Lionville: “A World Of Fools” – Intervista a Stefano Lionetti

Italian Wave of AOR? Se non una vera e propria scena italiana, di sicuro si può parlare di molte band e di molti musicisti di assoluto valore provenienti dal nostro Paese che si sono dedicati con qualità e passione a sonorità AOR, WestCoast, melodic rock. I Lionville, in questo senso, rappresentano una delle punte di diamante: se è vero che il cantante Lars Säfsund italiano non è, lo è decisamente il mastermind Stefano Lionetti, con cui abbiamo fatto una chiacchierata in occasione dell’uscita di “A World Of Fools”, terzo centro su tre.

Complimenti perchè anche stavolta hai e avete fatto un ottimo lavoro: le aspettative erano veramente alte, visto che “II” era uno dei migliori album degli ultimi anni per il genere. Sono passati quasi cinque anni, dopo che invece tra l’esordio e il secondo album ne era trascorso soltanto uno. Come mai?

Ciao Giovanni e grazie per le tue parole! Come prima cosa volevo prendermi una pausa dal precedente lavoro: praticamente tutte le musiche dei Lionville nascono da me e avendo fatto due album così ravvicinati ho ritenuto di dovermi prendere un po’ di tempo per lavorare ai nuovi brani con calma. Inoltre stavo valutando che strada potesse prendere il rapporto con la precedente etichetta. Esaurita l’esperienza con la Avenue Of Allies, per me sarebbe stato un sogno riuscire a proporre i pezzi alla Frontiers e catturare il loro interesse: i contatti con Frontiers, la realizzazione di nuovi demo da proporre e altri dettagli hanno richiesto molto tempo. Ovviamente sapevo che l’attesa avrebbe potuto rappresentare un’arma a doppio taglio, perché chi ha sentito i primi due dischi ed è rimasto soddisfatto si sarebbe aspettato il massimo. Tuttavia questo più che mettermi pressione ha rappresentato uno stimolo a fare sempre meglio.

“A World Of Fools” ha forse un impatto meno immediato di “II”, ma suona molto più profondo e maturo e cresce ascolto dopo ascolto.

Trovo che il nuovo album contenga ancora molti pezzi “immediati”, tuttavia mi fa piacere quello che dici perché solitamente non punto solo al brano orecchiabile e radiofonico al primo impatto. Chiaramente il genere proposto e il mio modo di scrivere racchiudono queste caratteristiche, non scriverei mai cose troppo difficili o poco dirette, ma mi fa piacere che chi ascolta l’album possa riscoprire nuove sfumature durante i successivi ascolti. Infatti ho cercato di arricchire i brani in modo che certi aspetti che all’inizio non noti, ti arrivino dopo: in questo modo l’album non ti stanca subito.

Si sente di più anche il contributo e l’importanza della sezione ritmica e in particolare del basso, cosa che finisce per accentuare anche la vena WestCoast.

Mi fa piacere quello che dici. I ragazzi con cui ho collaborato in passato hanno dato un contributo di assoluto valore ma per quest’album ho coinvolto dei nuovi musicisti anche perché volevo dare un’impronta di band piuttosto che di progetto. Ho quindi contattato Martino Malacrida come batterista, che è un ragazzo giovane ma molto talentuoso: non è il tipico batterista hard rock. Ha studiato alla Berklee College of Music di Boston, ascolta e suona tanti altri generi e credo abbia aggiunto un tocco di classe perché ha un background musicale particolarmente raffinato ed elegante…. Giulio Dagnino è un mio carissimo amico da quando avevo dieci anni, si è messo a disposizione del progetto ed è un bassista molto preciso, che non cerca particolari orpelli e quando aggiunge qualcosa di personale è sempre elegante senza strafare. Ha inoltre offerto un prezioso contributo per quanto riguardo l’audio editing. Anche Michele Cusato è un chitarrista giovane e straordinario, e si è messo al servizio del progetto in modo davvero apprezzabile.

Come scrivi i pezzi?

In maniera molto istintiva, ad esempio faccio una passeggiata sulla spiaggia e mi ritrovo a canticchiare un brano nuovo, pensando già ad armonia e melodia: prendo il cellulare, registro un demo vocale con la melodia e riesco anche in qualche modo a costruire una pseudo parte di basso o qualche ipotesi di arrangiamento, in modo da fissare un’idea. Appena posso poi mi metto al computer imbraccio la chitarra oppure mi metto alla tastiera (anche se ho un po’ le “mani di piombo” ahaha) e inizio a buttare giù il fiume di idee che ho in testa!

