Johnny Burning: Nel Nome Del Rock! – Intervista

Come già ripetuto più volte, l’hard rock sta attraversando un particolare momento di grazia, e la conferma è data dalla presenza anche in terra nostrana di gruppi giovani ma del tutto in grado di competere con più blasonati colleghi provenienti da altre parti del mondo. È il caso anche degli imolesi Johnny Burning, incontrati quasi al completo al Transilvania di Bologna in occasione del release party di “Get Up, Get Loose, Get Off!” ad opera della Street Symphonies Records.

Intanto, complimenti per la bella biografia che avete fatto come presentazione alla band, la vostra è di sicuro una delle più originali che mi sia capitato di leggere.

“Questo viene fuori dalla mente malata di Manuel, il cantante.”

Per chi non l’ha letta, per chi l’ha letta e non ci ha capito niente e per gli ignoranti, volete raccontare un po’ la storia del gruppo?

(D.B)“I Johnny nascono ufficialmente, come prima data, il giorno di Natale 2005. L’idea era già di fare pezzi nostri, però inizialmente, per affiatarci un po’, per avere il groove giusto, facevamo cover di gruppi hard rock: Skid Row, Guns and Roses, Motley Crue, i gruppi che ci piacciono di più. Successivamente, quando abbiamo visto che il groove c’era e che secondo noi era il momento adatto, abbiamo iniziato a fare pezzi nostri, e da lì è nato il processo di creazione del disco: ci siamo chiusi in sala, abbiamo smesso di fare live, abbiamo lavorato sui pezzi nostri, abbiamo registrato, abbiamo iniziato a spedirlo, ci hanno risposto i ragazzi della Street Symphonies, e da lì è nato tutto. Per fare tutto ci abbiamo messo quasi un anno. Il primo pezzo che abbiamo fatto è stato “Rock In The U.S.A.”, che è nato da un’idea di Rob, il batterista. Quelli che scrivono di più i pezzi sono Manuel e Rob, la maggior parte dell’album viene da loro, qualcosa ho scritto io, e all’arrangiamento dei pezzi contribuiamo tutti. C’è un’idea principale che viene portata da uno, un testo con un vero e proprio senso della canzone, a cui teniamo molto. Se facciamo un pezzo, non lo facciamo per fare, ma vogliamo trasmettere qualcosa. Poi, il sound che senti è un misto delle influenze di tutti, che sono disparatissime. Ad esempio, io e anche Niko abbiamo un background di punk molto potente, oltre ad avere una base di hard rock e glam, che abbiamo sempre ascoltato, e anche molto metal, Hardcore Superstar, cose più moderne. Quella grezzità di suono che viene dal punk ci piace, la riproponiamo abbastanza nel rock. Manuel è più per gli Aerosmith, Rob è più per gli AC/DC.”

Io sinceramente non ho sentito tutto questo suono grezzo nella produzione del disco, anzi mi è sembrato un suono molto limpido e molto potente.

(D.B.)“Non so come dirtelo, è più nell’idea della canzone. Abbiamo curato molto la produzione, e sono convinto che un album debba essere prodotto bene, debba suonare, perché se no anche il pezzo rende meno.”

Quali sono i vostri pezzi preferiti dell’album, e perché?

(D.B)“Un pezzo che ci piace molto è “Sassy Lassie Goose”, ci piace da suonare ed è bello anche all’ascolto.

(Manuel) “In realtà il titolo di “Sassy Lassie Goose” svia un po’, ti porta un po’ fuori strada. Hai presente quei canali che ci sono da La 7 in su, dove ci sono quelle maghe che fanno le cartomanti? C’erano queste due tipe in particolare che erano vecchie marce, ma tirate a palestra che sembrava che avessero dei fili dietro la schiena, dappertutto. Da lì ho preso un pezzo di carta e mi sono messo a scrivere le impressioni che mi davano queste tipe, perché erano una cosa incredibile, e da lì è nato il fatto della prima strofa, “Little nestled snake”, perché lei alla fine, con il suo atteggiamento da bambina di scuola, ha anche i suoi anni, il ritornello dice che è una ragazzina, ma è una presa in giro. Ma è una cosa leggera, alla fine. Io sono dell’idea che se un pezzo deve avere un significato, secondo me deve partire da un qualche cosa che sia vissuto. Non vorrei essere blasfemo, però, per fare il paragone, pochi sono i poeti che si inventano una storia dal niente e scrivono poesie su cose inventate. Mi sembra di ricordare che tutte le cose che ho scritto da parte mia siano o cose che penso o che sono vissute, o cose che voglio dire. Come “Idiota”, che ha un titolo che non c’entra niente, ma te ne sarai accorta.”

Cosa ricordate del Bologna Rock City Day tenutosi a Bologna lo scorso gennaio?

(D.B.) “E’ stato un po’ un’uscita dai canoni che avevamo in quel momento. Abbiamo avuto questa richiesta, e finalmente avevamo a disposizione un palco in cui potevamo esprimerci. Noi ci muoviamo molto sul palco, e siamo sempre limitati dalle dimensioni, lì invece era la possibilità di dare tutto davanti a un bel pubblico, in una bellissima serata, è stata bella. È stato il primo concerto dove lui (Cesko, il bassista, ndr) ha sostituito Elvis, che suona nel disco ed è il fratello di Manuel. È stata una bella esperienza, che ci ha portato a tutto il resto, perché da lì a poco avevamo finito l’album e abbiamo avuto il contatto con l’etichetta. Siamo giovani come band che propone pezzi propri, per cui siamo ancora all’inizio, ci piacerebbe iniziare ad andare in giro adesso, ci piacerebbe anche andare all’estero, vediamo come va il disco!”.

A proposito di questo, che riscontri state ricevendo dalle recensioni?

(D.B.) “Abbiamo avuto un’altra quindicina di recensioni, tutte positive. Noi volevamo un sound anni ’80, che per gli italiani è vecchio, è datato, ma noi volevamo quel sound lì, con quel rullante, con tutto il resto: il sound che volevamo è quello che c’è sul disco. Tutte le recensioni hanno apprezzato. In Italia si sente un po’ questa tendenza a dire che è un sound già sentito, mentre le recensioni all’estero dicono: “Ehi, finalmente una novità su questo genere”. Per noi anche sentirsi dire che abbiamo un sound vecchio va bene, perché è proprio quello che cercavamo.”

Volete aggiungere qualcosa, per concludere?

(D.B.) “Io vorrei dire che, se uno crede in un progetto e ha l’attitudine giusta per farlo, la voglia e lo sbattimento, si può fare tutto. Poi, che questo disco venda una copia o ne venda 5000 non mi importa, mi è indifferente, però, se hai l’attitudine giusta, dici “voglio fare del rock perché vivo rock”, se è quello che mi sento, che sia rock, che sia metal, che sia quello che ti pare, e hai la voglia, puoi fare quello che vuoi. Non c’entra essere in Italia, in America, puoi essere dove vuoi.”

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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