Kaipa: Intervista a Hans Lundin

In un clima totalmente rilassato e disteso abbiamo raggiunto telefonicamente il tastierista Hans Lundin, deus ex machina della storica band svedese Kaipa che ci ha parlato della rinascita del gruppo e del nuovo arrivato “Keyholder” lavoro di validissimo prog rock settantiano.

Innanzitutto complimenti per il nuovo CD “Keyholder”, che nonostante segua solo di un anno il vs. come back discografico ne risulta già sicuramente migliore; cosa vi ha spinto a ripresentarvi sul mercato discografico? Per quanto riguarda il nuovo CD tutto è avvenuto in maniera molto naturale con una più salda cooperazione tra i musicisti coinvolti. Diciamo invece che il grosso passo è stato fatto l’anno scorso perché, nonostante la musica abbia sempre fatto parte della mia vita, ero assente coi Kaipa dal 1982 che è un lasso di tempo notevole; se si considera anche il fatto che non conoscevo minimamente gli altri musicisti coinvolti nel nuovo progetto, dato che erano stati contattati da Roine (Stolt, chitarrista anche di Flower Kings e Transatlantic – N.d.A.). Per “Keyholder” tutto è andato più liscio anche perché ritengo che tutti coloro che hanno partecipato al disco siano musicisti di prim’ordine ed è sempre più facile avere a che fare con gente che conosce il proprio lavoro.

Quindi è corretta l’impressione che questa volta i Kaipa sembrino una vera band mentre prima era tutto incentrato sul duo Lundin/Stolt? Assolutamente…proprio per l’affiatamento ed il rispetto che ora ci unisce!

Pensi quindi che anche in futuro, per i prossimi lavori targati Kaipa, il nucleo formato da te e Roine continuerà a collaborare con questi validissimi musicisti? Non voglio ragionare troppo a lungo termine: sicuramente mi piacerebbe (ed è nei miei progetti) realizzare una altro CD con questi ragazzi perché sento che c’è il feeling giusto per produrre ancora qualcosa di buono.

Cosa ne pensi della Inside Out, label per la quale avete incidete e che ha sotto la sua ala protettrice una vagonata di band valide? In effetti i ragazzi della Inside Out sono molto seri e ci sono sembrati subito la scelta più indicata; curano molto il lavoro di produzione e promozione…ma soprattutto amano i gruppi che producono e credo che anche gli ascoltatori possano recepirlo.

Anche se il vostro ritorno dell’anno scorso ha avuto una notevole eco all’interno della scena prog rock molti ascoltatori, soprattutto i più giovani, non sanno che i Kaipa esordirono addirittura nel lontano 1974: pensi che rimarrete una studio band o intraprenderete un’attività live? No…Kaipa è essenzialmente un progetto da studio perché sappiamo che per tornare on the road si ha bisogno di una solida base di fans…cosa che realisticamente siamo consci di non avere nel 2003. Anzi al momento non abbiamo neanche preso in considerazione questa opportunità; ci siamo divertiti come matti a registrare questo album e un giorno vedremo che possibilità si apriranno.

Il vostro stile è tipicamente “settantiano” anche se in realtà i suoni che utilizzate sono decisamente al passo coi tempi…pensate di poter crearvi un buon seguito e di raggiungere delle discrete vendite o suonate semplicemente per divertimento e per il piacere di farlo? Sai…scrivere musica è essenzialmente riversare le emozioni sul pentagramma! Non mi è mai capitato di comporre un pezzo in funzione di una determinata tipologia di ascoltatori ma ho sempre seguito ciò che il cuore mi dettava in quegli istanti; ad esempio non credo di essere mai partito con l’idea di comporre una canzone prog e non ho un metodo per farlo…io assemblo semplicemente una “canzone”…senza vincoli di sorta o premeditazioni. Il progressive fa sicuramente parte delle mie origini musicali ma per ciò che riguarda gli arrangiamenti e l’uso particolare degli strumenti.

Quindi concordi sul fatto che al giorno d’oggi la definizione prog (abbinata al rock o al metal) sia leggermente abusata? Sicuramente…ormai il progressive non è più un’idea, un modo di “sentire” la musica ma si è tramutato in un vero e proprio genere.