Da dove arriva il titolo dell’album?

E’ il titolo di un brano il cui testo è stato scritto da Gianluca Firmo. Ammetto che inizialmente avevo deciso di chiamarlo “III”, sulla falsa riga dei precedenti, invece l’etichetta preferiva avere un titolo vero e proprio: “A World Of Fools” è interessante e di impatto, il significato può essere molto ampio. Il brano ha un testo che parla dell’amore tra due persone, però la frase rimanda ad una serie di accadimenti folli che appartengono al nostro mondo e che spesso non riusciamo a spiegarci. Inoltre io sono psicologo, quindi diciamo che il titolo richiama anche una condizione a me “familiare”…

Tra i pezzi che mi hanno colpito di più ci sono la solare “Show Me The Love” e la più malinconica “Bring Me Back Our Love”.

“Show Me The Love” è anche uno dei miei pezzi preferiti, mi piace molto l’atmosfera: la maggior parte dei miei pezzi nasce da stati d’animo, che traduco poi nella stesura musicale. Io non mi occupo di testi: suggerisco magari ciò di cui si deve parlare oppure canto l’inciso e poi qualcun altro ci costruisce il testo. Per me la parte musicale comunica molto più di tantissime parole e quindi vivo una sovrapposizione forte tra la parte emotiva e la parte musicale. “Show Me The Love” è, sì, un pezzo allegro, però nella strofa c’è quella parte di malinconia che caratterizza l’AOR e i miei pezzi, anche quelli più solari. Quando ho scritto la musica di “Bring Me Back Our Love” – il testo è stato scritto da Bruce Gaitsch e Gianluca Firmo – avevo buttato giù anche delle parole a metà tra il malinconico e l’incazzato, perché un mio collega si era da poco tragicamente suicidato. Non pensavo che qualcuno potesse trovarci l’aspetto malinconico, ma evidentemente traspare. E’ uno dei primissimi pezzi che ho scritto per l’album, tre anni e mezzo fa, e ricordo che avevo in testa quel brutto fatto. Nello stesso periodo ho scritto anche “One More Night”: anche qui credo si possa trovare quell’altalena tra mood positivo e malinconia di sottofondo, questi due aspetti si interfacciano sempre. In quel brano Lars ha fatto un lavoro sui cori straordinario: è incredibile perché io gli fornisco l’impronta, ma lui la arricchisce con qualcosa che avrei voluto pensare e fare io. E tieni conto del fatto che sono un tipo molto pignolo… In più c’è un grande assolo al pianoforte di Alessandro Del Vecchio, e consentimi di sottolineare pure l’apporto di Bruce Gaitsch: il fatto che abbia suonato su tutti e tre gli album, oltre ad essere una persona straordinariamente disponibile, addirittura è lui a ringraziare me per averlo coinvolto nel progetto! Chi lo avrebbe mai detto? Io gli richiedo prevalentemente di fare le chitarre acustiche e secondo me i tre album dei Lionville hanno una loro personalità data oltre che dal songwriting e dagli arrangiamenti, anche dal sound delle sue acustiche.

Un altro pezzo che mi ha colpito molto e che più di altri ricorda i Toto anche per l’ottimo uso delle armonie vocali è “Our Good Goddbye”.

In tutti gli album canto almeno un brano dall’inizio alla fine, e in questo caso dopo essermi consultato con mio fratello ho scelto “Our Good Goodbye”. L’ho scritto ispirandomi ai Toto e a quel mondo musicale, prendendomi un po’ il rischio di essere stucchevole. Non l’ho fatto a tavolino, ma semplicemente perché fa parte delle mie memorie e del mio modo di scrivere. C’è la collaborazione di Herman Furin alle percussioni, le chitarre acustiche sono di Bruce Gaitsch e poi ho chiesto a Lars di inserire delle backing vocals in puro stile Toto: gli avevo dato un’impronta nel demo, con l’idea che lui la ampliasse, e lui ha fatto esattamente quello che avevo in testa e anche meglio, riuscendo a tradurre perfettamente la mia idea per l’arrangiamento vocale. I suoi cori secondo me rendono giustizia ai Toto senza rappresentarne una brutta copia, ha fatto un lavoro straordinario. E’ molto bello anche il testo: in quel periodo sono mancati a due giorni di distanza i nonni di mia moglie, e ho chiesto a Bruce Gaitsch di scrivere un testo in cui una persona che ha perso qualcuno dei propri cari si possa ritrovare.

