Joel Hoekstra’s 13: “Dying To Live” – Intervista all’artista

Attivo da anni con una lunga carriera che lo ha visto prendere parte a molte band, il chitarrista Joel Hoekstra è un artista di grande livello, un chitarrista di grande creatività e una persona che ha decisamente qualcosa da dire. Il suo nuovo progetto, i Joel Hoekstra’s 13, pubblicato da Frontiers Music, si candida ad essere una delle migliori uscite dell’anno per quanto riguarda il melodic rock. Ecco che cosa ci ha detto l’ex chitarrista dei Night Ranger, ora in forze anche presso i Whitesnake, a proposito della recente uscita. 

Prima di tutto, potresti dare ai nostri lettori una breve introduzione per questo tuo nuovo progetto?

Il progetto si chiama Joel Hoekstra’s 13, mentre l’album si intitola “Dying To Live” e verrà pubblicato il 16 ottobre in tutto il mondo per Frontiers Records, ma si può già acquistare su Amazon e iTunes. Utilizzando il preorder si potranno avere subito i primi tre singoli gratuitamente. Il motivo per cui il progetto Joel Hoekstra’s 13 è nato è perché io ho già pubblicato tre album solisti, principalmente album strumentali di chitarra. Siccome i miei fan mi conoscono anche per la mia attività nei Night Rnger, nello show Rock Of Ages, nella Trans – Siberian Orchestra e naturalmente nei Whitesnake, ho ricevuto molte richieste per un album che corrispondesse maggiormente al genere del rock melodico. Ed eccolo qua, questo è l’album. Sono riuscito a metterlo insieme nello scorso anno, ho un gruppo meraviglioso di amici che mi hanno aiutato a mettere insieme i brani. Mi sono occupato io di tutta la parte di scrittura, e vorrei dire ancora che si tratta di un album di rock melodico, il che è stato anche un dilemma per me, perché questo album suona come se si trattasse di una band vera e propria, anche se, siccome mi sono occupato io di tutta la scrittura, non sarebbe giusto parlare di una band. Per questo ho dato al progetto il nome di Joel Hoekstra’s 13, ho pensato che fosse la cosa più appropriata da fare.

Qual è il significato del titolo dell’album, “Dying To Live”?

Non si può parlare proprio di un concept album, ma i testi hanno un tema in comune, che è quello di superare gli ostacoli della vita per raggiungere quello che vuoi essere veramente. Penso che tutti noi abbiamo dei problemi in noi stessi, che combattiamo tutti i giorni per diventare le persone che vogliamo essere, e questo album parla di questi problemi.

Credo che uno dei punti di forza dell’album sia che è composto da diversi stili di hard rock, rock melodico, AOR, e anche se ci sono influenze più moderne, c’è molto della musica degli anni ’80 e ’90; che cosa pensi di tutti questo misto di stili, e come descriveresti questa fusione di stili?

Penso che l’album sia essenzialmente composto da brani di rock melodico. Ci sono anche suoni diversi, ma credo che il fatto di avere gli stessi musicisti che suonano in tutto l’album, e il fatto che tutti abbiano usato i medesimi strumenti, abbia fatto in modo che il sound coincidesse. In realtà, ho sempre preferito album con un po’ di diversità al loro interno, ad esempio “Houses Of The Holy” dei Led Zeppelin, dove una band può rappresentare diversi stili. Il fatto di avere dodici brani tutti del medesimo stile in un album mi farebbe annoiare: a quel punto basterebbe pubblicare un brano soltanto. Quindi mi piace avere delle diversità, ma mi piace che siano tutte all’interno di un flusso sonoro comune, e penso di essere riuscito a farlo.

Che cosa mi puoi dire del brano “Never Say Never”, che per inciso è anche il mio pezzo preferito dell’album?

Esatto, questo è uno dei brani che metterei dentro la categoria dei brani hard rock a tutti gli effetti, un inno con un gran ritornello. Il testo è un po’ quello che ci potremmo aspettare, sull’avere fede nel fatto che supereremo i nostri ostacoli, come dicevamo prima, quindi, qualunque sia la cosa contro cui stiamo combattendo, non dobbiamo mai perdere la speranza di superarla.

Parlando invece dei brani “Changes” e “Long For The Days”, penso che ci siano molti legami con i Foreigner; dato che so che hai suonato con loro, in che modo questa band ha influenzato il tuo songwriting?

