Marillion: “No Fear” – Intervista a Steve Rothery

I Marillion sono da poco passati in Italia per un impedibile appuntamento al Teatro Romano di Verona, quindi abbiamo colto la palla al balzo per fare il punto della situazione con un disponibilissimo Steve Rothery con cui abbiamo parlato del nuovo album della band “F.E.A.R. (Fuck Everyone And Run)

Ciao Steve, prima di tutto grazie per il tuo tempo e per l’intervista. E’ davvero un piacere averti quì con noi su Metallus.

Il piacere è mio.

Ci troviamo quì per parlare del nuovo album dei Marillion. Mi è piaciuto molto e ho anche apprezzato il tuo disco solista. Mi piacerebbe iniziare parlando del titolo che è un po’ insolito e ho letto che è incentrato attorno al concetto di amore e paura, come mai questa scelta?

Beh è difficile quando si cerca di scegliere un titolo dai diversi testi delle canzoni che abbiamo composto, ma questo sembra avere più senso di tutti. Intendo dire che questo è un album di protesta liricamente parlando e  “The New Kings” il pezzo da cui proviene il titolo e “El Dorado” entrambi hanno questa minaccia comune che va oltre la tempesta in arrivo che sia una crisi politica, finanziaria o umanitaria, così “Fear”, ovviamente l’acronimo di “F.E.A.R. (Fuck Everyone And Run)” poteva catturare l’atteggiamento dei ricchi individui in cooperazioni e in alcuni casi i governi che sfruttano senza avere paura delle conseguenze.

Parlando della musica di questo nuovo album non sembra così diversa dal precedente, sembra una sua continuazione. Cosa è cambiato nella produzione e nel processo di scrittura rispetto al precedente lavoro?

Credo che questo album sia probabilmente più cinematografico nel suo complesso, ovviamente ci sono tre lunghissime canzoni che è una cosa insolita per qualsiasi album. Penso che il modo in cui ci siamo approcciati alla scrittura sia un po’ diverso dal solito, abbiamo scelto le idee che davvero piacevano a tutti e questo ha reso il processo compositivo più facile e più ispirato. La sensazione era quella che non avremmo dovuto lavorare così duramente per mettere insieme le parti che compongono i pezzi con questo disco. E’ un album potente sia nei testi che musicalmente.

Mi piacerebbe analizzare un paio di brani dell’album iniziando da “The Leavers”. Credo che questo brano sia il più centrato del disco e sembra nuovamente riemergere il vostro lato più progressive della prima parte della vostra carriera. Che cosa ci puoi dire al riguardo?

Si “The Leavers” liricamente parla dell’andare in tour, del viaggiare costantemente e della vita del musicista e performer, è quasi come essere in un circo. Parla anche del modo in cui  questo stile di vita cambia te stesso e anche le nostre famiglie, i nostri cari e tutte le persone che incontri on the road che ti dicono addio. Si tratta di una esistenza molto particolare e credo che quello che voleva dire Steve (Hogarth) sia  riassunto nella sensazione che prova la persona che sta lasciando tutto.

Un altro brano che mi ha colpito molto è “Livin In Fear” una delle tre tracce brevi dell’album, penso che abbia una grande presa, quindi volevo sapere qual è la paura che stiamo vivendo?

Riguardo il vero e reale significato del testo del brano penso che devi fidarti di Steve (Hogarth). Fondamentalmente dice che sarebbe davvero bello se non dovessimo vivere nella paura o dire ai governi del mondo che non c’è più timore della violenza o di essere colpiti da un’arma da fuoco. E’ ispirato da un signore anziano che viveva nel villaggio dove abita Steve ed era solito lasciare l’uscio di casa aperto con la chiave inserita nella porta d’ingresso e Steve una volta gli ha chiesto se non temesse che qualcuno potesse entrargli in casa per derubarlo o perfino ucciderlo, ma lui era tranquillo quindi il senso è proprio quello di pensare a quanto sarebbe bello se la vita potesse ritornare così senza dover rinchiudersi o nascondersi nella foresta.

Avete suonato a Verona un paio di sere fa, ma vedo che è stato un concerto unico quindi volevamo sapere come mai questa scelta e come mai proprio a Verona?

Avevamo parlato di svariate venue ma Verona era quella che aveva più senso e credo sia stato uno dei migliori concerti di cui io abbia memoria e lo dico per davvero. Verona è una città meravigliosa, la location era fantastica e anche il pubblico. E’ stata una serata davvero speciale, quindi non stupitevi se in un futuro non troppo lontano decidessimo di ritornarci ancora.

State pianificando di ritornare in Italia nel 2016?

Non quest’anno, la prima possibilità solo nel 2017.

Prima ho menzionato il tuo album solista “The Ghost Of Pripyat” volevo sapere se per caso ha in qualche modo influenzato il lavoro del nuovo album dei Marillion?

Probabilmente mi ha dato più fiducia in me stesso e credo anche a causa del nostro produttore Michael Hunter che ha anche mixato il nostro disco e gli ha dato un tocco un po’ diverso sapendo come funziona di solito il mio approccio ed è successo che ci fossero più sezioni strumentali sull’album la maggior parte delle quali sono state improvvisate. Quindi in sostanza penso che dipenda dalla confidenza che ho avuto nel realizzare qualche cosa che mi facesse stare bene.

Stai già lavorando a dell’altro materiale solista o al momento ti stai solo concentrando sui Marillion?

Sto già mettendo assieme qualche idea per un altro progetto. Intendo dire che questo album si è preso moltissimo del mio tempo, ma ho anche finito il mio terzo volume del mio diario fotografico “Postcards From The Road” un paio di mesi fa, quindi la combinazione di questo e dell’album mi hanno portato via quasi tutto il mio tempo libero.

Parlando in generale del music business  al giorno d’oggi ci sono un  sacco di gruppi che usano il crowd funding per finanziarsi e i Marillion sono stati una delle prime band ad usarlo, quindi volevamo sapere la tua opinione riguardo l’evoluzione di questo sistema e questi modi di finanziare i dischi?

Si noi abbiamo una grande conoscenza al riguardo come pionieri del crowd founding, ma non ritengo che stia davvero prendendo piede, le band cercano di firmare per delle label, ma ne sono rimaste una manciata, quindi ha più senso se i gruppi potessero fare tutto da soli ed essere indipendenti e vendere la propria musica direttamente al pubblico perchè al giorno d’oggi è davvero difficile fare carriera con la propria musica. Vendi forse un decimo di quello che vendevi quindici o venti anni fa, quindi se hai una fan base con cui comunichi che sia tramite mail o attraverso i social media loro ti supporteranno e diventerà una communità globale di persone che ti aiuteranno a realizzare il prossimo disco.

Ok Steve questa era l’ultima domanda per oggi, grazie ancora per l’intervista e se vuoi puoi concluderla con un messaggio per i tuoi fan italiani.

Perfetto, saluti e grazie mille, spero di tornare il prossimo anno in Italia per altri concerti.

eva.cociani

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Amo la musica a 360 gradi, non mi piace avere etichette addosso, le trovo limitanti e antiquate, prediligo lo street, il glam e anche il goth, ma non disdegno nulla basta che provochi emozioni. Ossessionata dalle serie tv, dalla fotografia, dai viaggi e dai live show mi identifico con il motto: “Live the life to the fullest”.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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