Last In Line: “Starmaker” – Intervista a Vivian Campbell

Ha qualcosa di surreale questa intervista. Condotta il 13 gennaio 2016, 11 giorni dopo avremo appreso la notizia della scomparsa di Jimmy Bain, bassista di Ronnie James Dio e di questa nuova formazione dei Last In Line. Ma lo show deve continuare e la band sembra intenzionata a guardare avanti. Il nuovo album, “Heavy Crown“, diventa così un tributo al bassista scomparso, che con Vivian Campbell e Vinny Appice andava a riformare la mitica prima formazione della band di Ronnie James Dio, quella di “Holy Diver“, “Sacred Heart” e appunto “Last In Line“, da cui il nome della band. Questo è il resoconto della nostra chiacchierata con Vivian Campbell, mitico chitarrista della band!

Vivian prima di tutto prima di tutto grazie di essere qui su metallus.it e grazie per l’intervista. Partiamo dal nuovo album “Heavy Crown”, che uscirà a febbraio. Puoi darci una breve introduzione?

E’ qualcosa che originariamente non era stato previsto, quando abbiamo iniziato questo progetto. Era solo per divertirsi all’inizio, per suonare con Jimmy Bain e Vinny Appice i brani che scrivemmo e registrammo con Ronnie. Era semplicemente un side project. Ma quando ci è stata data l’opportunità da Frontiers di incidere un album, è cambiato tutto e la prospettiva di qualcosa di più concreto e duraturo si è materializzata. Sono veramente contento che sia successo. E’ stato veramente gioioso e facile il processo di realizzazione dell’album, che è decisamente organico, esattamente con quell’energia del 1982, all’epoca di “Holy Diver”. Si entrava in sala prove e si iniziava a suonare alla grande con Ronnie, tirando fuori idee. E’ stato molto divertente, con un risultato al di sopra delle aspettative.

Il responso finora è stato eccezionale e incoraggiante, quindi non vediamo di portarlo anche dal vivo. Inizieremo la settimana prossima, con i Def Leppard, per cui avrò un doppio impegno. Poi avremo alcune date nel Regno Unito e poi ovviamente il Frontiers Rock Festival in aprile. C’è un sentimento veramente positivo nel suonare con questi ragazzi. E’ poi c’è Andrew Freeman: è veramente un talento. Ha portato sangue fresco e entusiasmo e abbassa l’età media di questi tre vecchietti. Non è assolutamente un clone di Ronnie, non abbiamo mai voluto che cantasse come lui. Ha un approccio molto fresco e nuovo ma ha la stessa passione e intensità di Ronnie. Sono veramente super eccitato e contento.

Possiamo considerare a questo tempo i Last In Line una band a tempo pieno o no?

No direi di no, al momento. Ovviamente ho le mie cose con i Def Leppard, di cui faccio parte da tantissimi anni. E’ stato un anno impegnatissimo con loro e sarà così anche nel 2016, con un nuovo album fuori e un lungo tour negli States. Siamo riusciti a organizzare le date con i Last In Line proprio grazie a una pausa dall’attività dei Leppard. Diciamo che è qualcosa a metà tra una band a tempo pieno e un progetto a part time. E’ iniziato in modo marginale, ma sta acquisendo sempre più importanza e la mia volontà è di farlo crescere e di impegnarmi sempre di più. Anche Andrew è molto impegnato, fa parte dello show “Riding The Rock Vault” a Las Vegas che è il suo lavoro principale. Anche Vinny ha molti altri impegni, tra cui un album (Resurrection Kings) in uscita proprio con Frontiers e tanti altri progetti. Tutti abbiamo diversi impegni, ma siamo tutti concentrati comunque sui Last In Line.

Penso che il 2017 sarà un anno più tranquillo per i Def Leppard quindi ci sarà molto più spazio per noi. E’ divertente perché non è ancora uscito “Heavy Crown” e già non vedo l’ora di iniziare a lavorare sul secondo album della band. Ho già tantissime idee a riguardo, anche in funzione del responso fantastico ottenuto finora.

Penso che l’influenza di quei primi dischi a nome Dio sia abbastanza evidente in “Heavy Crown”. Avete preso ispirazione da quei lavori? E quali altri input avete inserito nel lavoro?