Sì, mi sono sempre piaciuti i Foreigner. Non ci trovo molte loro influenze in “Long For The Days”; forse sarà per il bridge. Secondo me quel brano è più influenzato da band come Rainbow e Led Zeppelin, mentre per quanto riguarda “Changes”, c’è l’influenza di Russell Allen, che ha scritto il brano insieme a me e gli ha dato un’impronta un po’ più blues. Questo è l’unico brano dell’album che ho scritto insieme a qualcun altro. Russell ha dato un’impronta più sexy, più blues, al brano. Credo comunque che ci siano diverse influenze dei Foreigner nell’album, anche la progressione del brano è molto simile alle loro.

Anche la band con cui hai inciso l’album è grande, considerando che ci suonano musicisti come Derek Sherinian e Jeff Scott Soto. Come ti sei trovato a lavorare insieme a simili talenti?

Non posso non ringraziare questi ragazzi per avermi aiutato. Avevo appena finito di registrare un album con Tony Franklin, e gli ho chiesto se avesse un batterista da consigliarmi per il mio album, e lui mi ha suggerito Vinnie Appice. Da lì è partito tutto. Stavamo cercando un cantante, e Russell Allen aveva appena iniziato a collaborare con la Trans – Siberian Orchestra, e quando l’ho saputo ho pensato che lui era quello giusto. Dopo che lui si è occupato della prima metà dell’album, ho pensato di chiedere un favore al mio amico Jeff Scott Soto, che forse era anche sovra qualificato per essere un semplice corista. Jeff ha cantato così bene che, quando è diventato chiaro che questo album sarebbe stato un progetto a sé, ci sarebbe voluto un secondo cantante per dare un po’ di diversità anche nelle voci, in sostanza per portare un po’ più di divertimento alla festa. Jeff quindi canta in modo meraviglioso nella seconda metà dell’album, anche se i suoi brani non sono tutti in ordine: ci sono due brani cantati da Russell, uno da Jeff, e così via. Mi sento molto onorato per il fatto di avere avuto due dei migliori cantanti rock di oggi su questo album. Per quanto riguarda le tastiere, mi sono reso conto che ce n’era bisogno in un paio di punti perché facessero da collante, e Derek Sherinian ha fatto un lavoro fenomenale. Tutto quello che ha suonato aveva il sound giusto, era la parte perfetta, è stato veramente la ciliegina sulla torta.

Avete registrato l’album tutti assieme o in sessioni differenti?

Abbiamo registrato tutto separatamente, tranne che per le parti vocali registrate da Russell, in cui io ero con lui. Nella mia esperienza, anche come session man, mi sono reso conto che spesso riesci a dare il meglio di te quando lavori da solo, perché c’è molta autoconsapevolezza, puoi suonare molte tracce e provare cose differenti, senza sentire la pressione di tutti che ti guardano. Personalmente preferisco quando tutti possono registrare per conto proprio, perché penso che questo aiuti tutti a tirare fuori quello che vogliono veramente suonare. questo è stato il mio stile quando ho suonato con musicisti come Vinnie Appice e Tony Franklin, riuscivo a tirare fuori il meglio di me. Lo stesso è successo nel nuovo album perché, anche se tutti hanno suonato bene, penso che ciascuno abbia potuto anche tirare fuori meglio la propria personalità, il che ha reso il  disco un lavoro più simile a quello di una band, non come se ci fossi stato solo io che dicevo a tutti cosa suonare.

Come dicevi prima, tu hai già pubblicato tre album da solista prima di “Dying To Live”. A distanza di anni, come vedi questi tre album?

Sono contento di averli registrati, penso che esprimano bene il tipo di musicista che ero a quel tempo. In “Undefined” c’è dentro del rock fusion, ma anche del funk americano, dato che all’epoca stavo lavorando anche con una jazz band americana, ci sono un po’ di brani country divertenti, che sono indicativi del fatto che fossi più giovane, che mi stessi divertendo e stessi facendo dei brani solo per il gusto di scherzare. Alla gente piace molto “Undefined”, anche perché ci suona uno dei migliori batteristi del mondo, che è Virgil Donati, mentre il successivo, uscito nel 2003, è “The Moon Is Falling”; ancora una volta c’è Virgil alla batteria, mentre al basso c’è Rick Fierbracci, uno dei migliori bassisti al mondo. Questo album ha uno stile più progressive rock; nel 2006 invece ho registrato “13 Acoustic Songs”, che è un album acustico in finger style, i cui brani sono stati scritti mentre ero in giro nel mio appartamento e ho deciso di documentare quello che stavo strimpellando. È un album molto semplice, ma va benissimo per bere un caffè o prepararsi per andare a letto…ci sono persone che lo usano per le loro lezioni di yoga, alcuni insegnanti li usano per i loro studenti. Non voglio usare il termine “easy listening”, perché potrebbe sembrare denigratorio, è semplicemente lo stile della band. Sono comunque molto contento di questi album e di avere registrato “Dying To Live”, di vedere ottime recensioni in giro, di leggere che la gente lo sta nominando disco dell’anno.

