Pain: “Coming Home” – Intervista a Peter Tägtgren

Peter Tägtgren è sicuramente un uomo molto impegnato. L’artista di Grangärde è uno di quelli che raramente stacca la spina per lungo tempo. Una vita passata tra studi di registrazione e palchi in giro per il mondo. Un uomo che partito – quasi in silenzio – negli anni ’90 con gli Hypocrisy si ritrova oggi ad essere uno dei professionisti più celebrati e ricercati del mondo. Produttore di spessore, musicista di talento ed essere umano nonostante tutto. Abbiamo raggiunto via telefono Peter per capire i segreti di “Coming Home”, atteso ritorno dello svedese a “casa” Pain.

Ciao Peter! E’ passato tanto tempo dall’ultimo disco dei Pain “You Only Live Twice”…cosa è successo in questi 5 anni?

Bhe….non molto per quanto riguarda i Pain! Ahhaha! Sono successe molte cose: gli Hypocrisy con il nuovo album e poi tutti gli show, credo qualcosa come 150 concerti, e poi il progetto portato avanti con Till Lindermann che ha fermato lo sviluppo del nuovo album dei Pain. Sai, il tempo vola quando fai le cose che ti piacciono! Per quanto riguarda proprio il nuovo disco dei Pain ho impiegato circa un anno per scriverlo, senza dimenticare anche che nel frattempo ho prodotto anche un sacco di band.

Raccontaci della nascita di “Coming Home” dal songwriting alle registrazioni.

Questa volta non volevo tornare sui miei passi. Non avevo intenzione di far diventare routine “Coming Home”. Non volevo che la composizione di questo disco diventasse una vera e propria “comfort zone”. Ho voluto cambiare il mio approccio alla canzone, ho cercato di andare avanti rispetto il mio recente passato griffato Pain ed ho preso tutto il tempo necessario per scrivere un riff e per scrivere la struttura di ogni canzone. Volevo essere imprevedibile, differente nella scrittura dei brani. Al tempo stesso cercare una nuova dinamica nelle canzoni, suonare pulito come sfida e rischio senza dover per forza suonare con la distorsione attiva tutto il disco. Ci sono state in “Coming Home” molte cose diverse, molto avanti per così dire, ma non credo che i fan dei Pain possano correre dei rischi sentendo questa musica perché sanno esattamente che non possono aspettarsi da questa musica qualcosa di prevedibile. Ogni album che ho composto è diverso e credo che tutti i Painheads siano pronti ad affrontare i “rischi” della mia musica. Sono tolleranti…per così dire!

“Coming Home” è leggermente differente rispetto ai tuoi soliti standard: orchestrale con molti chorus d’impatto e riff davvero interessanti. C’è qualche traccia in quanto presente in questo disco dell’esperienza con Till Lindermann?

 Ma sai, come abbiamo detto prima ci sono state cose che hanno spinto “avanti” la musica dei Pain in “Coming Home”: l’esperienza del disco passato, il progetto con TIll….ed ho preso questo esperienze per andare avanti con la mia musica. Certo, la scelta e l’obbligo – per così – dire di rimanere vicino a quelle “industrial vibes” care allo stile dei Pain era quase d’obbligo. Però ci sono anche canzoni che fanno letteralmente “viaggiare” la mente dell’ascoltatore.

“Black Light Satellite“: primo singolo e video. Perché hai scelto una canzone come questa e non una canzone anthemica come “Call Me”?

Semplicemente perché in questo caso non avevo intenzione di sorprendere nessuno scegliendo un singolo “bizzarro”. Nel disco precedente la scelta ricadde su “Dirty Woman”, ed il pubblico rimase spiazzato. Era come se mi volesse dire: “Hey stai cercando di fare il verso agli Ac/Dc adesso?”. Così questa volta ho scelto “Black Light Satellite” per i fans, per dare loro un qualcosa di “solido” e che rappresentasse al 100% i Pain e la loro storia. Ho cercato di non essere pazzo questa volta (ride, nda.)! Anche se nel disco ci sono davvero cose fuori dal comune. Non volevo che venissero spiazzati totalmente da riff come quello di “Starseed” questa volta!

