Machine Head: Intervista a Phil Demmel

Domenica 13 novembre 2011, data importantissima dell’Alcatraz, dove sullo stesso palco si sono visti quattro band, dai Darkest Hour, ai Devil Driver, ai Bring Me The Horizon fino ad arrivare agli headliner della serata i Machine Head.
Non è stato per nulla semplice portare a termine l’intervista, sia a causa degli orari (a causa di un accumulo di ritardi) che la scarsa, duole dirlo, collaborazione da parte del gruppo: erano in vena di scherzi, nascondendosi dietro le colonne del locale per poi scappare, evitando così le interviste….
In una situazione di caos totale, a concerto già iniziato con il primo gruppo, riuscire a estorcere una breve intervista a Phil Demmel è stato quasi un miracolo, ma ci siamo riusciti. Per non parlare della confusione in sottofondo. Cacciati dentro uno stanzino spoglio senza mobili senza tavoli, con solo due sedie nel centro. Davanti a me Phil, seduto quasi accasciato sulla sedia con uno sguardo palesemente scocciato ma calmo e gentile. In sottofondo/lontananza si sentivano i Darkest Hour che suonavano e la confusione delle urla dei fan, per non parlare delle vibrazioni delle casse. Per il pochissimo tempo a nostra disposizione abbiamo dovuto fare un’intervista lampo, ma è bastata per estrapolargli qualche risposta breve ma sintetica e chiara.

Contento di suonare qui in Italia?

Sì mi piace molto, è sembre bello passare per l’Italia, il pubblico italiano è diverso dagli altri.

 La musica dei Machine Head è sempre stata in continua evoluzione, ci sono ancora elementi che vorreste incorporare nel vostro sound con i prossimi dischi e se si quali?

In realtà tutto dipende da quando incominciamo a scrivere. Quando scriviamo non siamo in tour o in giro, scriviamo quando siamo a casa nostra, qundi potrei dire che gli elementi esterni sono di fatto ciò che mi circonda, più che la musica.

Il tour di supporto a “The Blackening” è stato incredibilmente lungo, ma già dando uno sguardo alle date europee si può dire che anche questo non sarà da meno. Considerando l’intensità delle vostre esibizioni, è ancora facile dopo tutti questi anni mantenere lo stesso entusiasmo in sede live?

Cioè che rende facile è la reazione dei fan, questo ci rende carichi, ci mantiene sempre energici e ci da la voglia di andare avanti. Sai è sempre difficile organizzare un tour ed è sempre difficile rimanere lontani da casa, però è bello vedere quanto i nostri fan ci amino e quindi continuiamo.

In questo momento la carriera dei Machine Head si può definire in ascesa, con una solida base di fan e una maturità crescente nella cura delle produzioni. Riuscireste ad indicare il punto più alto e quello più basso della vostra carriera?

La parte migliore è il poter suonare con dei musicisti di talento e poter girare il mondo vedendo sempre posti nuovi. La parte più brutta è stare lontano dalla mia famiglia, da mio figlio e dalla mia donna.

Il sound della band è sempre stato caratterizzato da un groove inconfondibile (quasi atipico per alcuni canoni classici del metal), c’è qualche artista all’infuori della scena metal che ha influenzato questo tipo di approccio?

Mmm…… eeeeeee……c’è un chitarrista che mi piace…… ho dimenticato il suo nome…. ma ho visto un suo show l’anno scorso ed è stato uno dei più belli show che abbia mai visto…. una grande performance, canzoni scritte benissimo….. incredibile, non ricordo il suo nome, dovrebbe essere la parte più importante, no?? niente non mi ricordo.

E’ vero che Dave McClain ha registrato le batterie senza click track? Lo si vede nel making del disco, la batteria è ottima ma rimane molto naturale nell’approccio appunto per il fatto che non ha usato il click…

Sì è vero! Ma in realtà è stato fatto apposta, perchè è vero che bisogna essere bravi tecnicamente, però senza click veniva tutto più naturale, ed è effettivamente più bello il suono. A noi piace suonare d’impulso, ci piace suonare così come siamo e ci siamo detti ma sì, non usiamo il click, non siamo malati per la perfezione!

