Inside Mankind: “Oikoumene” – Intervista a Matteo Bidini e Claire Briant

Autori di un esordio di grande spessore intitolato “Oikoumene” e stracolmo di riferimenti musicali (dal prog al death, dal power alla lirica) i toscani Inside Mankind si presentano ai lettori di Metallus tramite il loro batterista (membro storico) Matteo Bidini e l’eclettica cantante lirica Claire Briant.

Matteo… inizierei l’intervista chiedendoti come ti senti ad essere l’unico membro originale della band che ha visto nascere il primo “vero e proprio” full length della vostra carriera.

Matteo: Ciò che eravamo all’inizio è totalmente diverso da ciò che siamo adesso, e le persone stesse sono diverse… sia chi se ne è andato/arrivato, sia chi come me è rimasto.
dal 2005 alla GMG dove nacque l’idea, fino ad oggi, sono quasi 10 anni, Una finestra enorme, specialmente per chi al tempo aveva dai 16 anni ai 20 ( io ero il 20ntenne e più attempato) fino ad oggi.
Quello che posso dire è che, alcuni brani esistono da allora, dai primissimi anni, e nessuno è stato portato in studio senza almeno un anno o due di maturazione.
In un certo senso, la musica mi fa compagnia, porta con se i musicisti della nostra storia.
Nella sala prove, spiritosamente abbiamo scritto i nomi degli ex membri in una specie di “monumento ai caduti”… fra i nuovi e i vecchi, me compreso, siamo arrivati 15.
Di buono c’è che ognuno ha portato il suo contributo musicale, diverso, nel corso del tempo… ecco perché le influenze nel sound sono così tante e diverse. Schizzofreniche persino.

La demo “Angels Fire” era decisamente differente rispetto a “Oikoumene”; raccontaci come mai avete completamente stravolta il vostro stile partendo dal power metal per arrivare al mix interessantissimo del vostro esordio.

Matteo: A persona diverse… sound diversi. La formazione iniziale, molto ingenua e acerba in ogni senso, attingeva agli stilemi del power perché è li che si è formato il nostro gusto per il metal. Io stesso ho ascoltato in primis il power, in tenerà età, e sinceramente rimane ancora fra i miei ascolti preferiti.
Ma con l’arrivo di nuovi musicisti, e con la crescita personale, ci siamo aperti a nuove possibilità.
Fino ad arrivare a punte assolutamente distanti come “Phariseum” che di fatto è un brano death metal, ne più ne meno.
Ognuno ha portato il suo contributo inserendo “un’inaspettata soluzione” che poi è ciò che collega concept e sound, idee e brani.
Claire, ultima arrivata ma certo non ultima quanto a contributo, ha nuovamente portato ad un’ulteriore svolta… come la fantasia del nostro ex bassista gianmario che ha lavorato molto in fase compositiva in questi anni, ed è un personaggio molto eterogeneo. Non ci siamo posti limiti, è una questione di rispetto e fedeltà a ciò che musicalmente siamo.

A questo punto vediamo di conoscere meglio il vostro esordio… prima di tutto… cosa significa “Oikoumene”? Poi… l’album è un concept giusto? Ti va di raccontarci meglio la tematica del concept e di come si dipana nelle singole canzoni?

Matteo: “Oikoumene” è “la casa dove tutti abitiamo” una parola di origine greca che ha due valenze: descrive “il mondo conosciuto (spazio geografico) ma anche “un insieme di persone che condivide una certa credenza”.
Il titolo riferisce ad entrambi i significati. Quando abbiamo deciso che i tempi fossero maturi per il disco di esordio, abbiamo osservato il materiale sin’ora prodotto accorgendoci che c’era un involontario filo conduttore: la -vita- intesa come l’esperienza umana.
Le canzoni hanno una base esperienziale, sono frutto personale di momenti di dolore, o scoperta, o paura o gioia, libertà o perdita o amore.
Nel modo in cui il singolo ( chi ha scritto, molto spesso io ) li ha vissuti e li vive, da cristiano.
Pertanto è l’esperienza umana il soggetto del concept. In ogni brano, scritti indipendentemente l’uno dall’altro, l’esperienza in questione non ha senso senza Dio.
Nell’impossibilità di conoscere il mistero, occorre affacciarsi al Mistero. E’ Dio che risolve questa apparente incongruenza, ingiustizia, stortura. In modi che noi non possiamo capire nella nostra umanità.
L’esistenza di una perfezione non sperimentabile e non razionalizzabile, ma che si può avvertire e che è Verità, è filo conduttore. Il disco si afficina a tematiche neoplatoniche. Vi sono infatti alcune citazioni verbali: da Sant’Agostino e da Giovanni Pico della Mirandola, l’uno prima e l’altro poi, fra i maggiori pensatori che l’hanno abbracciato.