Credo infatti che una cosa che si noti ascoltando “Keyholder” ad esempio sia il recepire le vostre influenze come musicisti ma ascoltarle riorganizzate secondo le vostre idee personali. Sono contento che questo si percepisca! La musica ha sempre fatto parte della mia vita quindi è normale che tutto ciò che ho ascoltato in questi cinquant’anni si ripercuota sulle mie composizioni anche se solo ad esempio in brevi lampi all’interno di canzoni lunga durata.

Tu sei al fianco di Roine Stolt da parecchi anni ormai e bisogna riconoscere come egli sia uno degli artisti più attivi e ispirati del momento dato che ha prestato la sua chitarra ad innumerevoli bands oltre a portare avanti una carriera di tutto rispetto coi Flower Kings: ritieni che queste collaborazioni possano aver portato qualcosa di nuovo al sound dei Kaipa? Non credo che io e Roine ci siamo mai particolarmente influenzati l’un l’altro. Lui come giustamente hai sottolineato è attivissimo ed ha in cantiere ulteriori progetti per il futuro (è di questi giorni infatti l’uscita dell’album dei The Tangent nei quali Stolt ha unito membri dei Flower Kings e dei Parallel or 90 Degrees – N.d.A.) ma essendo io il principale compositore dei Kaipa ho semplicemente cercato di portare in musica le idee che avevo coltivato in tutti questi anni di separazione artistica: quando circa due anni fa gli ho proposto i pezzi che avevo pensato per “Notes From the Past” lui ha applicato ad essi il proprio stile chitarristico, in maniera molto naturale…questo perché entrambi sapevamo che era la persona più indicata ad interpretare quelle canzoni…ed i Kaipa sono così rinati come per magia. Voglio comunque aggiungere che è del tutto normale che ciò che componiamo sia “simile” in quanto abbiamo lavorato quotidianamente insieme per più di un decennio a cavallo tra anni’70 ed ’80.

In tal caso allora ti chiedo quali sono le tue influenze come tastierista e compositore…chi ti ha aiutato ha forgiare il tuo stile? Bisogna risalire addirittura al 1964 quando ebbi la mia prima esperienza come organista; in effetti all’epoca esisteva solo il pianoforte e l’unico tipo di tastiera era l’organo da chiesa…e quindi è lì che ho iniziato a sciogliere le mie dita. Poi nei seventies sono arrivati sul mercato i primi “electric pianos”, i mellotron, i sintetizzatori ed ognuno ha iniziato a sbizzarrirsi con le scelte di suono più disparate. Diciamo che su di me in particolare ebbe un forte impatto la fusion perché sentivo al suo interno totale libertà di espressione…ma il problema era che a fine anni settanta non eravamo ancora in grado di suonare quelle partiture incredibilmente complicate (ride – N.d.A.); forse nei Kaipa di oggi è più riscontrabile questa influenza dato che siamo tutti decisamente migliorati a livello tecnico.

Essendo purtroppo in possesso solo della copia promozionale di “Keyholder” potresti accennarmi qualcosa riguardo ai testi dell’album? In realtà non mi è mai piaciuto parlare dei testi delle mie canzoni! Preferisco che ognuno si faccia la propria idea personale su quanto ho scritto…e reagire in modo differente di fronte quello che stanno leggendo o ascoltando.

Cosa ne pensi dell’incredibile scena musicale svedese? Agli occhi di noi italiani è in assoluto la più completa…c’è di tutto dal pop, all’AOR, dal metal tecnico al black! È vero molta gente qui in Svezia ha la propria band…ed è sempre stato così per la nostra particolare impostazione culturale che riversa molta importanza sulla musica. Si deve però anche considerare il fatto che molte delle band apprezzate nel mondo rock sono misconosciute qui in patria…che ci crediate o meno!

Ringraziandoti per la tua pacatezza e disponibilità vuoi dire qualcosa di particolare ai fans italiani? Attenti ai “keyholders”…cioè alle persone che vogliono decidere per voi e che anzi vi impongono durante la vita le loro idee! Ribellatevi ai poteri oppressivi (molto “flower power” come conclusione- N.d.A.)

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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