E allora parliamo proprio di “Starseed”…sembra proprio essera la “tua”  “Eleanor Rigby”!

Potrebbe essere! Potrebbe essere! (ride, nda.) Per un attimo ho messo da parte tutta la cattiveria delle canzoni, la voglia di essere sempre “in your face” e di scegliere un momento di riflessione e melancolia. Una canzone con orchestra e con atmosfere per così dire positive. È una sorta di indagine dopo la morte: cosa ci accade dopo la vita? Diventiamo forse “Starseed”? E’ una canzone di contrasti musicali: musica quasi dark e liriche positive.

Raccontaci qualcosa di Natural born idiot….”Don’t tell me how to run my life…don’t told me how to act”….e poi ancora “Shut up I don’t want hear you anymore”. Ma chi è davvero per te un idiota nato?

Penso che valga per chiunque abbia a che fare con una persona fastidiosa! Anche quando entri in un bar e come prima persona vedi qualcuno che ti fa dire nella tua testa “Merda, e qui!”. Oppure qualcuno che ti entra letteralmente in testa con il suo parlare continuo e fastidioso. Qualcuno da lasciare da solo, insomma. Conosco tantissime persone che farebbero lo stesso e tutti noi, nessuno escluso, abbiamo qualcuno di questa risma tra le nostre conoscenze. E’ una canzona che accomuna tutti alla fine….perché certi sentimenti alla fine sono parte del nostro essere umani.

Qual è stata la canzone che ti ha più divertito scrivere e registrare?

Ogni canzone ha la sua atmosfera. Sono i miei bambini! Non posso dire quale preferisco, farei un torto agli altri! È difficile perché ci sono dei momenti in cui mi rendo conto di come sia bella “Starseed” rispetto a tutto il materiale composto dal sottoscritto negli anni. Dipende tutto dalle sensazioni del giorno!

Un tour europeo intenso con i The Division Bleak, ma senza traccia di uno spettacolo italiano. I fan italiani possono avere qualche speranza di vedervi dal vivo?

Lo so, lo so…..ma sappi che stiamo organizzando tutto a dovere! E’ ancora tutto in movimento perché in questa occasione abbiamo scelto di partire con queste 5 settimane in maniera tale da non stare in giro per tantissimo tempo. Purtroppo le nostre famiglie non ci permettono di stare fuori 8 settimane senza sosta, anche noi abbiamo bisogno di una pausa. E poi c’è anche Natale da passare con i propri cari! Al momento non sappiamo di preciso quando “atterreremo” in Italia, non mi sento di “rischiare” una data precisa per il nostro ritorno ma stiamo lavorando intensamente affinché questo ritorno accada.

Quali sono i tuoi piani futuri? Ci sarà spazio per un secondo capitolo dell’avventura Lindermann e qualcosa di nuovo con i ragazzi degli Hypocrisy?

Qualcosa succederà! Ne sono sicuro. Non so quando, non so in che forma ma qualcosa accadrà di certo. Ci sarà sicuramente qualcosa di brutale dopo la parentesi industriale. Ho bisogno di tutte e due le facce di questo mondo. Non posso essere scisso da quello che sono. Per quello che riguarda Till e tutta la progettualità che lo riguarda posso solo dire che è un qualcosa che è fuori dal nostro controllo. Al prossimo break dei Rammstein ci ritroveremo di sicuro perché ho già diverse idee e canzoni per il suo prossimo album. Aspettiamo solo il momento giusto!

Siamo alla fine Peter, un messaggio ai  “Painheads” che leggono metallus.it !

Ovviamente: ascoltate il nostro nuovo album! Rimanete con le orecchie ben tese che se non saremo dalle vostre parti con questo tour certamente torneremo con il prossimo. Nel 2017  ci rivedremo da qualche parte…state tranquilli!

Pain Coming Home

 

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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