A questo punto ritengo che anche l’artwork del CD sia collegato al concept; vuoi parlarcene? Chi è l’autore?

Matteo: L’autore sono… io. O meglio, me ne sono occupato col mio studio grafico, assieme ad Anna Cirillo che ha realizzato il lavoro su carta. Acchiappasogni Arts.. se avete bisogno fate un fischio.
Partorirlo ha richiesto molta riflessione da parte mia, è denso di riferimenti simbolismi.
Il soggetto principale è un solido geometrico, al centro. Questo solido è un pentacisdodecaedro ( 60 facce), che si deforma e assume connotati irregolari e quasi organici.
Il motivo del soggetto, è un aneddoto molto poco noto, nel quale mi sono imbattuto durante i miei studi d architetto. Quel solido a 60 facce, è situato tutt’oggi sopra la Sagrestia Nuova della chiesa di S.Lorenzo a Firenze, opera del Michelangelo.
E’ un caso unico, poiché si era sempre soliti utilizzare una sfera sotto la croce, simbolo del dominio di Dio sul mondo.
Questa peculiarità invece, ha portato il Vasari a scrivere nelle sue Vite, che Michelangelo aveva realizzato questo meraviglioso solido a 72 facce…
al tempo una delle suggestioni dell’accademia neoplatonica fiorentina, lavorando nella geometria sulle orme del Timeo, era realizzare un solido regolare a 72 facce, tanti quanti i nomi di Dio nella tradizione cabalistica. Sarebbe stato come “rendere razionale il divino” ma questa cosa è impossibile, la geometria lo impedisce. Da qui la scelta del soggetto… l’esperienza umana vive di leggi che non possono definire o descrivere il divino che non starà mai in queste; difatti il solido si deforma e l’uomo non lo conosce più. L’uomo è li accanto che lo indica. Un bambino, a confronto del mistero. Ingenuo.
Il pavone è simbolo paleocristiano di resurrezione, che è il superamento della vita, quindi la massima espressione di questa incomprensione.
gli altri riferimenti presenti sono la croce… la rosa… il pesce.. Degno di nota è il sipario, con sole da un lato e stelle dall’altro; è il cielo nel senso di “caelum”, cioè “che nasconde”. E’ la natura che è complice del divino nel nasconderlo; difatti si apre sull’oro dello sfondo che è il Mistero di Dio.

Chi ha composto i testi e chi la musica? Come vi siete divisi il lavoro?

Matteo: La musica è un’eredità comune che ci portiamo dietro. Ci hanno messo le mani tutti. Veramente tutti, a partire da una idea che solitamente proveniva da Gianmario ( ex bassista) o da Francesco (attuale chitarrista), ma la strada che trasforma una idea in una song, nel caso di questo disco, talvolta è durata anche 6-7 anni.
I testi sono stati scritti quando qualcuno ne sentiva il bisogno, aveva qualcosa da dire, qualcosa che lo riguardava personalmente nel suo percorso di vita.
Sono io l’autore della maggior parte dei testi, a cui ho dedicato molto tempo e per la stesura dei quali ho cercato luoghi e contesti che favorissero la lettura di me stesso e la vicinanza con Dio. Molti riferiscono a momenti forti della mia vita.

Ti va di spiegarci anche come avete lavorato per registrare il CD? Non dev’esser stato semplice fondere così tanti stile, strumenti e idee. Eccellente anche l’idea di unire il cantato death a quello di lirica. Un altro fattore che ho molto apprezzato è lo spazio di espressione che avete lasciato ad ogni singolo musicista; dal basso alla chitarra, dalla batteria alle voci ognuno di voi ha potuto mettere in evidenza il proprio livello tecnico.

