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Kadavar: “Into The Wormhole” – Intervista a Tiger

Fra i gruppi che hanno movimentato negli ultimi anni il filone più classico dell’hard rock, di sicuro i Kadavar meritano un posto d’onore: il loro recupero di certe sonorità mai sopite è vigoroso e anche l’ultimo “Rough Times”, uscito per Nuclear Blast Records, ha mostrato le capacità del combo teutonico nel trattare la materia con lo spirito necessario. Il batterista Tiger (al secolo Christoph Bartelt) si è dimostrato un gradevolissimo interlocutore di una telefonata nel quale sono stati approfonditi vari temi…

 Ciao Tiger! Benvenuto su Metallus.it. Come stai?

Ciao e grazie mille! È un piacere per me. Tutto bene, sono qui a casa sul mio letto, il miglior punto per il wi-fi (ride): sono appena tornato dalle prove giornaliere che ultimamente stiamo facendo per essere pronti al tour. Pensa che dopo questa intervista mi trovo nuovamente col gruppo per fare le riprese di un nuovo video, nella fattispecie “Tribulation Nation”

Allora prenderei proprio spunto da “Tribulation Nation” per parlare di “Rough Times”: innanzitutto complimenti per questo nuovo lavoro ricco di diverse sfumature e come mai questo titolo e la scelta di questo artwork particolare?

La copertina è strettamente collegata al titolo… Durante il tour del 2016 abbiamo cominciato a pensare a questo disco e con questo intendo se fare un concept o meno: io e Lupus (chitarra e voce) alla fine eravamo concordi nel pensare di tracciare un disegno sullo stato attuale del mondo, magari esprimendo il nostro pensieri riguardo temi politici e sociali ma anche un punto di vista riguardante le nostre storie personali rispetto a tutto ciò che ci sta intorno. Ecco, la copertina di “Rough Times” è una metafora visiva di ciò che sentiamo: un bambino, con una cicatrice sul cuore che forse è stato tirato via -chissà?-, una cosa grottesca ma che rappresenta con forza il mondo fottuto in cui viviamo e al quale i bambini che nascono si devono abituare, che lo vogliano o meno. Un’immagine molto potente.

Quali sono le differenze principali fra “Rough Times” e il vostro precedente lavoro, “Berlin”?

Siamo molto soddisfatti di questo CD, perchè le canzoni sono molto fedeli a ciò che volevamo esprimere al 100%: in “Berlin” è stato simile ma qui il mood è diverso e tutto risulta più preciso anche a noi sotto ogni punto di vista. Lo spirito che ha contribuito a far nascere l’album precedente nella primavera del 2015 era positivo, mentre adesso è giunto il tempo di esprimere la nostra insoddisfazione per ciò che vediamo e viviamo: una differenza molto grande. Anche tecnicamente ci sono grandi differenze perchp siamo tornati ad autoprodurci: “Berlin” era l’album perfetto da produrre in un grande studio con un vero e proprio sound engineer, anche se lo studio era pieno di strumentazione vintage. Per “Rough Times” sono tornato a produrre e mixare il tutto come all’inizio della carriera ed è stata una decisione di comune accordo con gli altri membri del gruppo, forse per metterci ancora di più qualcosa di personale da parte della band anche perchè ognuno dei membri ha idee ben precise su come devono suonare i Kadavar e stavolta abbiamo centrato in pieno il risultato, ovvero materializzare la nostra idea di suono finale. Il nostro primo disco è del 2012 e per molte persone è quello che suona più vero e “più Kadavar” degli altri, ma trovo che vada contestualizzata questa affermazione: sono passati cinque anni, non ci siamo comunque di certo fossilizzati e il suono di quel CD non si può cambiare ma penso che per quel che riguarda la band il nuovo lavoro rappresenti totalmente i Kadavar nel 2017 sotto ogni punto di vista.

Parliamo di alcune tracce: la title track, “Rough Times”, sembra quasi una confessione di chi vive come vuole e se ne cura poco del giudizio degli altri…

Ci sono tante chiavi di lettura per questa canzone: innanzitutto è una canzone d’apertura e una title track quindi deve essere diretta e colpirti in faccia, poi è un’introduzione al disco per far capire i temi generali dei quali abbiamo parlato prima. È pazzo pensare che la gente si ammazzi di lavoro per comprarsi l’ultimo gadget tecnologico e trascurando il tempo prezioso che potrebbe dedicare ad altre persone, però purtroppo la maggior parte di noi predica bene e razzola male… Questa cosa mi disturba molto, non voglio vivere così…

“Skeleton Blues” e “Vampires” prendono una piega più blues e orrorifica, a partire dai titoli: è un tributo ai film di genere anni ’70?

