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Labyrinth: “Architecture Of God” – Intervista a Olaf Thorsen e Roberto Tiranti

The boys are back in town. Esce il prossimo 21 aprile, dopo un silenzio lungo sette anni, “Architecture of God“, nuovo disco dei Labyrinth. E il ritorno dei nostri è da applausi, grazie a un album maturo e affascinante che riporta la band a livelli qualitativi davvero alti. È tempo per i Labyrinth di riprendersi quel ruolo di capifila che, per esperienza e valore, gli spetta di diritto. L’occasione è importante e noi di Metallus.it abbiamo avuto modo di conversare con due dei tre mastermind del gruppo, Olaf Thorsen [chitarrista] e Roberto Tiranti [cantante].
 
Signore e signori, i Labyrinth!
Ciao ragazzi, bentornati e benvenuti su Metallus.it. Partiamo subito parlando del vostro ritorno discografico, quell’ “Architecture Of God” che arriverà il prossimo 21 aprile. Nel momento in cui vi siete ritrovati a dover comporre un nuovo album dei Layrinth qual è stato il vostro approccio?
Olaf: Posso dirti che io e Andrea [Cantarelli, chitarrista e altro membro storico della band, NdR] nel momento in cui ci siamo ritrovati a dover comporre un brano dei Labyrinth, abbiamo deciso di utilizzare il nostro vecchio metodo di composizione. In particolare, ci siamo lanciati subito alla ricerca del riff che potesse funzionare subito e con pochi arrangiamenti. Spesso con l’età i musicisti tendono a lavorare troppo di mestiere, riuscendo proprio con gli arrangiamenti a sopperire alla creatività. A questo giro abbiamo deciso di tornare a lavorare come ai tempi di “Return To Heaven Denied“, scegliendo tra il materiale composto solo quello che ci convinceva già solo con due chitarre. E poi, a questo punto, entra in gioco Roberto.
Roberto: I pezzi che funzionano già solo con chitarra e voce, sono sempre i migliori. E in questo caso è successo. Ho ricevuto dai ragazzi dei brani in cui erano presenti dei riff e l’ossatura stessa del pezzo su cui io non ho fatto altro che inserire delle melodie, confrontandomi con loro, e in maniera abbastanza semplice sono usciti questi pezzi.
Il disco, come evidenziato già in sede di recensione, presenta una qualità elevata in ogni suo brano. Considerando che sono passati circa sette anni dalla vostra ultima prova sulla lunga distanza, e tenendo presenti tutte le altre esperienze che vi hanno visti coinvolti, la curiosità nasce proprio intorno al metodo compositivo utilizzato per ritrovare quella freschezza e brillantezza tipica di un disco dei Labyrinth.
Roberto: Lo so che potrà sembrare banale, ma nel nostro caso ci siamo ritrovati io, Olaf e Andrea a comporre dopo così tanti anni e tutto è stato così naturale e spontaneo, come se non avessimo mai smesso. E questa la nostra forza!
Olaf: Concordo, concordo assolutamente. Sarebbe opportuno che anche altre band facciano come noi, e realizzino dischi solo quando è il momento di farlo! [Ride, NdR] Ovviamente ci tengo a precisare una cosa. La realizzazione di questo disco non è stata così semplice come può trasparire dalle nostre parole. Il processo è stato comunque complesso e, dopo le linee melodiche di Roberto, è intervenuto anche Oleg [Smirnoff, tastierista, NdR]. I suoi interventi sono giunti solo al termine, dopo che aveva ben compreso le dinamiche tra noi.
Roberto: Ci conosciamo da tanto anni, sappiamo benissimo cosa chiedere l’uno all’altro. Sapevamo che il disco doveva avere l’impronta tipica della band, e abbiamo lavorato in quella direzione.
Le tastiere sono un elemento sicuramente forte e presente in questi brani, che risaltano nello splendido affresco musicale che è “Architecture of God”.
Olaf: Guarda, conosco Oleg da tanti anni e ho già avuto modo di suonare con lui. È un tastierista particolare, che non usa pattern, e che spesso, durante un brano, preferisce non suonare e utilizzare solo suoni ficcanti in determinati punti. Non sto qui a fare classifiche che lasciano il tempo che trovano e, magari, potrebbero offendere qualcuno ma Oleg è uno dei più grandi artisti in circolazione, non tanto per l’aspetto tecnico quanto per la capacità di inserirsi in un brano con suoni indovinati e funzionali allo sviluppo dello stesso.