Matteo: Questa libertà è stata una scelta fortemente caratterizzante, sia all’interno del singolo brano, sia fra un brano e l’altro.
Il concept descrive l’esperienza umana come incomprensibile, se non alla luce del Mistero di Dio, quindi le singole canzoni risultano schizofreniche, in conflitto come stile l’una con l’altra, persino finite li per caso. Ma non è un caso. Esprimere il concept anche sul piano musicale è stata una notevole sfida.
Le registrazioni sono state la nostra prima vera esperienza di studio a livello professionale, e non sono mancate le difficoltà, come le soddisfazioni. Un monumento al nostro ottimo produttore Giacolo “Jac” Salani che è riuscito a non snaturare il lavoro e che ci ha concesso di “osare”m molto in senso compositivo.
Talune strutture dei brani sono assolutamente aliene al facile ascolto. Abbiamo tutti dato il massimo, senza riserve, e io sono stato un specie di implacabile gufo sulle spalle di tutti ad osservare ogni sfumatura del lavoro, ogni giorno. Li ho fatti diventare pazzi.

Da molti web magazine siete stati definiti progressive; sei d’accordo o ritieni che questa definizione depauperi il caleidoscopio di stili e generi che proponete agli ascoltatori?

Noi stessi definiamo a questo modo il nostro sound, poiché è forse il termine che risulta meno limitante. Tuttavia non siamo progressive nel senso che ci riferiamo alle sue consolidate proposte, né quelle delle origini né quelle della modernità. Semplicemente ogni brano può essere tremendamente diverso dall’altro poiché utilizziamo contenitori diversi per contenuti diversi. E così un brano come Out Of The Loop sulla libertà deve poterla suggerire con aperture strumentali lontane dallo stesso metal, o paura e ipocrisia necessitano di soluzioni prese in prestito dal black e dal death. Dove c’è solennità, c’è lirica.. dove c’è semplicità, c’è moderno, e via discorrendo.
Forma e Contenuto.

Claire, è molto interessante il tuo ruolo alla voce; sembra che il tuo cantato operistico non sia per nulla incastrato a forza nel sound metal ma semmai il contrario, ossia che tu sia riuscita a piegare le chitarre elettriche al tuo stile; come sei riuscita a mantenere una simile originale linea vocale?

Claire Briant: Grazie infinite per il complimento! L’incontro con la mia tecnica e la musicalità degli Inside non è stato semplice. Quando fui contattata per l’audizione ero davvero nel panico! Molte cose sono cambiate da allora. Mi sono dovuta mettere in gioco, sviluppare una tecnica che mi permettesse di cambiare stile e rendere al meglio le linee vocali che avevano scritto sia Matteo Bidini che Gianmario Marrelli. Devo ringraziare anche le mie precedenti colleghe, dalle quali ho preso spunti in alcuni punti, soprattutto nei brani storici degli Inside. Nei nuovi brani, invece, ho lasciato molto spazio all’improvvisazione in sala (ad esempio le strofe di “Out Of The Loop”). Mi sono lasciata andare a suoni e melodie che ricordano il belcanto (le agilità della seconda strofa di OOTL) e allo stesso tempo alla drammaticità e alla forza dei ruoli pucciniani. Phariseum nasce dall’incessante e fastidiosissimo metronomo che il nostro batterista Matteo sparava nelle casse della sala. Il culmine? L’urlo finale di pura esasperazione. Ci sono poi le melodie morbide (“Magdalen”, “Uneasy”) dove ho cercato una dolcezza a livello tecnico grazie all’utilizzo del sussurrato. Alla luce di questo sono riuscita davvero a piegare le chitarre elettriche? Forse sono state loro a piegare me. Il mio scopo è quello di dare un senso di continuità tra musica classica e metal, un’evoluzione, una sfida a chi crede che la grande lirica ormai sia morta.

Ti va di raccontarci come, da cantante di lirica, sei arrivata ad esprimerti anche nel metal mantenendo la tua espressività intatta ed originale?

