Hypocrisy: "Catch 22" - Intervista a Peter Tagtgren

Hypocrisy: “Catch 22″ – Intervista a Peter Tagtgren

Hypocrisy

Hypocrisy, Pain, Abyss Studio. Tre entità musicali che hanno un unico comune denominatore: Peter Tägtgren. Il metallaro dal volto più inquietante (e dal carattere estremamente taciturno) del panorama metal svedese e vero factotum degli Hypocrisy, la prima delle sue creature musicali, ci illustra il contenuto e le coordinate del nuovo lavoro “Catch 22”; questa volta, non si parlerà di alieni ed oscure visioni del mondo futuro, ma di crudezze e difficoltà della vita di tutti i giorni e della voglia di cambiare e crescere per uscire dal “catch 22” (la versione inglese del nostro “circolo vizioso”), rimanendo sempre coerenti con se stessi, scoprendo, passo dopo passo, dove ci porta il futuro.

Prima di tutto vorrei chiederti qualche spiegazione inerente al titolo del vostro ultimo album, che mi ha incuriosito molto: cosa significa “Catch 22”?

“Dunque, si tratta di un modo di dire tipicamente inglese e sta ad indicare una specie di circolo vizioso, una situazione dalla quale uno non riesce ad uscire; se vuoi cambiare la tua vita devi fare una determinata cosa, ma non puoi fare questa cosa con il tipo di vita che conduci!”

Si deduce che in questo disco le tematiche trattate nei testi non riguarderanno la fantascienza o le teorie aliene che erano l’argomento principale di album come “Abducted” o “Hypocrisy”.

“Esattamente, in questo caso gli alieni non saranno protagonisti! Per questo disco ho voluto trattare argomenti inerenti a diversi periodi della mia vita, a quello che ho passato, alle cose che ho amato ed a quel genere di persone che non posso sopportare, come un certo tipo di giornalisti e di stampa che tendono a metterti in bocca parole che non hai detto; a questo genere d’individui è, infatti, dedicata la prima canzone “Don’t judge me”. Non è un resoconto di tutta la mia vita o di un periodo in particolare, ma una specie di panoramica di ciò in cui credo e di determinate situazioni che mi hanno fatto cambiare e maturare”

Mi viene da chiederti (anche se immagino già la risposta), se ci sia un collegamento con la tua attuale decisione di chiudere gli Abyss Studio e terminare la tua esperienza di produttore.

“Beh in parte di sicuro, visto che la mia decisione di chiudere, anche se solo temporaneamente gli Abyss Studio, è stata dettata dal fatto che non volevo diventare un ingranaggio di una macchina da business dove si costruissero a tavolino gruppi grazie ad immagine e produzione, ma con nulla di solido, artisticamente parlando, alla base. Al di là di tutto, però, ho intenzione di continuare l’attività di produttore e di riaprire gli Abyss Studio, ma questa volta con un orientamento diverso, producendo solo quei gruppi che m’interessano realmente”.

Un disco che parla di cambiamenti (o voglia di cambiare) e di scelte, con una grossa dose di rabbia ed energia, anche per quanto riguarda i suoni e le scelte compositive. Brani brutali ed aggressivi, come le prime due track o il brano “Another dead end (for another dead man)” e passaggi groovy molto simili agli ultimi Entombed sembrano offrirci una sorta di “terza fase” nella carriera della band. Possiamo dire che sia l’inizio di una nuova era per gli Hypocrisy?

“In un certo senso sì, visto che abbiamo cercato di raccogliere ed usare quello che avevamo fatto in passato per, dopo, trarne ispirazione per realizzare qualcosa di nuovo. Si è trattato, però, di un cambiamento ed un processo di sviluppo molto istintivo e naturale; non ci eravamo posti un obbiettivo e non abbiamo cercato di dare al materiale composto una particolare direzione stilistica. Non si può conoscere il futuro a priori, semplicemente osservando il passato per poi dedurne gli eventuali sviluppi, così come non è possibile sapere come suona un disco e se il lavoro è buono fin quando non lo si è terminato. Questo è lo spirito che ci ha guidati nella realizzazione di “Catch 22”, un lavoro che di certo apre nuovi orizzonti per noi, e forse non è un caso che uno dei miei pezzi preferiti (anche se è difficile sceglierne uno visto che si tratta di un lavoro molto compatto ed omogeneo) sia proprio “Turn the page”; forse proprio perché sto girando molte pagine della mia vita in questo periodo e non solo artisticamente”.