Quando abbiamo iniziato a scrivere, non avevamo un programma preciso, ne indicazioni precise. Ci sono alcuni brani che sono frutto della chimica dei musicisti. Quando iniziammo a lavorare insieme nel 1982, non c’era nulla di pianificato, semplicemente succedeva quello che succedeva.  Vinny Appice ha un modo tutto particolare di suonare la batteria che nessun altro batterista ha; Jimmy Bain ha un tono e uno stile unico e io ho un modo particolare di suonare la chitarra. E’ una combinazione unica che, all’epoca, insieme con la voce di Ronnie, creò il suono originale della band Dio. Essendo fondamentalmente la formazione originale di quei dischi, quando suoniamo il sound è esattamente quello, ma non perché decidiamo di suonare in quel modo. E’ semplicemente la combinazione di noi tre che da vita a quel sound. Andrew ha portato un approccio molto differente e per questo ha portato sangue fresco.

Abbiamo scritto l’album noi tre in sala prove a Los Angeles ma Andrew non sempre poteva partecipare perché appunto vive a Las Vegas. Fondamentalmente registravamo tutto quello che provavamo e poi lo spedivamo a Andrew che ci dava il suo parere e il suo commento sul materiale. Poi finalmente ci siamo trovati tutti in sala prove per suonare insieme. Ma lui ha dato comunque un grande contributo.

Prendi un brano “I Am Revolution”. Quando lo abbiamo scritto e abbiamo suonato la prima demo era molto più simile a un mid-tempo, solo che poi realizzammo che avevamo già sufficienti brani con quell’andamento e struttura. A quel punto è intervenuto Andrew che è molto più influenzato dall’heavy metal e dal thrash e ha risuonato la parte di chitarra in versione più punk e thrash. Così poi è nata la versione finale del brano; non l’avremo fatto così senza di lui. Ha un approccio sicuramente molto più moderno, quindi ne nasce un ibrido perché unisce il sound della band di Dio, con un piglio ed energia sicuramente più moderni.

So che avete registrato l’album con Jeff Pilson. Cosa puoi dirmi di questa fase e del lavoro con lui?

Jeff è stato fantastico, la perfetta combinazione. E’ conosciuto come bassista, ma è anche un eccezionale cantante e pochissimi sanno che è anche un ottimo produttore, con un fantastico studio. Abbiamo registrato in tre sessioni durante il 2015. Fondamentalmente andavamo in sala prove, suonavamo insieme e scrivevamo tre-quattro pezzi e poi andavamo diretti in studio per registrarli con Jeff. Poi magari passava un mese o due e ancora sala prove e poi studio. Abbiamo registrato fondamentalmente live, ho solo rinforzato la chitarra ritmica. Volevamo avere pochissimi overdubs, quindi ci sono solo pochissime parti in più di chitarra. Non volevamo che fosse iper-prodotto. Jeff ha fatto un lavoro ottimo soprattutto con Andrew, anche perché appunto Jeff è anche un cantante, quindi è riuscito a lavorare alla grande con lui.

Il mixing poi è stato curato da Chris Collier che ci ha presentato Jeff stesso. Quando lo abbiamo conosciuto, gli abbiamo suonato i pezzi che avevamo e poi ci siamo raccomandati una cosa: doveva andare a casa e ascoltare “Holy Diver” ancora e ancora e ancora. Volevamo che avesse quel sound, non volevamo che poi l’album venisse massacrato nel mixing e mastering. E’ una cosa che succede spesso ultimamente. Tutti vogliono un sound galattico e si tende a comprimere troppo le tracce ma secondo noi questo più che aggiungere, toglie qualcosa. Non volevamo che fosse troppo compresso, volevamo che avesse una dinamica precisa come gli album degli 80’s. Questa è stata una fase molto importante per noi e penso che abbiamo raggiunto il nostro risultato ed è gran parte merito di Jeff.

Curiosamente, nel 1984, i Dokken aprivano per noi. Quella fu la prima volta che ci incontrammo con Jeff. E’ abbastanza divertente pensare che 30 anni dopo ci siamo ritrovati con Jeff in studio per produrre una band dal nome di Last In Line.

