Varego: “Pesto(ne) Ligure”: Intervista a Davide Marcenaro e Gero

C’è qualcosa che unisce Bruno Lauzi, Faber, i fratelli DeScalzi ed i Sadist, per quanto diverse siano le loro radici musicali, ed è il legame profondo con il territorio genovese. I Varego ad Arenzano hanno addirittura piazzato la sede della loro etichetta, la Argonauta Records, da sette anni esportatrice di suoni fangosi. Di questo, di Genova e del nuovo disco I, Prophetic” abbiamo parlato con Davide Marcenaro e Gerolamo Lucisano (Gero), che del gruppo sono rispettivamente bassista/vocalist e chitarrista.

I, Prophetic è un disco compatto, con una presenza massiccia (mai come in precedenza) di melodie, sia pure mascherate all’interno di un suono aggressivo e acido. Ci puoi spiegare se esiste un concept alla base  dell’album, ed in che periodo e modalità sono nate le canzoni?

Davide: Mi fa molto piacere che tu abbia colto questa cosa nel nostro lavoro. Abbiamo iniziato a comporre “I, Prophetic” esattamente il 21 dicembre 2016 e lo abbiamo finito di registrare a fine luglio 2018, quindi è stata una gestazione piuttosto lunga. il primo brano scritto è stata proprio la titletrack e hai perfettamente ragione sulla presenza di melodie. Sentivamo il bisogno di impostare il lavoro, se non come un concept, come un progetto in grado di far emergere liberamente, canzone per canzone, tutto ciò che avevamo dentro. Sono convinto che, in quanto italiani, la melodia sia nel nostro sangue, e (aggiungo) per noi liguri, forse a causa della della morfologia della nostra terra,  lo sono anche malinconia ed introspezione.  Nella scena metal italiana noto una tendenza ad imitare, più che a mostrare quello che si è/si prova veramente, e forse è anche questo il motivo di una decrescita, non tanto in termini di qualità ma di autostima tra le persone che suonano questo genere.  Ovviamente le influenze sono ben presenti anche per noi, te lo dice uno che ha  ascoltato di tutto, da Tenco e De Andrè ai Brutal Truth. Ecco, mi piace pensare di essere parte di una band in grado di suonare libera da stereotipi, che è influenzata dai colori, dalla luce e dal profumo della propria terra, un po’ come accade per le band scandinave, che ascoltandole ti sembra di percepire le temperature rigide, le foreste e l’aurora boreale sin dalle prime note.

Quello che colpisce del nuovo lavoro è la sia complessità di alcune canzoni (penso a The Abstract Corpse, come pure a Zodiac) sia il suono, stavolta pieno, attento ai particolari. Quanto vi sono tornate utili in fase di registrazione e di scrittura le collaborazioni passate con Jarboe ed il lavoro con Billy Andersson?

Davide: Come ti dicevo prima, abbiamo ottenuto questo risultato lavorando dettagliatamente su ogni brano. Per quanto riguarda il suono in fase di registrazione, abbiamo cercato di essere il più fedeli possibili alla nostra natura; il tocco finale è arrivato dal nostro amico Mattia Cominotto del Greenfog Studio di Genova, che ha saputo comprendere sin da subito quello che volevamo trasmettere. La collaborazione con Billy Anderson, anche se è avvenuta con un oceano di mezzo, ci ha insegnato molto, soprattutto quello che si deve e non si deve fare in uno studio di registrazione. Vorrei precisare che il nostro non è stato un “divorzio” da lui, ma ci siamo rivolti a Mattia proprio perché questa volta eravamo interessati ad un prodotto “made in Genoa”, un prodotto a Km 0. Mi piace pensare a questo disco come ad un vino bio, magari ottenuto da un vitigno ligure particolare, dal sapore aspro ma nello stesso tempo fruttato. Consideriamo la collaborazione con  Jarboe come il nostro fiore all’occhiello, anche se forse è giunta prematuramente, in un momento in cui eravamo ancora un po’ acerbi, in fase di “rodaggio”. Il nostro più grande desiderio sarebbe quello di avere un’altra possibilità, e sono sicuro che ora ne verrebbe fuori qualcosa di ancora più bello.

C’è molto stoner nelle nuove canzoni. Mi chiedevo quali fossero gli artisti che vi hanno influenzato, e come sono cambiati i vostri ascolti nel corso degli anni. Fra l’altro, mi sono sempre stupito di quanto i musicisti metal sappiano essere onnivori: che cosa ascoltano i Varego, al di fuori del loro ambito?

Davide. Al tempo dei primi album sicuramente ascoltavamo moltissimo stoner, andando avanti, siamo cresciuti in consapevolezza e sono venute fuori le influenze più variegate, da Luigi Tenco agli Alice in Chains, da De Andrè ai Mastodon, dalla PFM agli Slayer, dalla scena di Canterbury ai Voivod; so che sembra uno sproposito quello che sto dicendo ma ti assicuro che non lo è.