Oltre a Bruce Gaitsch, ci sono altre importanti collaborazioni da segnalare nell’album?

Cercando di diventare una band, rispetto al primo album si può notare che non c’è più una sfilza di special guest, cosa che inizialmente ha rappresentato per me un’esperienza incredibile. Aver cantato un pezzo con Bill Champlin (“Higher” sul secondo album) per me è stato straordinario, ad esempio… però in questo caso volevo prendere un’altra direzione. Comunque “I Will Wait” l’ho scritta con Robert Säll e lui si è occupato di chitarre e tastiere nel pezzo, poi ci sono Herman Furin e Bruce Gaitsch, più qualche amico come Matteo Minola che suona la batteria in “Living on The Edge” e Sergio Chiappa che suona il piano elettrico in “Our Good Goodbye”.

Qualcuno con cui ti piacerebbe collaborare?

Steve Lukather e Richard Marx! Spontaneamente mi vengono in mente questi. Richard Marx tra l’altro è molto amico di Bruce Gaitsch, ed è stato già stato un sogno poter inserire nel primo album “A World Without Your Love”, ballad straordinaria, scritta da lui. Ma ce ne sono tanti altri…Jay Graydon, Dan Huff… Tutti personaggi minori, eh? ahahaha Oggi con Facebook è molto più facile entrare in contatto con personaggi che non avresti mai immaginato, quindi chissà…

In questi ultimi anni ci sono stati diversi gruppi italiani che si sono cimentati con AOR e hard rock melodico: pensi si possa parlare di una vera e propria “scena”?

Sarebbe bello ci fosse un risveglio del genere a livello internazionale. Al momento come sai i numeri, il ritorno e la notorietà sono molto limitati. Per quel che è uscito finora, credo che gli artisti italiani non abbiano nulla da invidiare a quelli di altri Paesi: questa è già una cosa ottima. La capacità quasi genetica degli italiani di scrivere melodie aiuta: in fondo l’AOR è un’evoluzione di generi molto più semplici, tanti brani dei Lionville con un altro arrangiamento potrebbero diventare pop: alla fine la cosa importante è saper scrivere una melodia forte. Se un brano è bello lo è al di là del genere. Secondo me in Italia è stato fatto molto: all’inizio con Pierpaolo Monti e tutti i suoi progetti, con Alessandro Del Vecchio che è uno dei principali produttori del momento, ma anche con gli Hungryheart che fanno un genere più personale e più rock, con la chitarra di Mario Percudani in evidenza. Ad esempio per l’ultimo album ho collaborato con il tastierista Gianluca Firmo, che ha scritto alcuni testi, e avere un collaboratore italiano con cui interfacciarti è molto importante. La cosa bella che ho riscontrato sia in Italia che all’estero è quell’atteggiamento umile e di disponibilità delle persone che hanno collaborato con me: i più grandi sono i più umili di tutti. Bill Champlin aveva detto a Del Vecchio: “Voi fate la musica di quei tempi là, ma meglio di quelli là!” Bruce Gaitsch mi scrive sempre: “Grazie per avermi coinvolto, è un onore per me”. E’ bello come i “veri” grandi mostrino un atteggiamento di grande disponibilità e mai di supponenza. E l’umiltà non è mai finta come spesso invece accade.

Avete intenzione di fare altre date live oltre al Frontiers Rock Festival?

L’intenzione c’è, dipende dalle disponibilità di tutti. Intanto siamo stati la prima band italiana al Firefest, esperienza incredibile, ora la Frontiers ci ha chiesto di partecipare al prossimo festival, che per me è un sogno. Lì ci saremo ed è un punto di partenza: vediamo che proposte arriveranno e le agende degli altri, ma sicuramente è uno dei miei obiettivi principali!

Grazie per la disponibilità, è stata una bella chiacchierata!

Grazie a te e e a tutti i lettori di Metallus!

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