Parlando ancora del disco, è evidente un ritorno alle “origini” con brani che riportano alla mente le atmosfere di “Return To Heaven Denied” più di quanto non abbia fatto “A Midnight Autumn Dream” nel 2010. È una scelta voluto oppure è nato tutto in maniera spontanea?

Olaf: Nel momento in cui abbiamo deciso di tornare a comporre insieme, non ci siamo prefissati una direzione precisa. È venuto tutto molto spontaneo. Hai citato due dischi cui siamo molto legati. In particolare io reputo “Return To Heaven Denied part 2” un disco davvero ottimo, di assoluto valore, al quale mi sento legato profondamente. L’aspetto che sicuramente è migliorato è la produzione, e questo ti permetti di apprezzare meglio le singole canzoni. Quel disco, poi, aveva una genesi particolare: erano anni che ci chiedevano un disco che riprendesse le sonorità di “Return part 1” e abbiamo provato a scrivere un disco che fosse una continuazione del precedente. Sono convinto che se quel disco fosse uscito dopo “Sons Of Thunder” magari ora saremo qui a parlare di un altro capolavoro.
Una cosa che sicuramente lega “Architecture Of God” a “Return To Heaven Denied” è la spontaneità, la volontà di suonare solo ciò che ci piaceva e la consapevolezza che tornare dopo sette anni con una “scorreggia” non avrebbe avuto senso. In studio si è ricreata quella magia che spesso in altre occasione è mancata e alla quale sopperisci con l’esperienza di cui ti dicevo prima.
Roberto: Non posso che sottoscrivere le parole di Olaf e sottolineare la magia che si avvertiva nella realizzazione. Ci sono tre elementi nuovi e abbiamo dato carta bianca a ognuno di loro nell’apportare il loro contributo. Questo è il risultato quando sei persone danno il 200% nel perseguire lo stesso obiettivo.
Olaf: Abbiamo evitato di ripetere, come spesso succede in questi casi, “abbiamo realizzato il nostro miglior disco”. Noi siamo coscienti che “Architecture Of God” è un ottimo disco e se non vi piace nemmeno questo…[Ride, Ndr]
Come mai la scelta di un titolo così evocativo e in che modo è nata la bella copertina di “Architecture Of God”? Guardandola mi ha riportato alla mente un libro come “I Pilastri della Terra”di Ken Follett, con la cattedrale gotica in primo piano e il vostro logo al posto del rosone. Cosa potete dirci?
Olaf: È stato un bel parto per entrambi, devo essere sincero. Allora, appena abbiamo iniziato a lavorarci su abbiamo subito scartato “Return To Heaven Denied parte terza” [Ride, NdR] per i motivi che puoi immaginare. In realtà abbiamo cercato qualcosa che facesse effetto, un qualcosa che potesse riportare alla mente il concetto di ritorno. E architettura di dio trasmette l’idea della nostra musica, del nostro nuovo disco. Non c’è alcun significato cristiano, non è il dio religioso che si può immaginare.
Roberto: Il disco è legato a un personaggio storico, Leonardo Da Vinci, il quale si è interrogato lui stesso sull’architettura di Dio. E nella title track approfondiamo l’introspezione dello stesso artista su questo concetto, inquadrandola sia dal suo punto di vista giovane che da quello di persona anziana. Il testo è di Olaf ed è davvero bello.
Olaf: Noi siamo molto legati all’Italia, alla nostra arte e il nostro passato. “Architecture Of God” vuole sottolineare proprio questa componente patriottica sottolineando, attraverso la scelta di questa copertina, questo legame e il richiamo a Leonardo, personaggio che non ha eguali.
Roberto: Riprendendo la tua citazione del libro, tra l’altro uno dei miei preferiti, no, non c’è alcun richiamo. Anche se devo segnalare che Davide Nadalina, che ha realizzato la cover dell’album, lavora tantissimo nell’editoria. Magari può esserci un legame tra le due copertine, chissà che non sia opera sua anche quella del libro.


