Paradise Lost: “The Plague Within” – Intervista a Nick Holmes

Il 2015 è sicuramente l’anno che segna i grandi ritorni: fra questi, impossibile menzionare il ritorno dei Paradise Lost che, in seguito al successo ottenuto con il precedente “The Tragic Idol”, tornano in pompa magna e ci presentano uno dei migliori album di sempre: “The Plague Within“, un album che sembra, in parte, voler omaggiare i primi periodi d’oro della band, ma allo stesso tempo risultare molto contemporaneo nella sua interezza. Per l’occasione, abbiamo avuto modo di scambiare qualche chiacchiera con il frontman della band, Nick Holmes, che in questa intervista esclusiva ci svela qualche retroscena inerente a questo nuovo capitolo discografico.

Domande a cura di Andrea Sacchi e Arianna G.
Conduzione telefonica e traduzione a cura di Arianna G.

Ciao Nick e benvenuto su Metallus.it. Grazie per concederci quest’intervista!

Grazie a voi!

Vorrei iniziare la nostra chiacchierata partendo da una dichiarazione fatta esattamente da te: tu stesso hai affermato che “The Plague Within” è stato influenzato dai primi periodi della band; l’album suona molto melodico, heavy e, a volte, sembra richiamare il death metal. Sei concorde con me? Vorresti aggiungere qualcosa a quanto ho già detto io?

Sì, sono d’accordo con te, anche se io direi che quest’album suona più moderno. Sai, non ha molte affinità rispetto ai lavori che abbiamo fatto in passato. Voglio dire, sì ha qualche elemento passato, ma suona più moderno.

Tragic Idol” aveva una specie di stile doom vecchia scuola, mentre “The Plague Within” sembra dare uno sguardo alle vostre radici, a quella scena musicale doom/gothic degli anni novanta. Cosa ti ricordi di quel periodo?

Io credo che la musica dei primi anni ’90 rappresentasse la prima ondata di quella che chiamiamo la musica estrema moderna, che comprendeva anche il death metal. Io sono nato ancora prima che nascessero i Metallica o gli Slayer o gli Iron Maiden per cui la situazione è un po’ cambiata. All’epoca c’era questa nuova ondate di band underground che sono nate proprio negli anni ’80, per cui per me erano periodi importanti, poiché quel tipo di musica era ciò che io ascoltavo all’epoca. Ascoltavo qualsiasi cosa, ero un adolescente, ascoltavo quelle band e ascoltavo quella musica. Direi che non siamo andati molto lontano, voglio dire, noi abbiamo realizzato il nostro primo disco nel 1988 e tuttora ci siamo a nostro agio, anche se forse il nostro sound è diventato più “dark metal”, anche perché all’epoca facevamo questa musica ed eravamo adolescenti.

Sarebbe corretto dire che il sound heavy del nuovo disco sia stato in parte influenzato dalla tua più recente esperienza con i Bloodbath in qualche modo?

Non direi esattamente così. La maggior parte dell’album era stata scritta prima ancora che io registrassi le mie parti nel nuovo album dei Bloodbath. Forse potrei dirti di aver avuto delle influenze inconsce, registrare un album con i Bloodbath si è rivelato essere un bel package (un bel pacchetto), soprattutto per quel che riguarda lo stile canoro/vocale. Questo è certo. E’ stato bello e difficile fare questo disco per i Bloodbath, ma per quel che riguardano le influenze, ti direi che è molto, molto differente rispetto a quello che faccio. Credo che in qualche modo mi abbia riportato a quello che io definisco “extreme metal”, perché credo che mi abbia permesso di riascoltare quel tipo di band. Le influenze, se ci sono, devono essere sorte inconsciamente, se così si può dire.

I Paradise Lost hanno certamente affrontato vari cambi di sound e varie evoluzioni nel corso di questi trent’anni. Sarebbe corretto dire che il nuovo album sia una sorta di completamento e chiusura di questo cerchio?

Non credo. Credo che il cerchio si sarebbe già dovuto chiudere con gli ultimi quattro album (risate). Voglio dire, è una cosa che dicono tutti ma non credo sia così. Voglio dire, noi ci stiamo ancora evolvendo come band, anche se tu stesso potresti pensare che questo album suoni come i primi lavori che abbiamo fatto, i primi dischi. A noi piace ancora fare queste cose, ci stiamo muovendo in avanti, per cui non penso che il cerchio si sia completato.

