Sick Of It All: Middle fingers everywhere! – Intervista a Armand Majidi

I Sick Of It All sono in giro da vent’anni ma nessuno lo direbbe. Sono ancora duri e cattivi quando hanno iniziato. La rabbia e’ la stessa o forse ancora maggiore. In fondo il mondo non e’ poi cosi’ cambiato, sicuramente non in meglio, in questi anni. Perche’ diventare piu’ buoni allora? Ce lo conferma il batterista Armand Majidi.

Penso che ‘Death To Tyrants‘ sia il modo migliore per celebrare il vostro compleanno. Quando avete iniziato, pensavate di arrivare cosi’ lontano?

“Onestamente, non abbiamo mai pensato molto al futuro. Se l’avessimo fatto, non penso che avremmo scelto una vita da musicisti. Penso che dobbiamo molto della nostra longevita’ al fatto che non ci siamo messi insieme perche’ abbiamo risposto a degli annunci: eravamo amici a scuola che gia’ passavano tempo molto insieme prima di mettere insieme un gruppo. Avevamo obiettivi modesti, per cui rimanere nell’underground non ci ha mai scoraggiato. Ci sono molte band che avrebbero rinunciato perche’ non sono diventate ‘huge’ in pochi anni”.

E se dovessi descrivere il cammino fatto in questi 20 anni?

“La nostra carriera e’ stata piena di alti e bassi. Quando l’hardcore diventa un trend in un dato Paese e in un dato periodo, allora riscuotiamo un gran successo quando suoniamo li’, ma cio’ potrebbe non valere piu’ gia’ dallo show successivo nello stesso posto. E’ veramente una vita vissuta di anno in anno, cercando di vedere quanto siano positivi i movimenti della scena in un dato posto al passare delle generazioni”.

Ho notato che ‘Death…’ e’ allo stesso tempo una conferma di quanto fatto in questi anni, ma anche un passo avanti verso nuove direzioni dell’hardcore…

“Siamo influenzati da tutto cio’ che ascoltiamo, quindi la nostra evoluzione e’ difficile da spiegare. Certo il nuovo hardcore gioca un ruolo importante nel disco, cosi’ come la roba della vecchia scuola con cui siamo cresciuti”.

Come siete riusciti a mantenere intatta la stessa rabbia durante tutti questi anni?

“C’e’ qualcuno che e’ veramente contento di come va il mondo, o della sua stessa vita? Ci sono sempre cose che ti fanno incazzare ogni giorno e che non cambieranno mai, per quanto tu possa vivere…”

Quali sono le maggiori differenze, da un punto di vista del musicista, fra il suonare alla fine degli anni ’80 e nei primi anni del nuovo millennio?

“Le nuove generazioni di fan, sono loro che dettano le differenze. Adesso chi ascolta la musica vuole che i musicisti curino molto l’immagine, si vestano a puntino e altre merdate del genere. Non andiamo molto d’accordo con questo trend, non siamo pretenziosi e ci piace apparire come siamo realmente. Alla fine degli anni ’80 abbiamo trovato la nostra nicchia, puntando su metallari che ci sceglievano perche’ l’hardcore era fresco ed aggressivo. Poi una grande fetta dell’audience ha rovinato tutto con la propria chiusura mentale e picchiando I metallari ai nostril show. Adesso il pubblico non e’ cosi’ violento, ed e’ un fatto positivo, ma e’ difficile far realizzare loro che tu stai dando tutto per la musica. Il pit e’ troppo controllato, sembrano voler danzare in modo coreografico. Mi piacciono gli show selvaggi, senza controllo pieni di violenza e divertimento”.

Come vi siete trovati a lavorare con un produttore, come Dean Baltulonis, abituato a lavorare con band piu’ giovani, come i Most Precious Blood e Give Up The Ghost? Li avete scelti per ringiovanire il vostro suono?

“Non e’ di un ringiovanimento che avevamo bisogno. Il penultimo disco avrebbe potuto suonare in modo decisamente migliore, ma c’e’ stato un problema in fase di mixaggio che ha tolto molta qualita’ dal suono. E’ stato un vero peccato perche’ ha diverse canzoni buone al suo interno. L’ultimo ha un suono molto migliore, con molto piu’ peso e potenza. E’ il modo in cui si pensa debbano sempre suonare I Sick Of It All. Per questo rappresenta una pietra miliare per noi, a testimonianza dei nostri 20 anni di vita.

I vostri testi sono sempre stati abbastanza orientate politicamente. Quali sono le cose che maggioremente apprezzate e disprezzate negli Usa e nel mondo?

“Questo album e’ molto piu’ politico dei precedenti, perche’ c’e’ cosi’ tanta merda di cui parlare in giro per il mondo. Cose palesemente terrorizzanti che le societa’ e i Governi sanno di poter fare senza conseguenze. Forse perche’ sta finendo il petrolio, forse perche’ molti vengono allenati sin da piccolo a dominare e ad essere avari, ma non c’e’ dubbio che questa sia l’alba di una nuova era di arroganza politica. Penso che sia molto pericoloso che grosse societa’ dettino ai politici di tutto il mondo il modo in cui devono muoversi”.

Quali sono i motivi principali che vi hanno portato a cambiare etichetta?

“Il problema con la Fat Wreck era che non avevano abbastanza presenza in Europa, attualmente il nostro mercato piu’ grande. Abbiamo bisogno di una buona presenza qui, quindi abbiamo deciso che era tempo di cambiare aria. Con la Fat Wreck sono stati sette anni bellissimi e sette anni e’ un periodo lungo per un rapporto fra una band ed un etichetta”.

A questo punto non resta che aspettarli per la prossima data in Italia dove “speriamo di divertici con tutti nostri fan e di raccoglierne qualcuno di nuovo!”.

 

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