Passano gli anni ed ecco la cover di un altro pezzo dance, “Children” di Robert Miles. Dopo “Feel” e “Vertigo”, come nasce quest’ennesimo riuscito esperimento?

Olaf: Inizialmente erano un po’ tutti spiazzati da questa scelta, in primis lo stesso Oleg il quale la pensava in chiave dance e non, come noi, riarrangianta nel nostro stile. Anche la Frontiers Records, nostra casa discografica, si era riservata la scelta di valutarla una volta conclusa. Noi l’abbiamo apprezzato tantissimo e poi, io credo che quando un pezzo è bello, è bello in ogni versione. “Children” è un brano conosciuto, che appartiene a un altro mondo in maniera quasi provocatoria, che noi ci siamo divertiti a trasformare in un nostro brano, che suoni Labyrinth al 100%.
Scorrendo la tracklist non possiamo non notare la presenza del concetto dell’essere ancora vivi, presenti, sopravvissuti. C’è un filo che lega i singoli brani oppure sono tutti slegati tra loro?
Roberto: Non abbiamo creato un concept, lasciandomi trasportare dall’atmosfera di ogni brano. In alcuni brani si parla di noi e della nostra storia. Sono presenti riferimenti al fatto che siamo tornati, che vogliamo farlo in una certa maniera. Alla fine ogni testo ha una storia a sé stante sebbene in una fase embrionale io e Olaf ci siamo confrontati sul fatto che il disco potesse sviluppare un concept proprio su Leonardo. La soluzione si presentava non semplice e un po’  troppo pretenziosa e, a quel punto, abbiamo deciso di tornare a scrivere brani che l’ascoltatore possa estrapolare dal contesto e interpretarli singolarmente. Sono testi che parlano di un percorso, parlano di noi e della nostra storia.
“Architecture Of God” rappresenta il vostro ritorno sulla scena. Un fan della band cosa deve aspettarsi per il futuro?
Olaf: Molto lo decideranno proprio i fan, ma anche i giornali, la casa discografica e poi, ovviamente, noi. Non siamo un band che era morta, i cui membri non si parlavano più o che non andava d’accordo. Io e Roberto ci siamo ritrovati in giro sui palchi a suonare cover senza nemmeno provare, che sia chiaro questo. E capisco che spesso si vogliano strumentalizzare certi scioglimenti o allontanamenti. Noi siamo così, quando riteniamo di non avere qualcosa di valido per le mani preferiamo non comporre nulla e dedicarci ad altri progetti. Dopo si ritorna a casa con un bagaglio di esperienza maggiore e si lavora per lo stesso obiettivo. Tutto qui. Pensa che molti di questi brani che oggi vengono definiti capolavori fanno parte di demo registrate in questi anni di “silenzio” che molti hanno bocciato, che non sono stati accolti con lo stesso calore. Forse nemmeno noi all’epoca eravamo troppo entusiasti della riuscita di questi brani. Proprio per questo ci siamo presi un pausa. E ora, posso dirti, è tornata quella magia che prima non c’era. Abbiamo avuto il coraggio di fermarci e non pubblicare un disco tanto per.
Che tipo di attività di supporto al disco avete o state programmando? Quali e quanti live avete già programmato?
Roberto: È inutile dirti che molto dipenderà da come il disco sarà accolto, dall’entusiasmo delle recensioni e della gente che deciderà di acquistare il nostro album. C’è una grande aspettativa su questo album e vedremo quello che riusciremo a vendere. Questo non significa che non suoneremo se il disco non venderà, assolutamente. Stiamo già programmando delle date estive: il 3 giugno saremo a Roma, il 7 giugno all’Alcatrazz di Milano insieme ai Rhapsody e agli Epica. Altro è ancora in ballo, in attesa di definizione e non ne possiamo ancora parlare.
Olaf: Inoltre, voglio aggiungere, che, almeno per ora, abbiamo messo in stand-by alcune date proprio per scegliere con accuratezza dove e quando suonare. Non vogliamo ridurci a diventare la cover band di noi stessi, non voglio trovarmi a suonare sempre gli stessi brani che vuole la gente, penalizzando la storia della band e quello che abbiamo appena realizzato. Vogliamo, invece, realizzare uno show in cui i brani di “Architecture Of God” abbia il suo peso, uno spettacolo che sia incentrato su quest’album.