Come hai detto tu prima, in aprile sarete in Italia per il Frontiers Rock Festival, quindi cosa possiamo aspettarci da questo concerto?

Ti dico già che non avremo una grande produzione, non sarà uno spettacolo come fu per i famosi tour di Dio. Semplicemente suoneremo alla grande. Suoneremo almeno 3 nuovi brani da “Heavy Crown” e poi ovviamente ci sarà il repertorio dei Dio. Sicuramente tanti brani da “Holy Diver” e “Last In Line” e giusto uno o due pezzi da “Sacred Heart”, un album a cui siamo sicuramente meno affezionati. Ovviamente siamo molto eccitati di suonare dei nuovi brani.

So che è una domanda a cui avrai già risposto mille volte, ma qual è il tuo ricordo di Ronnie James Dio?

Quello che posso dire di Ronnie è che è stato uno dei migliori cantanti heavy metal di sempre e sicuramente il migliore di quell’epoca. La sua voce, non aveva solo forza, ma soprattutto personalità e uno stile unico, qualcosa che è veramente irriproducibile. Non avrei mai voluto di rimpiazzare la voce di Ronnie, nonostante tutti mi dicessero di cercare una voce simile alla sua. I miei ricordi con Ronnie si concentrano nel periodo dei primi due album, Holy Diver e Last In Line. Quelli sono stati tempi grandiosi. Eravamo veramente uniti, avevamo un legame fantastico come band, con l’obiettivo di dare il massimo e creare il miglior album possibile. Eravamo un vero e proprio team.

Quando invece fummo in studio per “Sacred Heart” a quel punto le cose cambiarono drammaticamente. L’ex-moglie di Ronnie prese in mano la band e voleva che fondamentalmente diventasse un progetto solista di Ronnie, come stava facendo Ozzy Osbourne. Ma non era la volontà iniziale di Ronnie sicuramente. C’erano molti problemi tra lui e Wendy e questo influenzò l’intero progetto. Furono tempi decisamente oscuri e questo si sente nell’album che non raggiunse minimamente il livello dei primi due. Ma mi piace ricordare Ronnie per i primi tempi, quando c’era gioia e unità.

Parlando di altre cose, da poco con i Def Leppard avete pubblicato un nuovo album omonimo. Vi vedremo ancora prima o poi in Italia?



Questo è completamente fuori dal mio potere decisionale purtroppo. Non ho nessun potere nei Leppard per decidere qualcosa riguardo all’itinerario del tour. Ma sono d’accordo sul fatto che ci sono tantissimi posti in cui non suoniamo da tantissimo tempo ed è un vero peccato. Vorrei tanto suonare ancora in Italia, Spagna, Svizzera, Olanda e tanti altri.

Infine una domanda riguardo al tuo stato di salute. Come procede la tua battaglia contro il cancro?

Sono tre anni che combatto questa malattia. All’inizio ero abbastanza ingenuo a riguardo. Dopo il primo ciclo di chemio i dottori mi dissero che il cancro era scomparso e che ero in fase di remissione. Ero molto felice perché potevo tornare alla mia vita. Ma poi il cancro è tornato e quindi ho ricominciato la chemio e ho effettuato un auto trapianto di cellule. Pensavo a quel punto di averlo sconfitto, ma invece è tornato nel maggio scorso. Non sono rassegnato, ma so che a questo punto potrebbe essere una cosa con cui dovrò vivere per il resto della mia vita. E’ uno di quei cambiamenti che succedono. In questa fase non è comunque un cancro mortale perché sono stato fortunato ad averlo individuato in tempo. Posso gestire la malattia. Attualmente sto seguendo una terapia più leggera che mi permette di lavorare e tenere sotto controllo il tumore. Devo fare queste sedute ogni tre settimane a Los Angeles quindi devo tornare li ogni tre settimane. Posso continuare questo trattamento per altri 18 mesi, poi dovrò fare qualcos’altro.

Ok Vivian, grazie mille e in bocca al lupo per la tua guarigione. Puoi concludere l’intervista con un  messaggio per i tuoi fan!

Non vedo l’ora di suonare in Italia in aprile, siamo veramente grati per l’entusiasmo che ci state regalando. Ci vediamo prestissimo.

Last In Line

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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