Gero. A titolo personale, posso dirti di essere un grande fan del Krautrock e un collezionista di tutto ciò che è targato Tangerine Dream, Popol Vuh, Amon Duul ed Ash Ra Tempel. Poi penso anche ai Kraftwerk, Bowie e, cambiando rotta, i Beatles, compresi tutti i loro progetti solisti, e la stessa Yoko Ono.

I Varego vengono da Genova, che ha una scena musicale estrema ricchissima, a partire da Trevor e dalla Black Widow. Genova è anche la città che nella scorsa estate ha subito un lutto che ha colpito nell’immaginario tutta l’Italia (in fondo, da quel ponte siamo transitati tutti, almeno una volta nella vita). Qual è il rapporto che lega la band alla sua città d’origine?

Davide. Partiamo dalla tragedia del Morandi: Simon, il nostro batterista è passato su quel ponte un’ora prima, io ero al lavoro ed un mio collega purtroppo non è mai arrivato: è stata una tragedia immane che ha dato una mazzata incredibile, dalla quale i genovesi non si sono ancora ripresi. In ogni caso è vero, la scena metal genovese è estremamente variegata, non dimentichiamo i Necrodeath, il cui batterista e fondatore, Peso, è genovese fino al midollo. Quello che manca purtroppo in città sono le oppurtunità ed i luoghi per costruire qualcosa di importante nell’ambito underground, con alcune pregevoli eccezioni come Black Widow, che organizza sempre ottime cose. Da parte nostra, sia come Varego, che come Argonauta Records (gestita da Gero) ce la stiamo mettendo tutta, pur facendo i conti con il carattere chiuso di noi genovesi, non tanto come artisti, ma come pubblico. Prima facevamo riferimento alla morfologia della nostra terra: Genova ti procura un sali e scendi di emozioni, e questo è forse proprio questo il suo fascino. Noi amiamo profondamente la nostra città, e si sa, l’amore, quello vero, non è mai solo rose e fiori.

Epoch è stato anticipato da un EP molto importante per la vostra carriera, Blindness of the Sun, che conteneva materiale eterogeneo e (a mio avviso) molto coraggioso. Pensate che possa essere un’opportunità ripetibile?

Gero. In effetti sì, è una cosa a cui stiamo pensando, soprattutto dopo l’ottima collaborazione con Alessio, il musicista che ha inserito piano e hammond in un paio dei nostri pezzi. La cosa ci stuzzica molto e potrebbe concretizzarsi magari in un EP di breve durata o forse anche qualcosa di più consistente. Ci piace molto sperimentare ed il sound della band fortunatamente ce lo permette, non essendo facilmente classificabili in una categoria precisa. Così, non escludiamoneppure collaborazioni con qualche “nome di richiamo”, così come successe con Billy Anderson e Jarboe. Anche se il nuovo album è appena uscito c’è molto materiale e tante idee che bollono in pentola.

Sette anni di Argonauta,  di dischi, di azione come talent scout, di festival…La domanda è: in Italia,  con i locali che chiudono, i negozi di dischi in perenne stato di sopravvivenza, chi ve lo fa fare, ancora?  A parte la domanda retorica, quali sono i prossimi progetti dell’etichetta?

Gero: Intanto ti ringrazio perché la tua domanda mi fa capire come il messaggio che porto avanti con Argonauta sia giunto anche all’esterno. Quando fai riferimento ad un’operazione di talent scout e di festival, parli di una cosa che ruba tempo, visto che lavoriamo in un mercato di nicchia, per di più in forte crisi. Me lo fa fare la passione che mi porto dentro per questo genere di cose, il potermi muovere su più livelli, anche a livello internazionale, conoscere professionisti del settore, band, grafici. Nel momento in cui ti scrivo ho appena rinnovato il contratto con i leggendari Los Natas e firmato con una band importante, dal recente passato su Napalm Records, i Mammoth Storm.

Dopo la serie di date che effettuerete per presentare il disco, è previsto un tour estivo, o la partecipazione a qualche festival, anche fuori dall’Italia?

Gero : Viviamo queste cose alla giornata cogliendo al volo le possibilità che ci si presentano davanti. Le difficoltà dal punto di vista live non mancano, basti pensare a quante band si sciolgono dopo aver fatto estenuanti date dal vivo. Non ci si può improvvisare, bisogna trovare le giuste situazioni di volta in volta. Al momento posso confermarti di avere in calendario due date molto belle, il 13 Aprile al The One di Cassano d’Adda con i compagni di etichetta Demande A La Poussiere, John The Void e Vesta, e poi a Maggio alle Officine Sonore di Vercelli con Destroyer of Light, Carcharodon e Hell Obelisco. Poi a Luglio si parte alla volta del Grave Party a Milano.

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