Roberto: E che non trascuri dischi come “No Limits” o “Labyrinth“.
Parlavamo di mercato discografico e di produzione di nuovi dischi. Com’è cambiata la scena dagli anni ’90 a oggi? Come può una band come i Labyrinth relazionarsi con dinamiche diverse rispetto agli esordi?
Roberto: Il problema grosso oggi è che c’è troppa carne a cuocere, una presenza massiccia di tante band che sta portando alla scomparsa delle idee. Questo è dovuto anche alla disponibilità immediata di strumentazioni che in passato costavano un rene. Un tempo i mezzi erano inferiori, ma c’era più cura e sensibilità, e non voglio essere esagerato con questa mia dichiarazione. I Labyrinth rischiano di finire in questo recipiente, in cui quello che una volta era un demo diventa un debut album, cui segue il tour mondiale, per poi scomparire. Prima ci si concentrava sulla musica, oggi più sulla presentazione del prodotto e meno sui contenuti.
Olaf: Io credo che la situazione degli anni ’90 sia più bella di quella attuale. Ma non perché il passato sia migliore del presente, ma perché oggettivamente prima si pensava più alla musica e al divertimento collegato a differenza di pensare solo a presentare un prodotto impeccabile. Questo disco, come ti dicevo prima, sta ricevendo responsi entusiastici e molta gente benedice il ritorno della poesia, della magia contenuta in queste composizioni. A questo punto mi chiedo: non è che siete voi ad aver perso quella magia? Noi siamo gente che è qui da venti anni, che suona e si diverte ancora come si faceva venti anni fa. Ecco oggi si è persa questa magia, tipica di band che a distanza di tanti anni è ancora in giro.
In chiusura una domanda che, alla luce della bellezza di un disco come “Architecture of God”, non posso esimermi dal fare. Se penso a voi penso a un calciatore con Roberto Baggio, talento cristallino, amato da tutti ma che non ha vinto quanto magari avrebbe meritato. C’è un momento che guardate con rimpianto perché ha determinato in maniera negativa la vostra carriera? 
Olaf: Io non rimpiango nulla. Nella vita si può sempre fare di più ma se ragioniamo così saremo degli eterni sfigati. Io so che nel 2017 c’è gente che ci invita a suonare a Milano dove ci sarà gente che viene dal Brasile, Giappone, Russa e Polonia solo per sentirci suonare. Tutti ci riempiono d’affetto, abbiamo realizzato un disco (Return To Heaven Denied) che anche chi non segue il nostro genere cita come essenziale. Quindi, di cosa dovrei lamentarmi? Forse di non aver fatto i miliardi, ma di musica vivo e ho continuato a vivere. Non saremo diventati i Pink Floyd o i Rolling Stones, ma nella vita bisogna sapersi accontentare e accettare il fatto che non abbiamo fatto di più perché non potevamo fare di più. Considerando il nostro paese e la nostra condizione di partenza, abbiamo fatto cose che altri si sognano. Noi abbiamo sempre dato il massimo, al netto dell’assenza di un manager, di un’etichetta discografica strutturata bene eccetera. Tieni presente che “Sons Of Thunder” è entrato nella Top 20 di TV, Sorrisi e Canzoni, non propriamente una rivista Metal e che a Top Of The Pops hanno inserito ben 5 compilation in classifica per non farci esibire il sabato in Rai. Quindi di cosa dovrei lamentarmi?
Roberto: Col senno di poi sappiamo come e dove sono finiti in tanti. Spesso mi faccio molte domande, mi interrogo sui miei errori, l’aver perso determinati treni. Ma, alla fine, mi interessa poco perché oggi sono ancora qui, a presentare un nuovo disco. Dobbiamo guardare al presente, a ciò che abbiamo, che è un prodotto notevole.
Ragazzi, grazie davvero per il tempo e la disponibilità.

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. dandan

    ha Top Of The Pops
    l’italiano no?

    Reply
  2. Paolo Bertani

    Grande Band, graditissimo ritorno, cercherò di andarli a rivedere livello dopo tanti troppi anni.
    Super!
    Ps: disco acquistato, cd originale, per dare il mio piccolo contributo a chi ci mette il proprio sangue Italico!

    Reply

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