genesi?

Io volevo continuare il tema del drago in copertina. Non ero sicuro al 100%  ma poi parlando con Alex è venuta fuori quest’idea di fare qualcosa di più futuristico. Mi sono confrontato con Philipp che ci ha curato le ultime copertine e mi ha disegnato appunto questo drago, siamo arrivati a questo risultato. Devo dire però che per la prima volta in vita mia mi sono improvvisato grafico. Lui mi ha dato questa copertina che era molto monocromatica. Mi mancava qualcosa, mancava del movimento. Quei dettagli di grafica, come la neve, il fuoco sono dettagli che ho aggiunto io dopo. Avevo bisogno di maggiore profondità. Mi ha soddisfatto parecchio essere responsabile anche di questo lato.

Parlando di tour, avete già qualcosa di programmato? 

Abbiamo il 70.000 tons of metal, la crociera che parte da Miami. Poi abbiamo una data a Mexico City con Hammerfall e Stratovarius. In marzo avremo due date in Giappone e al momento stiamo organizzando un tour in Europa, per aprile, ci saranno tre date in Italia.

Ok Alex, grazie mille, ti chiederei a questo punto un messaggio finale per i nostri lettori.

Rhapsody Of Fire: siamo pronti per suonare ovunque e comunque. Ci vediamo dal vivo!

Rhapsody Of Fire Official 2015

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

alessandro.battini

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E’ il sinfonico della compagnia. Dai Savatage ai Dimmu Borgir, passando per i Rhapsody, predilige tutto ciò che è arricchito da arrangiamenti sontuosi ed orchestrazioni boombastiche. Nato e cresciuto a pane e power degli anni ’90, si divide tra cronache calcistiche, come inviato del Corriere Dello Sport, qualità in azienda e la passione per la musica. Collezionista incallito di cd, dvd, fumetti, stivali, magliette dei concerti, exogini e cianfrusaglie di ogni tipo, trova anche il tempo per suonare in due band.

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