Che cosa significa esattamente il titolo dell’album?

Credo che il risultato sia piuttosto semplice. Si riferisce alla salute mentale, a un disturbo che deriva a livello mentale e tutto questo mi ha comunque influenzato nella scelta del titolo.

Che cosa puoi dirci dei testi?

Solitamente i miei testi si riferiscono a quello che ho vissuto e sperimentato nella vita, non sempre parlo di una cosa che ho vissuto io, le liriche si rifanno anche a quello che le persone hanno sperimentato nella loro esistenza. Tutto ciò che scrivo è basato su fatti, guardandoli sotto più punti di vista. Sai, credo che nel mondo ci sia troppa negatività e molta di essa deriva dalla religione. La religione è da sempre un argomento che ho a cuore, in quanto individuo. Sono sulle scene da quando sono fanciullo, un ragazzino, anche se non sono cambiato così tanto. Adesso mi vedo da una prospettiva “d’eta” diversa, di conseguenza vedo le cose in un modo diverso. Sai, ci sono così tante cose che succedono nel corso della vita…Sai, ci sono cose nella vita che risultano essere buone.

Perché avete scelto “No Hope In Sight” come singolo? Perché avete, inoltre, scelto “Beneath Broken Earth” per la realizzazione di un video?

Noi non l’abbiamo fatto (risate). Voglio dire, noi componiamo e scriviamo dischi ed è sempre difficile scegliere la prima canzone di un album. noi pensiamo che “No Hope In Sight” non sia in realtà il primo singolo, anche se per noi risulta la canzone perfetta. Sai, noi lasciamo queste scelte alla casa discografica, è lei che decide i singoli da rilasciare sul mercato perché quando noi stessi cerchiamo di decidere per un brano succede che lo stesso pezzo subisca modifiche e non è un buon modo per continuare a scrivere. C’è stato un periodo in cui spettava a noi scegliere i brani per promuovere il disco e ora non lo facciamo più. Preferiamo scrivere gli album e lasciare che la gente decida i singoli da rilasciare.

Sembra che Greg abbia avuto un maggiore spazio in questo nuovo lavoro discografico; inoltre, ho notato che qui gli assoli di chitarra sono molto più presenti e sono piuttosto intriganti, addirittura abbiamo a che fare con parecchia orchestrazione che suggerisce un feeling particolare che mi ha ricordato i maestri del doom e del death britannico degli anni ‘90. Cosa ne pensi?

Non ne ho idea, bisognerebbe chiederlo a Greg (risate). Insomma, abbiamo usato le orchestrazioni ri-arrangiandole sotto un aspetto molto più cupo. Non siamo nuovi a questo tipo di cose, lo abbiamo sempre fatto. Noi abbiamo messo un po’ di effetti rispetti a quelli che mettevamo negli anni ’80. Non è niente di particolarmente nuovo per la band.

Uno dei fattori più interessanti di “The Plague Within” è sicuramente la sua sonorità vecchia scuola che si adatta perfettamente all’essenza contemporanea dei Paradise Lost. Come riuscite a suonare così “datati” e allo stesso tempo moderni? Voglio dire: come riuscite ad evolvervi costantemente dopo quasi 30 anni di attività?

Penso che sia dovuto al fatto che noi siamo anzianotti che vivono in un mondo moderno (risate). Voglio dire, continuiamo a sentirci dei ragazzini, ma in realtà Greg è diventato da poco nonno, tutti noi abbiamo figli che sono già cresciuti e diventati grandi. Penso  che in parte tutti noi siamo esposti a tutto ciò che appartiene al mondo odierno. Essenzialmente siamo ancora quei ragazzini dediti al death metal, insomma… sappiamo ancora cosa c’è là fuori, sappiamo ancora cosa sia il pop, sappiamo cosa sia ancora trendy e di tendenza… Voglio dire, è quel che è, anche se non siamo mai stati affascinanti dalle mode. Facciamo quel che facciamo, siamo consapevoli di quello che c’è fuori e non siamo rimasti bloccati nel 1988. Sappiamo come vanno le cose.

Prima menzionavamo appunto l’esperienza che hai fatto con i Bloodbath. Cosa puoi dirci a riguardo?