Avete inserito elementi nuovi nel disco, com’è stato inserire elementi come la chitarra classica o l’ensemble di archi? E’ stato difficile adeguarsi al modo di lavorare dei musicisti classici?

In realtà non sono molto lontano dalla cultura classica, la mia donna si ascolta sempre Tchaikovsky… e poi è belo provare nuovi sound, gli archi danno la possibilità di avere più suoni, è un’opportunità che molti musicisti dovrebbero fare, quella di aprirsi a molti generi, si tratta di apertura mentale, molti sono troppo chiusi solo in quello che devono fare.

Come nascono le vostre canzoni? Preferite lavorare separatamente o fare jam in sala prove?

È un mix di tutto quello che hai detto, ci possiamo mettere a un tavolo a ragionare su che tipo di canzone scrivere come anche metterci a suonare per capire se i sound ci piace, cioè, è un lavoro lungo, non abbiamo un nostro metodo, suoniamo e se ci piace, bene.

marcella.fava

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Marcella Fava nasce a Reggio Emilia il 30 aprile 1988. Figlia d’arte, il padre è Antonio Fava, grande scrittore, regista, ma soprattutto attore teatrale e insegnate di Commedia dell’Arte di fama mondiale. La sua prima macchina fotografica è la polaroid di Barbie, all’età di 6 anni, che tutt’ora utilizza per divertimento. Le fotografie vengono fuori di qualità scarsa dati gli anni che ha, ma contengono tanta tenerezza e tanto affetto. Frequenta e si diploma presso il Liceo D’arte “Paolo Toschi” di Parma, a seguire il Centro Sperimentale di Fotografia “Ansel Adams” di Roma fino ad ottenere il Postgraduate Certificate in Professional Studies – Photography presso il Central Saint Martins – College of Art And Design di Londra, specializzandosi in reportage e fotografia analogica. Attualmente è fotografa a tempo pieno con sede a Reggio Emilia (anche se non si nega viaggi reportagistici in girando il mondo) e scatta per Metalus.it da circa 4 anni, unendo insieme alla fotografia l'altra sua grande passione, la musica!

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Machine Head: Live Report della data di Milano

La pubblicazione e gli ottimi responsi di ‘Through The Ashes Of Empires’ hanno restituito parecchia credibilità ai Machine Head che da un paio di settimane ricominciano a saltare sui palchi di mezza Europa. Purtroppo, non arriviamo in tempo per l’esibizione dei Kill II This ed entriamo al Transilvania quando i Machine Head iniziano a suonare. Flynn & co. dal vivo sono esattamente come ce li si immagina: metal (e questo non glielo toglie nessuno) in tutto e per tutto, metal ovunque. La band, comunque, appare in forma e sempre pronta a fare del “kick your ass” una teoria da concretizzare – a maggior ragione – su un palco. Nonostante la resa complessiva del suono risultasse talvolta imprecisa, i Machine Head hanno regalato un discreto show partendo proprio da ‘Imperium’ (primo singolo del loro nuovo lavoro) procedendo poi con ‘Take My Scars’, ‘The Blood, The Sweat, The Tears’, ‘Left Unfinished’ e ancora ‘Ten Ton Hammer’. L’atmosfera si avvicina all’apocalittico soprattutto quando eseguono ‘Descend The Shades Of Night’, e si ritorna a martellare con l’immancabile ‘Davidian’. La band – lo si sapeva già da tempo – durante tutta la performance sembra non disdegnare affatto le adorazioni del pubblico, sempre pronto a lodarli e a rispondere alle incitazioni di un Flynn protagonista della serata. A sorpresa i nostri eseguono ‘Creeping Death’ dei Metallica, divertente ma nulla di più, seguita dalla conclusiva e distruttiva ‘Block’. Sostanzialmente un buon concerto, tutto corrisponde a ciò che il pubblico vuole, un quadretto perfetto preparato per soddisfare sia i nuovi arrivati che coloro i quali seguono i Machine Head fin dagli esordi.

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