Hai parlato molto al plurale riferendoti alla realizzazione di questo album, anche se sembra evidente che la fase creativa sia molto legata alla tua persona, in virtù, anche, del fatto che gli Hypocrisy vengono spesso identificati con te. Quanto spazio hanno gli altri due membri della band nelle scelte artistiche del gruppo?

“Come hai detto tu gran parte delle composizioni nascono da mie idee, circa il 70%, quindi è ovvio che l’impronta principale del materiale composto è da attribuire alla mia persona, ma ciò non significa che Mikael e Lars siano dei semplici session. Al contrario, lo sviluppo e la crescita del sound degli Hypocrisy è dovuto anche a loro, compreso gli sviluppi che hanno interessato il songwriting di quest’album. Si è trattato, quindi, di una crescita corale e non del “ dictat” di un componente che ha imposto la propria volontà agli altri, anche se è vero che compongo gran parte del materiale”.

Questo sicuramente è dovuto alla tua fortissima e poliedrica personalità di musicista, che ti vede in grado di suonare più strumenti, avere altre band (ricordiamo i Pain) e cimentarsi , con grandissimi risultati nel ruolo di produttore. Ma qual è la vera essenza di Peter Tägtgren come musicista?

“Tutte queste e nessuna in particolare! Io amo ogni lato del mio lavoro senza, per questo, porne uno in posizione prioritaria rispetto all’altro: amo suonare e comporre generi diversi, infatti i Pain non sono un semplice side-project ma una vera e propria band. Amo produrre, ma solo le cose nelle quali mi sento realmente coinvolto. Amo suonare diversi tipi di strumenti; se ci fai caso, in effetti, negli Hypocrisy sono il chitarrista ed il cantante, ma io nasco come un batterista. E’ stato questo il primo strumento sul quale mi sono applicato quando avevo all’incirca sette anni, anche se dopo mi sono dedicato ad altri strumenti. Ma, tirando le somme, non privilegio nessuno di questi aspetti; mi sento realizzato solo quando faccio tutte queste cose.”

Hai parlato dei Pain, la band dedita a sonorità abbastanza vicine a quel metal moderno e contaminato per il quale molti, oggi, usano il termine “ nu-metal”; cosa state riservando ai vostri fan e non ti da fastidio, vista la tua avversione a trend ed operazioni di music business, vedere la tua band etichettata con questa definizione? Che ne pensi di questo fenomeno musicale?

“Ad essere onesto non bado molto alle definizioni che la stampa specializzata può o meno dare ai Pain, poiché, come ti ho detto prima riferendomi agli Hypocrisy, mettiamo, e sottolineo mettiamo poiché siamo una vera e propria band e non un mio semplice side-project, nel processo compositivo tutto quello che ci piace e che ci sembra funzioni. Per quanto riguarda il fenomeno “nu-metal”, beh…è come tutte le altre correnti musicali: ci sono i “posers” e ci sono i musicisti validi, non mi va di fare di tutta un’erba un fascio, anche se, a livello di gusti personali, l’unica band di questo filone che apprezzo realmente sono gli Slipknot. Ma per tornare, in concreto, ai Pain, posso dirti che sta per uscire il nostro nuovo album e che saremo in tour attraverso tutta la Scandinavia a partire da Marzo con il No Mercy Festival”.

E per quanto riguarda gli Hypocrisy sul fronte live? Ascoltando il disco ho notato una marcata impronta live, un songwriting diretto che rende i brani molto adatti ad essere suonati on stage; deduco che tu ami molto la performance dal vivo.

“Certamente! Quando suono dal vivo con davanti il pubblico, mi diverto moltissimo e mi sento veramente coinvolto. Inoltre il contatto con tipi di audience così diversi è molto appagante, poiché ti permette di scoprire le caratteristiche dei fan di ogni paese in cui suoni; ogni pubblico ha qualcosa di speciale e peculiare che te lo fa apprezzare pienamente. Tornando agli Hypocrisy saremo in tour quasi in concomitanza di tempo con i Pain, anche in questo caso con il No Mercy Festival, ma in questo caso gireremo l’Europa con un’altra scaletta che vedrà gli Immortal come headliner”.

Bene Peter siamo giunti alla fine dell’intervista. Ti volevo salutare ringraziandoti del tempo e delle risposte che ci hai dato, augurandoti buona fortuna per discho e tour di Hypocrisy e Pain.

“Grazie molte e buon lavoro a te ed alla redazione di Metallus. Take care!”

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