Dal titolo in effetti sembrerebbero ricalcare i temi dell’horror inteso come cose che ti spaventano: “Skeleton Blues” riguarda la paura di perdere l’energia necessaria per vivere, la metafora di un corpo senza carne ma solo di ossa, svuotato di tutto… “Vampires” invece usa l’immagine della creatura soprannaturale per esprimere il concetto di paura per le cose che succedono durante il giorno, scegliendo di vivere di notte: la paura di come sta andando la politica al di fuori dell’Europa, quando vedi la guerra ovunque, sui giornali, in tv. Viviamo in un paese ricco ma il pensiero a quello che succede a poche miglia di distanza da noi è sempre presente e sarebbe molto ipocrita fare finta di niente distogliendo lo sguardo…

“You Found The Best In Me”: è una canzone molto classica, sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista del testo. Ecco, vorrei chiederti chi ha trovato il meglio in te e qual è la cosa migliore in te?

Posso solo improvvisare perchè non ho scritto io il testo… Ovviamente è una canzone d’amore: non si può stare sempre insieme ma quando si riesce a passare del tempo vicini è stupendo: vivere a distanza non è facile e l’amore tira fuori il meglio di ognuno come in queto momento mia figlia che, senti, sta piangendo… Cosa è la mia cosa migliore? Ah, questo proprio non lo so, dovresti chiederlo ad altri (ride)…

“Tribulation Nation” è una canzone più politica: cosa puoi dirci di questa canzone e del relativo video?

Questo è il terzo video, i primi due sono stati quelli di “Die Baby Die” e “Into The Wormhole”: questo sarà l’ultimo video per promuovere “Rough Times” e penso che siamo riusciti a concentrare le idee principali del disco in questi tre “brani visivi”, anche se questo non vuol dire che non faremo altri video per brani tratti dal quest’ultima prova. Lupus ha lavorato su “Die Baby Die” ma avevamo anche un ottimo regista; la stessa cosa la ho fatta io per “Into The Wormhole”, per la quale sono andato in macchina fino a Parigi per seguire il tutto. Adesso per quest’ultimo video abbiamo fatto tutto in casa, anche con la ragazza di Lupus che ci ha aiutato per le riprese: tutto molto bello ed interessante ma adesso è giunta l’ora di tornare on the road per suonare dal vivo, che è la nostra dimensione migliore.

“Die Baby Die” è probabilmente uno dei vostri pezzi più melodici e vorremmo sapere da dove nasce.

Per noi la musica garage è sempre stata molto importante, così come il doom, il metal ed il rock classico: volevamo dare il giusto tributo alla garage con un pezzo che vi si accostasse anche dal punto di vista del sound ed è nata “Die Baby Die”, col basso a trainare il tutto in maniera preponderante mentre la chitarra è più in stile shredding e la ritmica è tipicamente garage… Questa è una cosa che non avevamo mai provato prima e ci piace sperimentare, come in “A L’Ombre Du Temps”, pezzo finale di “Rough Times”, qualcosa di totalmente diverso da ogni cosa che abbiamo mai fatto: all’inizio era in lingua inglese ma agli altri ragazzi non piaceva l’idea di questo brano quando gliela ho presentata. Sinceramente ho insistito perchè ero convinto della bontà della cosa anche se a quel punto ho pensato di dover cambiar qualcosa, visto il feedback di Lupus e Dragon (basso), quindi la soluzione era farla cantare in francese! Alla fine deriva anche dal fatto che l’ultima canzone dell’album precedente era in tedesco: stessa linea di pensiero ma lingua diversa!

Cosa puoi dirci del tour?

Purtroppo per ora non riusciremo a venire in Italia… Adoriamo l’Italia ma a volte è difficile riuscire ad incastrare tutto ogni volta per un tour: spero che riusciremo a tornare presto da voi…

Ok Tiger! Grazie mille di tutto e puoi lasciare un messaggio ai nostri lettori!

Grazie mille a te, a Metallus.it e ai fan italiani. Spero vi piaccia “Rough Times” e che continuiate a seguire i Kadavar: stiamo lavorando per tornare presto da voi e ci scusiamo per non essere la momento “programmati” per l’Italia! Grazie! Ciaoooooo.

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