Alter Bridge: Myles Kennedy - Intervista

Alter Bridge: Myles Kennedy – Intervista

Alter Bridge

Com’è cambiato il tuo ruolo dal primo al secondo album, al di là del fatto che in "Blackbird" ti sei occupato di tutti i testi?

"Molto semplicemente, ora siamo davvero un gruppo: siamo stati a lungo in tour, abbiamo avuto modo di conoscerci meglio e capire l’approccio artistico di tutti gli altri. I ragazzi mi hanno accolto e mi hanno reso parte integrante del processo non solo a livello di testi, ma anche musicale fin dall’inizio. Per me si tratta di una cosa straordinaria, perché quel che mi piace di più è proprio scrivere e comporre musica."

In "Blackbird" partite con un pezzo molto aggressivo come "Ties That Bind", e anche il resto dell’album è meno melodico di quello precedente: è stata una decisione presa a tavolino o si è trattato di un’evoluzione spontanea?

"Sono vere entrambe le cose: all’inizio abbiamo discusso di come volessimo fare un album più duro, più aggressivo, ma al tempo stesso le canzoni rappresentano il punto in cui ci trovavamo a livello mentale, le situazioni che stavamo affrontando. Per alcuni di noi era un periodo piuttosto difficile e le canzoni ne sono un riflesso: si trattava di tempi duri, e un po’ della nostra rabbia si è trasformata in musica."

Ti riferisci a qualcosa di personale o al periodo storico più in generale?

"L’uno e l’altro. Si trattava di problemi che incontravamo nella nostra vita quotidiana, ma al tempo stesso è innegabile che stiamo vivendo in un’epoca molto dura: è difficile, ormai, trovare il coraggio per sintonizzarsi sui telegiornali e rendersi conto di come tutte le nostre illusioni vengano fatte a pezzi."

Ti riferisci anche alla scena politica? Come stai seguendo la campagna elettorale?

"Cerco di tenermi aggiornato, e penso che le prossime elezioni siano un momento di svolta cruciale per il nostro Paese: negli ultimi anni lo abbiamo governato facendolo finire sottoterra, ora bisogna prendere delle decisioni diverse e migliori, almeno per quanto mi riguarda."

Toriamo all’album: in "Brand New Start" le chitarre hanno un sound molto reminiscente dell’era grunge: qual è il tuo rapporto con quei tempi e quella musica?

"Bella domanda. Si tratta sicuramente di una parte importante della nostra crescita, e sono d’accordo sul fatto che, quando ci ascolti, questa cosa viene fuori di sicuro. Eppure non si tratta di riferimento cercato intenzionalmente. In "Brand New Start", ad esempio, ho provato a giustapporre un sound di chitarra piuttosto strano a quello più classico di Mark, dandogli una specie di qualità eterea, quasi come un nuovo tessuto. Per quanto mi riguarda, il grunge è stato importante soprattutto nel suo rifarsi al rock degli anni Settanta: ecco, credo sia proprio quella la caratteristica del grunge che più ispira noi quattro, e penso che la stessa cosa valesse per i musicisti che scendevano a Seattle all’inizio degli anni Novanta. Da questo punto di vista, si può dire che ci abbeveriamo alla stessa fonte: Led Zeppelin, Black Sabbath, eccetera."

Penso che "Before Tomorrow Comes" e "Rise Today" segnino un cambiamento notevole nella direzione musicale dell’album: la prima parte è decisamente aggressiva, mentre questi due pezzi sono molto più ariosi. Ci sono delle esperienze particolari alla base di queste canzoni?

"Domanda interessante. "Before Tomorrow Comes" è stata scritta subito dopo l’uragano Kathrina: ero stato sveglio tutta la notte a guardare i telegiornali e mi sentivo impotente. Guardare tutta questa gente era terribile, mi spezzava il cuore. Ecco, proprio a questo si riferiscono le prime parole: "I couldn’t sleep, I had to listen." Ero a letto, erano le sei del mattino e quelle parole mi si sono fissate nella mente: ho preso un pezzo di carta e ho cominciato a scrivere, e ho continuato fino alle due del pomeriggio, otto ore a completare e rifinire il testo. Per "Rise Today", invece, ci ho messo parecchio. Come ti dicevo poco fa, la situazione in cui ci troviamo oggi, con riferimento al nostro Paese e alle dinamiche con gli altri Paesi, ci porta a porci delle domande: possiamo fare qualcosa di meglio rispetto a ciò che abbiamo fatto finora?"

