Megadeth: “The Emperor” – Intervista a Dave Ellefson

Era un’occasione che non avremmo potuto perdere. Il 2 Giugno i Megadeth si sono esibiti all’Autodromo di Monza in occasione del rinnovato Gods Of Metal, presentando per la prima volta in Italia i brani dell’acclamato “Dystopia“. Qualche ora prima dello show di Mustaine e soci, abbiamo intercettato Dave Ellefson, storico partner in crime e bassista della band per parlare con lui dello stato attuale dei Megadeth. Una chiacchierata decisamente appassionante, con qualche sorpresa e inedita dichiarazione sulla fantomatica Rust In Peace reunion e il ricordo di Nick Menza.

Ciao Dave, prima di tutto benvenuto su Metallus.it. Finalmente i Megadeth in Europa, è la prima data se non sbaglio.

Sì finalmente ci siamo, qui al Gods Of Metal, uno dei più importanti festival metal nel Mondo. Niente pop music, solo Metal, è l’evento per la nostra gente. Sono felicissimo.

Da qualche giorno avete anche un nuovo batterista sul palco con voi, puoi introdurci questa new entry?

Sapevamo fin dall’inizio che Chris Adler che ha registrato con noi Dystopia, avrebbe avuto qualche problema a seguirci in tour, a causa degli impegni con i Lamb Of God. Ora infatti sono negli States. Quindi c’eravamo già preparati per avere con noi un ottimo batterista in questa parte del Tour che comprende l’Europa. Chris ci ha sempre detto che se avesse dovuto scegliere un sostituto, sarebbe stato sicuramente Dirk Verbeuren dei Soilwork e così Dirk è qui con noi. Siamo insieme da due settimane, è fantastico, un grande musicista e con noi funziona alla grande.

Non pensi che questo continuo cambio di batterista possa in qualche modo influenzare negativamente le vostre performance dal vivo?

Certamente è una sfida, ma non potevamo di certo fermarci. Avevamo di fronte la stagione dei festival estivi. Siamo stati comunque molto attenti. Per un paio di show abbiamo avuto Tony Laureano, ma lui in realtà lavorava e lavora attualmente con noi come parte della crew. Abbiamo quindi optato per qualcuno che potesse serenamente occuparsi solamente del lavoro dietro al drum kit e quindi eccoci con Dirk.

Già all’uscita dell’album, quando parlammo con Kiko di Dystopia, era facile evidenziare come questo album fosse quasi un nuovo inizio. Ora a qualche mese di distanza c’è questa aurea positiva attorno alla band, sembrano quasi dei nuovi Megadeth!

Si diciamo che è una prima fase di rinascita è iniziata 6 o 7 anni fa ma ora siamo entrati in una fase ancora più nuova e diversa. Da anni i fan ci chiedevano la reunion con la line-up di Rust In Peace. A un certo punto, un paio di anni fa la compagnia di management che gestiva i Megadeth ci ha proposto la reunion, anche in contrapposizione a quelle che invece erano le ambizioni mie e di Dave. Ma abbiamo detto, proviamoci. Ci abbiamo provato, il più seriamente possibile. Abbiamo suonato insieme a Nick Menza e Marty Friedman per un’intera giornata. Dopo qualche discussione, abbiamo capito però che non sarebbe successo, non era la giusta mossa per i Megadeth. Quando abbiamo annunciato che non sarebbe successo, questo in un certo senso ha chiuso quel capitolo. Ci abbiamo provato, ma non è possibile, fine della storia. Si è chiusa una porta ma se ne è aperta un’altra. E’ il nuovo capitolo dei Megadeth. Kiko è fantastico, lo stesso per Chris. Il bello è che sta succedendo esattamente quello che successe proprio con Rust In Peace: una sorta di rinascita, con un sound rinnovato, noi quattro uniti come quattro amici e vogliosi di conquistare il mondo. Questo è Dystopia, è la porta d’entrata nel futuro della band.

Cos’è cambiato in fase di scrittura e registrazione con i due nuovi membri della band?

Dave si è occupato della maggior parte della scrittura dei brani. Con la precedente line-up ci sono stati dei momenti in cui ci siamo trovati tutti e quattro a scrivere insieme, ma semplicemente non funzionava, non era adeguato a quella situazione. Il mio approccio, soprattutto da quando sono tornato nella band, è sempre stata quella di lasciare carta bianca a Dave. Se lui scrive un pezzo e pensa che possa funzionare, non c’è motivo di bloccarlo o intervenire: meglio seguirlo e non porsi davanti a lui. Ci sono sicuramente momenti in cui intervengo con il mio contributo, anche in fase di scrittura, ma deve esserci l’occasione. La sovrapposizione di diverse idee nei Megadeth ha causato un sacco di problemi, soprattutto a fine anni ’90 / inizio anni 2000. Sono nei Megadeth fin dall’inizio quindi ormai ho sviluppato una certa sensibilità in questo senso: c’è un momento di spingere e un momento in cui semplicemente supportare il lavoro di Dave.

Avete pubblicato anche una speciale versione di “Dystopia” con cinque video visibili in realtà virtuale, con la possibilità di vedere l’intero stage dove suonate a 360°. Puoi dirmi di più di questa idea?