Claire: Il mio incontro con il metal è stato davvero casuale. Qualche anno fa la banda della mia città mi aveva chiamata a cantare alcuni pezzi classici in occasione di un concerto di Natale. Lì incontrai Flavio Salvadori (clarinettista e batterista della mia prima band), che mi invitò a provare con il suo gruppo. All’epoca non avevo mai cantato metal e ne sapevo ben poco. Dopo due settimane ero la cantante di un gruppo metal! Credo fermamente che la musica in generale si basa sul concetto di riuscire a donare emozioni e sensazioni al pubblico. Nella lirica è molto importante la sfera della recitazione, il pubblico non solo ascolta, ma vede esprimere l’emozione del personaggio sulla scena. Come rendere questa emozione in un disco? Ho lavorato a lungo in studio con Giacomo Jac Salani sull’espressività. Abbiamo sperimentato su ogni pezzo e alla fine ci siamo divertiti tantissimo. Fondamentale per me è stata anche la vicinanza di Gabriele Bellini che da anni continua a darmi spunti e consigli su come rendere al meglio la mia voce su generi molto diversi. Ad ogni modo è sul palco che riesco ad essere me stessa. Per me un concerto degli Inside non consiste nel cantare melodie imparate a memoria, quanto interpretare un sentimento, uno stato d’animo e cercare di renderlo vivo nel pubblico attraverso la mia voce.

Come vivete in Italia il vostro esser cristiani che suonano metal?

Matteo: Fra l’ingenuo e divertente stupore di chi è estraneo all’underground musicale, la curiosità più o meno interessata di chi invece lo è, fino talvolta a (rari, per fortuna) casi di incomprensione che tuttavia non rappresentano che una piccola macchietta di poco significato. Certamente, il cittadino medio che non conosce il metal se non sulla base di alcuni stereotipi televisi o giornalistici resta davvero sorpreso, ma fra musicisti che calcano i palchi ho, e abbiamo, trovato accoglienza e un clima di collaborazione che non deve mai mancare, anche quando le idee sono profondamente diverse. La scelta del metal -cristiano- nel nostro caso è semplicemente inevitabile. Posso raccontare una storia, inventarmi un fantasy e scriverci un disco, ma se voglio parlare della realtà allora non posso che parlarne da cristiano, poiché è quello che sono. E’ una scelta di coerenza e verità, anche musicale.
Inoltre non siamo poi così soli, anche in Italia il movimento sta irrobustendosi, tanto che da qualche anno abbiamo persino un festival alla cui organizzazione nel mio piccolo contribuisco.

L’hai citato e volevo infatti chiederti… da alcuni anni, grazie all’impegno di Francesco Romeggini, tuo e di altri, esiste anche in Italia un festival, Il Rock For The King, dedicato al metal cristiano a cui avete già partecipato più di una volta (se non erro) e in cui vi esibirete anche quest’anno. Vuoi raccontarci l’emozione di partecipare ad un evento di questo tipo? Quali sono le tue emozioni ed osservazioni in merito?

Matteo: Il merito maggiore va a Francesco e Giacomo degli S91, io mi occupo della grafica e pocoaltro, ma trovo sia un evento che va al di là dell’evento. Le difficoltà, combattere col budget e con i problemi organizzativi, sono ben poca cosa quando dall’altra parte c’è il simbolo di una presenza nuova. Anche l’Italia ha il suo festival di musica metal di ispirazione cristiana; parliamo di un’esperienza di condivisione che per noi band è unica e preziosa , sul palco ma soprattutto fuori dal palco. C’è inoltre la sorprendente disponibilità di band che vengono dall’altro capo d’Italia o persino dall’estero accontentandosi di qualche euro di rimborso o addirittura nemmeno di quello, per essere li. Questo mostra che non è un semplice concerto. Va al di là.

Concludendo l’intervista ti direi di illustrarci i segreti di “Human Divine”, l’ultima song di ben tredici minuti e rotti di “Oikoumene”, che per molto versi sembra rappresentare al meglio l’intera opera…

Matteo: Ed è così, a differenza delle altre tracce è molto didascalica e non nasce dall’esperienza di un momento bensì dalla volontà di chiudere il cerchio, dando al concept il suo senso e la sua realizzazione. Difatti in questa lunga suite c’è la rabbia inconsapevole e inconcludente dell’uomo per l’esser uomo (Human) ,l’avvicinamento al Mistero di Dio (Divine),e ‘ultimo capitolo, Oikoumene che è la chiave del disco. In esso abbiamo voluto tentare un vero esperimento: un sodalizio fra concept e struttura del brano, realizzando un medley di tutte le song del disco, a riunire appunto l’intera esperienza umana in un unicum, che misurasse esattamente 72 battute. Così anche nella musica, l’umana esperienza trova infine la sua pienezza.

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

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