Quindi pensi che questo nuovo progetto potrebbe essere una band a lungo termine con altri album in previsione?

Molto dipenderà da come l’album verrà accolto. Ci sono tante persone che non sanno chi sono, e ce ne sono tante altre che stanno scoprendo solo ora chi sono. Tutto quello che arriva dalla promozione dell’album aiuterà molto il progetto, perché se tutti i fan del rock melodico lo ascolteranno, lo apprezzeranno di sicuro. Per me è molto importante il supporto iniziale; per me sarà molto difficile portare l’album live, ma spero di poter fare qualche show dal vivo a supporto dell’album, e penso che sarebbe molto divertente andare un po’ in giro e capire a che cosa ha portato questa collaborazione.

A parte il tuo lavoro solista, tu hai lì collaborato con molte altre band. cosa mi puoi dire della Trans – Siberian Orchestra? Suonerai ancora con loro?

Il fatto di collaborare con la Trans  – Siberian Orchestra da oltre cinque anni per me è un grande onore. Con loro si suonano due concerti al giorno e posso stare con alcune delle persone che preferisco. Oltre a questo, la crew è fantastica, Paul O’Neill è stupendo e cerca di avere sempre un prodotto di grandissima qualità, uno show stupendo che manda fuori di testa il pubblico e durante il quale noi per primi ci divertiamo moltissimo. È davvero qualcosa di speciale. Per quest’anno non potrò essere parte del loro tour per via dei miei impegni con i Whitesnake, ma spero di poterlo essere in futuro.

Hai anche suonato allo show in memoria di Randy Rhoads a Santa Ana, uno show stupendo perché pieno di ottimi musicisti.

Oh, beh, è stato un onore. Randy Rhoads è stato una grandissima influenza per molti di noi; mi ricordo ancora di quando sono tornato a casa con l’audiocassetta di “Blizzard Of Oz” e di averlo adorato. Per me Randy è stato una grande fonte di ispirazione perché ha mescolato lo stile classico con il rock, e siccome anche i miei genitori sono musicisti classici, io stesso ho un background molto legato alla musica classica. Al primo ascolto non mi sembrava granché, perché mi aspettavo di ascoltare del rock, preferivo gli AC/DC e i Black Sabbath. Randy è riuscito a unire il rock con la musica classica e basta ascoltare i brani di “Blizzard” o di “Diary Of A Madman” per sentire le influenze della chitarra classica. Mi ha veramente aperto gli occhi e ha influenzato molto la mia infanzia.

La mia ultima domanda riguarda, ovviamente, il tuo lavoro nei Whitesnake. Come ti trovi a lavorare con una leggenda qual è David Coverdale?

Per me è un’esperienza stupenda. David è una persona molto simpatica, oltre che un vero monumento del rock. A volte ti racconta storie su Jimmy Page, o Ritchie Blackmore, e non c’è molta gente al mondo che possa fare altrettanto. Anche lui è una leggenda del rock, e per me il fatto di essere una parte di una line – up così magnifica, con Tommy Aldridge alla batteria, che è a sua volta una leggenda, e il fatto di poter suonare la chitarra insieme a Reb Beach, che è un ottimo chitarrista e una persona stupenda, è un sogno che si avvera. Inoltre, questo mi permette di andare in tour in modo più esteso in posti in cui non ho mai suonato; sono veramente contento di poter far parte della realtà dei Whitesnake.

C’è anche una piccola parte di Italia nei Whitesnake adesso.

Sì, certo (ride, ndr). Penso che con i Night Ranger siamo andati in tour in Giappone, la Trans – Siberian Orchestra per me voleva dire girare per tutti gli USA, mentre lo show di Rock Of Ages era qui a New York, quindi il fatto di poter vedere altre parti del mondo insieme ai Whitesnake è molto interessante per me.

Puoi terminare l’intervista lasciando un messaggio per i tuoi fan italiani.

Grazie a tutti per il vostro supporto! Mi sembrava di essere quello che viene dato per perdente in partenza, dato che il successo è arrivato molto tardi nella mia vita, ma mi sento benedetto da quello che la vita mi ha dato fino ad ora. Spero che tutti possano venire a vedermi e rendersi conto di quanto posso fare dal vivo.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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