Beh, sono amico dei membri degli Opeth. Mi era già stato proposto tempo fa, ma solo recentemente ho avuto questa esitazione e mi sono detto: “Perché no? Perché non farlo?”. Tutto il resto, come si dice, è storia. È stata una cosa molto naturale, dato che tutti quanti noi siamo amici ed è stato bello. Sai, mi piace poter fare qualcosa che non sia solo legato ai Paradise Lost… finora è stato tutto bello. Credo che faremo un paio di show e sembra che alla gente piaccia.

Secondo te, cosa si cela dietro al significato di “gothic metal”? Che cos’è per te il gothic metal odierno?

Uhm beh, credo che il gothic metal sia cambiato. Sai, per l’americano medio gli Evanescence rappresentano il gothic metal, li associano a questo genere musicale a causa dell’eyeliner pesante, lo smalto nero per le unghie… per i teenagers americani è questo il gothic metal. Ovviamente non è quello che penso io riguardo al movimento musicale. Credo che lo stesso discorso valga per i Venom per quel che riguarda il movimento black metal, loro hanno inventato la definizione e oggi giorno il black metal viene mescolato a qualsiasi cosa. Le cose cambiano, cambiano i significati. Tuttora io mi tengo lontano da questa etichetta, ma credo dipenda dall’argomento del quale si parla. Tutti forse continueranno ad etichettarci come gothic band, come gli Evanescence, anche se la cosa è visibilmente errata.

Tornando per un istante al nuovo album, ho notato che sia la produzione che le registrazioni risultano un po’ grezze ma molto essenziali. È stata una scelta precisa affinché il tutto si legasse alla natura dell’album?

Sì, credo di sì. Sai, esattamente come avevamo fatto nell’ultimo album abbiamo utilizzato dei sample drums (campionature di batteria), utilizziamo lo stesso modo per riproporre il sound, anche se potrebbe sembrare una sorta di fabbrica… una fabbrica metal con lo stesso sound di batteria (risate). Risulterebbe noioso.Dopo così tanti anni, posso dirti che mi ricordo la prima volta che abbiamo usato il sample drums… ai tempi era una cosa esaltante, ma ora ci limitiamo a mantenere un sound più organico, un suono che cerchi di essere il più naturale possibile. Sì, per noi era importante riuscire a dare questo sound “datato”, molto old, ma allo stesso tempo cercare di renderlo il più contemporaneo possibile.

Parlando, invece, di tour: sappiamo che eseguirete l’album dal vivo nella sua interezza il prossimo agosto. Cosa puoi dirci di questa scelta? Perché farlo in Germania?

Ci è stato chiesto se avessimo intenzione di fare questa cosa e noi abbiamo detto di sì (ride, ndr). Beh, voglio dire, la Germania è sempre stata grandiosa con noi ed è da sempre uno dei mercati più forti per quel che riguarda le band. La Germania è uno dei posti più forti in cui siamo stati, per cui credo che sia sorto spontaneo fare questa cosa là. Con questo non voglio dire che non riproporremo la cosa anche altrove… Sì, come ti dicevo ci era stato chiesto se avessimo intenzione di fare questo show in questo paese e ci siamo detti: “Perché no?”. Abbiamo scritto l’album affinché potesse essere suonato dal vivo, per cui fortunatamente non dovrebbe essere così difficile da realizzare…

Avremo modo di vedervi presto in Italia?

Sì, se tutto andrà bene. Dovrebbe essere a Milano o Roma, sicuramente. A fine anno, verso ottobre o novembre. Giugno e luglio saranno mesi impegnativi, per cui presumo ci saranno degli show in Italia, questo è certo.

Questo è buono! Cosa ti ricordi del pubblico italiano?

Beh è fantastico. Sai, siamo molto amici dei Lacuna Coil… il cibo è fantastico, la gente è fantastica. Non vedo l’ora di tornare in Italia, spero di tornare presto!

Siamo ormai in chiusura: ti andrebbe di lasciare un messaggio per tutti i vostri fan e per i nostri lettori?

Certo, date un ascolto al nostro nuovo album! Spero possiate apprezzarlo! A noi piace moltissimo e ne siamo orgogliosi! Speriamo, inoltre, di potervi beccare in giro e vedervi in tour. Milano, Roma o forse da altre parti… Ahaha.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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