A Hollywood questa cosa della realtà virtuale prende sempre più piede. Siamo sempre stati attenti alla tecnologia, considera che il nostro website è stato uno dei primissimi online per quanto riguarda le band. Quando siamo andati dalla Universal, ci hanno proposto questa cosa e noi siamo stati subito d’accordo. Abbiamo scelto i cinque pezzi che a nostro parere rappresentano tutte le sfaccettature dell’album e infatti sono anche quelli che poi abbiamo inserito in setlist. Da fan, è fighissimo perché è come essere lì con noi. Puoi vedere qualsiasi cosa, dalla strumentazione, alla crew. Fantastico.

So che state girando anche il video di “Post American World”, puoi darci qualche anticipazione?

Lo abbiamo filmato due settimane fa a Nashville e ora siamo in fase di post-produzione. In questo nuovo video ci siamo noi, mentre il primo era animato, una cosa figa perché abbiamo potuto raccontare una storia. Ma sentivamo che in questo caso era utile avere qualcosa di più concreto e live. Il brano è uno dei miei preferiti e mi ricorda molto Symphony Of Destruction in versione 2016.

“Dystopia” esce dopo due album come “Thriteen” e “Super Collider”, forse non gli episodi più amati della vostra discografia ma comunque con degli ottimi episodi.

Penso che “Thirteen” sia un ottimo album, mi piace molto ed stato divertentissimo registrarlo. Avevamo appena finito il Big Four e ci siamo fiondati in studio. Penso che ci siano delle ottime idee, riff eccezionali. Anche il tour era andato bene e avevamo suonato anche diversi pezzi dall’album. Per quanto riguarda “Super Collider”, il processo è stato molto simile a quanto successo con “Risk”. Siamo entrati in studio senza tutto il materiale, abbiamo fatto tutto un po’ di fretta. Siamo arrivati ad avere fondamentalmente due set di brani, di cui il secondo con pezzi come Kingmaker, Dancer in The Rain era sicuramente il più convincente e aggressivo. Ma capita che non sempre il risultato sia super soddisfacente. A volte riesci a catturare la magia, altre volte dai il massimo perché avvenga. Penso che “Super Collider” sia uno di quegli album in cui ci abbiamo provato fermamente ma senza riuscire ad arrivare al risultato desiderato. Forse eravamo troppo impegnati, soprattutto con il tour. Non abbiamo fatto lo stesso errore con “Dystopia” per cui non avevamo pianificato nessun tour prima di aver concluso l’album: quando sarebbe stato pronto, allora avremo fatto tutto con calma, senza fretta.

Hai menzionato “Risk”, uno degli album più discussi dei Megadeth e forse meno amati, nonostante ci siano dei gran bei pezzi. Come vedi oggigiorno quell’album e quell’era dei Megadeth?

Con quella line up è stato compiuto un percorso. Abbiamo iniziato con “Rust In Peace”, un album molto aggressivo e potente. Poi c’è stato “Countdown To Extinction”, probabilmente l’album che amo di più, anche e soprattutto per il modo in cui è stato creato, per il clima nella band. Con “Youthanasia” è successo che lo abbia apprezzato solo qualche anno dopo e mi ha sorpreso perché è incredibilmente buono: ricordo che lo abbiamo registrato tutti insieme in una stanza, esattamente come successe per “Killing Is My Business”. “Cryptic Writings” è stato molto divertente, avemmo lo stesso approccio che c’è stato per “Dystopia”, senza fretta e senza tour pianificati. Dopo l’uscita andammo in tour per qualcosa come 18 mesi e poi facemmo l’errore di andare subito in studio, senza pausa. Probabilmente l’errore è stato lì, nel senso che le idee erano buone ma ci voleva più tempo per svilupparle adeguatamente. C’erano inoltre troppi input che stavamo cercando di seguire, con il management che ci spingeva su qualcosa di più commerciale. Se ascolto oggi l’album ci sono grandi brani, ma fu una svolta troppo brusca per i fan.

So che tra i tuoi progetti c’è anche un’etichetta discografica, la EMP Label Group.

Si è stata una cosa abbastanza casuale. Mi sono imbattuto in questa all-female band punk, le Dollskin e mi hanno davvero colpito. Hanno veramente del potenziale. Ho preso quindi la palla al balzo e per pubblicare il loro album ho dato vita a questa etichetta. Poi confrontandomi con dei miei colleghi e persone vicine, abbiamo iniziato a costruire un progetto più ampio, includendo altri nuovi artisti e nuove band. In molti casi noi facciamo essenzialmente da distributori perché tanti arrivano con il disco fatto e finito, ma è un buon modo per iniziare. Ci sto comunque mettendo tanto impegno e posso sfruttare la mia esperienza, sono una sorta di mentore per le giovani band che mettiamo sotto contratto. E’ sicuramente un business ma è soprattutto un modo per me di portare alla luce nuovi talenti e investire nel domani. Se non investiamo nel domani, tutto questo finisce.

Vorrei chiudere con un tuo pensiero sulla tragica scomparsa di Nick Menza.

La tragedia è che non più qui con noi e che non possiamo più stare con lui, questa è la parte triste, per chi è rimasto qui e per chi ha lasciato. La realtà è che Nick ha avuto una vita piena e intensa e rimarrà nella storia come una delle poche persone che è scomparsa sul palco, suonando la batteria, facendo esattamente ciò che amava. Nick aveva una grande personalità, una vera rockstar. Scomparire così fa proprio parte del suo personaggio, è stato un vero e proprio “Nick Menza Moment”.

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tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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