Andiamo alla tua band precedente, i Mayfield Four: sei ancora in contatto con loro?

"Il chitarrista che ci accompagnava nei tour, Alessandro Cortini, italiano, adesso suona con i Nine Inch Nails e l’ho sentito non molto tempo fa. Zia, il batterista, forse lo vedo questo weekend, in una specie di campo per bambini. Insomma, ci teniamo in contatto: erano davvero bei tempi, ed è difficile rendersi conto che era tanti anni fa. Ci pensavo proprio l’altro giorno: il nostro secondo album l’abbiamo registrato nel 2000, e mi sembra ieri."

I Creed avevano un approccio molto spirituale alla musica: questo ti è stato in qualche modo di stimolo o di ostacolo quando ti sei unito agli altri ragazzi per formare gli Alter Bridge?

"A dir la verità io mi trovo su posizioni completamente diverse: per questo era un po’ frustrante il fatto che, quando abbiamo cominciato, tutti davano per scontato che fossimo una band di rock cristiano, mentre in realtà tutti noi eravamo d’accordo che la cosa non era nei nostri piani. E in un certo senso era anche divertente leggere i commenti su alcune riviste, che estrapolavano parte dei testi per sottolineare come ci muovessimo sugli stessi territori dei Creed, al punto che reagiavmo dicendo: "Beh, è chiaro che non avete letto i testi molto attentamente…" Comunque è vero, è stato come ritrovarsi in una specie di trabocchetto: la gente cerca di etichettarti e spesso prende delle cantonate…"

Spesso vieni paragonato a Eddie Vedder o a Jeff Buckley: come la prendi?

"Per quanto riguarda la storia di Eddie Vedder, francamente non riesco a capirla: ad esser sincero, non ho neanche un album dei Pearl Jam. Discorso completamente diverso per Jeff Buckley: sarei un bugiardo se dicessi che non ha esercitato un’enorme influenza su di me, da quando ho ascoltato "Grace" nel 1995. Penso fosse davvero un genio, uno dei migliori cantanti degli ultimi vent’anni se non il migliore in assoluto. E’ stato un giorno molto triste quello in cui l’abbiamo perduto."

Qual è stata la tua formazione come musicista e cantante?

"Ho cominciato come chitarrista ai tempi della scuola, chitarrista jazz per la precisione, e mi davo molto da fare per metter su un grande gruppo. Quando ho cominciato a mettere insieme le mie prime due rock band e scrivere canzoni per loro non riuscivo a trovare un cantante, così ho cominciato a cantare io stesso. Così, cantando sera dopo sera e prendendo un po’ di lezioni da un tipo a Los Angeles ho imparato a controllare la mia voce. Quello che su cui mi sono esercitato è in realtà una tecnica italiana chiamata "bel canto", usata da Freddie Mercury e molti altri cantanti."

So che soffri di acufene : come gestisci la situazione? Ti ha mai portato a pensare di smettere di cantare?

"Sì, subito dopo i Mayfield Four ho pensato di smettere, ma sai una cosa? La verità è che sono un tipo che si preoccupa facilmente, e ci sono molti musicisti che perdono un po’ di udito, funziona così. C’è gente in condizioni molto peggiori delle mie. Comunque cerco di fare il bravo, non ascoltare musica ad un volume troppo alto, usare delle protezioni per le orecchie ogni volta che posso. Quindi questo disturbo non mi impedirà di andare avanti, questo è sicuro!"

Hai recitato in "Rock Star": com’è successo?

"E’ stata una coincidenza, anche se recentemente sono stato contattato per recitare in film per la TV. Non so come me la caverei in quel contesto, e in tutta sincerità mi piace così tanto creare, scrivere e suonare musica che non mi interessa davvero occuparmi di altro in questo momento della mia vita. Staremo a vedere."

Da dov’è arrivata l’idea del duetto con Cristina Scabbia?

"L’idea è venuta ad uno della nostra etichetta: ne abbiamo parlato e abbiamo convenuto che sarebbe stato molto bello. E poi, quando ho sentito le linee vocali che Cristina aveva fatto per quel pezzo sono rimasto senza fiato: è una cantante fantastica, siamo diventati anche amici e ci sentiamo spesso. Dovreste essere orgogliosi di lei: è davvero grande!"

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