Jag Panzer: Intervista a Mark Briody

I Jag Panzer sono una di quelle band dalle quali sai esattamente cosa aspettarti ad ogni loro nuovo album: metal classico a volontà. Un metal viscerale e sincero, forse datato si potrebbe obiettare, ma proposto con il cuore e frutto dell’impegno di un ensemble che ha sempre dovuto lottare per ottenere una fetta di successo. I Panzer di Mark Briody (chitarrista e principale compositore) hanno dovuto fare i conti con un fato avverso, ma tra cambi di line-up e deal più volte sfumati nel nulla, si sono sempre rialzati continuando imperterriti a percorrere il sentiero dell’heavy metal più tradizionale in assoluto. Il 2004 è l’anno di ‘Casting The Stones’, nuova fatica della band, album preceduto però dalla raccolta celebrativa ‘Decade Of The Nail-Spiked Bat’ e dal vecchio ‘Chain Of Command’, un disco risalente al 1987 ma che per problemi contrattuali vede la luce solo nell’anno corrente, dopo un attento lavoro di “restaurazione” sonora. Sentiamo cosa ha da dirci Mark in proposito:

“Ai tempi di ‘Chain Of Command’ avevamo intenzione di firmare un contratto con la Auburn Records, un’etichetta di Cleveland, ma nello stesso momento la Auburn cedette la maggior parte delle sue quote alla Island Records. Il contratto con la Auburn era trasparente e vantaggioso, ma ciò che invece ci proponeva la Island lasciava a desiderare, anzi, diciamo pure che le loro condizioni erano inaccettabili e non riuscimmo a trovare un accordo. Così non firmammo mai quel contratto e ‘Chain Of Command’ non fu mai pubblicato. ‘Chain Of Command’ è un buon album, ma preferisco di gran lunga i Jag Panzer di oggi. Ho pensato spesso di remixarlo e di pubblicarlo autonomamente, ma sarei andato incontro a dei costi eccessivi e ad un grosso investimento in termini di tempo. ‘Chain…’, così come la recente raccolta ‘Decade Of The Nail-Spiked Bat’ sono prodotti rivolti ai membri della vecchia guardia. Il metal fan di oggi preferisce sonorità classiche ma altrettanto attuali, cose che potrà trovare nel nuovo ‘Casting The Stones'”.

E ‘Casting The Stones’ appare infatti come un album più complesso rispetto a quanto abitualmente proposto dai Panzer, sebbene il trade mark sonoro del combo del Colorado sia più che mai riconoscibile. Accanto agli abituali riff pesanti e carichi di atmosfera, la band sembra voler ‘sperimentare’ aggiungendo dei tappeti di tastiera enfatici e sporadiche sfumature dal sapore neoclassico che ricordano più da vicino l’heavy metal “barocco” di stampo nordeuropeo piuttosto che quello d’oltreoceano.

“Trovo che ‘Casting The Stones’ sia un buon album. Cerchiamo di fare qualcosa di nuovo in ogni lavoro, pur mantenendoci fedeli al tipico sound dei Jag Panzer. ‘Casting The Stones’ suona in linea di massima un po’ più melodico e con alcune venature progressive, in questo senso è stato fondamentale l’apporto di Chris (Broderik, secondo chitarrista della band, N.d.a.), un vero virtuoso! Il brano che più si avvicina al nostro stile abituale è senz’altro ‘Achilles’, una canzone di puro e semplice epic metal, corta, diretta e carica d’impatto. Avevamo in mente da tempo di comporre un pezzo del genere e credo che con ‘Achilles’ abbiamo centrato il bersaglio.”

I titoli delle singole canzoni rimandano ad un background lirico piuttosto complesso. E’ difficile supporre se esista o meno un filo conduttore tra i singoli episodi, pur se la formula sonora dei Panzer si adatta sempre al meglio ad ogni argomento toccato, parafrasandone i contenuti ora con ritmi incalzanti e spessi, ora con una maggiore ricerca melodica.

“Da un punto di vista lirico il nuovo album è molto ricco. ‘Casting The Stones’ non è assolutamente un concept, in esso parliamo di argomenti differenti e distanti tra loro. ‘Achilles’ è ovviamente ispirato alla mitologia greca, poi ci sono argomenti tra lo sci-fi e il fantasy, come la distruzione della Terra (‘Tempest’), la violenta nascita di un pianeta (‘Starlight’s Fury’) o una missione durante la Seconda Guerra Mondiale (‘The Mission’).”

‘Casting The Stones’ non mancherà dunque di soddisfare chi è già un fan dell’inossidabile ensemble americano ma si propone di un certo interesse anche per chi vuole iniziare a scoprirne le indiscutibili qualità, capaci di mantenere al passo con i tempi tutto il fascino della tradizione. E per concludere, spazio naturalmente ai saluti finali di Mark:

“Thank’you for your support! Hope to see you on tour!”

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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