Ignite: “A War Against You” – Intervista a Brett Rasmussen

Più di 20 anni di attività per i californiani Ignite, che col nuovo “A War Against You” stupiscono con un altro gioiellino di hardcore californiano assolutamente grandioso. Raggiungiamo il bassista Brett Rasmussen per fare due chiacchiere sui nuovi pezzi e sulla lunga attività della band

Ciao Brett e benvenuto a Metallus! E’ un vero piacere poter scambiare questa intervista. Come stai?

Tutto ok, sono in una stanza d’hotel a Varsavia, in Polonia, e mi sto preparando per il Persistence Tour: stasera suoneremo con H2O, Terror, Wisdom In Chains e altre grandi band.

E’ uscito “A War Against You”, a 10 anni di distanza da “Our Darkest Days”… Parafrasando il titolo dell’album precedente ti chiedo se i giorni adesso sono ancora più scuri o la situazione è migliorata.

Diciamo che i temi di “Our Darkest Days” erano personali e socio/politici: dal punto di vista personale le cose sono molto migliorate ma lo scenario politico sembra sempre molto nuvoloso…

Cosa puoi dire riguardo la nascita di questo CD e perché ha richiesto così tanto tempo? E’ legato alla collaborazione di Zoli (Teglas, il cantante) coi Pennywise o a qualche altro motivo?

Abbiamo pubblicato “Our Darkest Days” nel 2006 e cominciato il tour subito dopo, in giro per 3 anni e 40 Paesi diversi. L’idea iniziale era stare in tour fino a maggio 2008, quando abbiamo registrato il nostro DVD live e quindi cominciare a scrivere il nuovo album: abbiamo cambiato il piano a causa di grosse opportunità per festival molto grandi e possibilità di suonare in paesi nuovi per noi, così abbiamo protratto il tutto fino al 2009. A quel punto, come saprete, Jim (Lindberg) lasciò i Pennywise e loro chiesero a Zoli di unirsi: una grande opportunità per gli Ignite e soprattutto per Zoli e i Pennywise che insieme hanno prodotto un ottimo album e fatto splendidi tour per 3 anni. Di seguito Jim è rientrato nei Pennywise e gli Ignite hanno cominciato a scrivere materiale per il nuovo “A War Against You” nel 2013, entrando in studio nel 2014 e giungendo alla fine delle registrazioni a giugno 2015: le tempistiche sono state simili a quelle di “Our Darkest Days”, avendo sempre lavorato con Cameron Webb.

Vi siete sempre evoluti cercando di raggiungere lo stato dell’Arte per quanto riguarda le melodie e i testi: nonostante i temi scottanti che trattate siano sempre simili, pensi che sia cambiato il vostro modo di affrontarli man mano che siete cresciuti?

Il processo di scrittura dei brani è difficile da spiegare perché non c’è una formula che funziona ogni volta per ogni canzone…Alcune canzoni richiedono 15 minuti per essere scritte da cima a fondo mentre altre richiedono un’agonia di anni! Siamo una band che collabora totalmente a questa operazione perché tutti noi scriviamo.

“Where I’m From” e “Alive” parlano dell’immigrazione e dei profughi (la seconda in maniera positiva): “Where I’m From” è la ghost-track in ungherese, oltretutto. Cosa puoi dirci riguardo questi brani e questi argomenti, che sembrano di scottante attualità anche ora?

La famiglia di Zoli è giunta in America dall’Ungheria nei primi anni 60: scappavano da un Paese progressivamente sempre più povero tenuto sotto il pugno dalla dittatura comunista. Non c’erano opportunità, speranza e futuro nei loro occhi, così decisero di lasciare tutti i loro averi e la loro terra per cercare opportunità, libertà e la possibilità di avere un futuro. Arrivarono in nave e furono messi su un treno per la California: era la possibilità che avevano sognato. E’ interessante vedere come le stesse cose succedano anche oggi ovunque nel mondo: gente che abbandona il proprio Paese dilaniato dalla guerra per provare a migliorare la vita della propria famiglia, gente che cerca la possibilità che prima non ha mai avuto. E’ un circolo vizioso e la gente comune rappresenta sempre la vittima.

“Oh No Not Again” e si parla di guerra, di nuovo: le tue parole su questa canzone e questo argomento?

Zoli ha letto le memorie di suo zio, che era adolescente quando ha combattuto la seconda guerra mondiale e ha descritto le atrocità della sua esperienza, della morte sul campo di battaglia. Da qui nasce il tutto.

“The Suffering” parla dell’umanità, degli errori e della sofferenza che da sempre ne costellano l’esistenza.

Sì, principalmente parla di come stiamo sempre lottando per motivi razziali nel 2015 così come nel 1963 quando Martin Luther King pronunciò il suo famoso e ispirante discorso “I Have A Dream”. E’ una chiamata per la gente, perché ci sia azione, perché cambi qualcosa.

Sono passati parecchi anni dal vostro debutto: cos’è cambiato nella “scena” e cosa pensi della vostra evoluzione come band?

Penso che la musica “tosta” stia diventando sempre più popolare, anno dopo anno. Quando abbiamo cominciato, c’era la grande esplosione di Green Day e Offspring che ha aperto molte porte a gruppi hardcore e punk; allo stesso tempo i gruppi metal diventavano sempre più famosi grazie al successo dei Metallica e simili. Tutto ciò ha aiutato sicuramente il metal, il punk e l’hardcore a diventare più accessibile a tutti: sembra che questa crescita sia continua e che abbia aiutato anche gli Ignite, certamente, prova ne è il fatto che la gente ci segue nonostante per10 anni non abbiamo pubblicato un nuovo CD!

Suonerete in Italia o comunque durante i grandi festival estivi europei? Molta gente vi aspetta, qui…

Speriamo davvero di vedervi presto…

A quali band vi sentite più vicini in termini di musica e attitudine?

Rise Against, Agnostic Front, Bad Religion… Band aggressive che hanno un proposito politico nella loro musica.

Ignite Official 2016

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

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