Hail Of Bullets: “The Rommel Chronicles”” – Intervista con Ed Warby

Non sempre essere una band di genere significa essere incapaci di andare oltre il proprio piccolo orticello. Se prendete un gruppo formato da musicisti esperti e concreti come gli Hail Of Bullets diventa difficile non riconoscere loro un’urgenza espressiva appassionata che va oltre i confini stilistici e che riesce a tramutare una sequenza di accordi e suoni in qualcosa di emozionante, ma anche “avvincente” per il cervello. Una dote non comunque che arriva dall’impegno a scrivere liriche di ambito storico culturalmente sopra la media del tipico intrattenimento musicale. Ne parliamo con un disponibile e sempre interessante Ed Warby.

La prima domanda è obbligatoriamente sul nuovo album appena uscito. Per la terza volta gli Hail Of Bullets si presentano con la medesima line-up e ancora con il mastering di Dan Swanö. Pare davvero che tutto proceda nel migliore dei modi…

In realtà tutto procede davvero nel migliore dei modi, abbiamo trovato un modo di lavorare sulla nostra musica che è contemporaneamente efficace e divertente, perché dovremmo cambiare qualcosa? Dan è stato anche lui con noi fin dall’inizio, mixando il promo con cui la band ha avuto il contratto discografico con la Metal Blade. Più volte lui stesso ha sostenuto di sentirsi come il sesto membro della band, e anche per noi la sensazione è la stessa.

Ci puoi allora dire qualcosa di più sulla realizzazione pratica di “The Rommel Chronicles”?

Certo. Abbiamo cominciato a lavorare sul songwriting nel giugno del 2012 e ci sono voluti circa sei mesi perché il tutto prendesse forma. All’inizio del 2013 abbiamo registrato le parti di batteria e nei mesi successivi abbiamo completato tutto il resto delle registrazioni nello studio a casa mia. Il mixaggio ha richiesto poi un altro paio di mesi, più o meno. Per lo più è stato un tempo occupato dalla scelta dei dettagli e a piccoli ritocchi, perché l’ossatura del suono è ormai rodata e il tutto è stato fatto molto velocemente per ciò che riguarda gli elementi base.

Ancora una volta le canzoni si concentrano su episodi della Seconda Guerra Mondiale, ma questa volta la scelta cade su un personaggio, il Feldmaresciallo Erwin Rommel, che è sicuramente uno dei personaggi storici più intriganti del periodo. Come mai questa scelta?

Volevamo scrivere un altro concept album, ma sentivamo che sarebbe stato troppo ripetitivo soffermarsi esclusivamente su un altro campo di battaglia, ma allo stesso tempo avevamo pensato di concentrarci sulla guerra in Africa questa volta. Così Martin è venuto fuori con l’idea di focalizzare l’attenzione su una figura storica invece che su un solo episodio, qualcuno che avesse avuto un ruolo importante nella campagna d’Africa, ma che potesse dare un respiro diverso al concept. La vita e la carriera di Rommel ci è parsa da subito abbastanza interessante per coprire l’intero album, anche in considerazione della sua fine tragica e del suo suicidio forzato.

L’interessa per la storia riflette qualcosa radicato nella vita della band o solo un buon argomento su cui scrivere delle trascinanti “War songs”? Pensate sia possibile immaginare la band con liriche di diverso argomento in futuro?

Martin è un vero appassionato di storia! Legge continuamente libri sull’argomento e appare quasi come un’enciclopedia ambulante per ciò che concerne episodi di guerra etc… Per il resto della band è invece un buonissimo argomento su cui scrivere canzoni. Sicuramente migliore dello standard horror/gore su cui poggiano la maggior parte dei testi in ambito death metal…

Cercando termini di paragone tra questo lavoro e i vostri precedenti viene da pensare che abbiate cercato un ibrido, con elementi di entrambi i vecchi lavori, ma una qualità di registrazione ancora migliorata. Dico bene?

Non potrei essere più d’accordo! Non so se sia stato un processo conscio e meno, ma di certo è quelli che avevamo in mente di ottenere. Non volevamo andare ancora oltre con l’inserimento di parti melodiche fatto con “On Divine Winds”, così abbiamo cercato di fare un passo indietro verso un suond più basilare e crudo, con un riffing potente e tanto groove, ma un po’ meno melodia (anche se rimangono ben udibili parecchi passaggi dal gusto melodico spiccato). Per il suono abbiamo cercato volontariamente di ottenere un compromesso tra la pesantezza del primo lavoro e la pulizia del secondo. Secondo noi il pregio di questo nuovo disco è che suona veramente duro come un pugno in faccia, ma anche più moderno e non esageratamente sporco o old-fashioned.

Parlando proprio di suono: è indubbio che la band abbia in qualche modo creato un proprio standard, ma con molti riferimenti a quel bacino classic death da cui gli elementi coinvolti provengono. Cosa vi ha spinto allora a dare vita agli Hail Of Bullets? Cosa differenzia questa band da ciò che voi stessi avete contribuito a creare con le altre band da cui arrivate?

Quando abbiamo cominciato l’unica cosa che avevamo in mente era suonare il tipo di musica che più ci piaceva: il death metal old school che amavamo suonato da band come Death, Bolt Thrower, Entombed, Autopsy, etc… non ci è mai importato se fosse originale o meno (infatti in più canzoni puoi tranquillamente sentire il tipico taglio degli Entombed, come “Red Wolves Of Stalin”, o dei Bolt Thrower, come “Nachthexen”). Diventando poi sempre più una band al cento per cento abbiamo cominciato a muoverci su qualcosa che fosse più nostro, anche se non così lontano a ciò che ci ispirava fin dall’inizio. Lavorare con gli Hail Of Bullets è più facile che per ogni altra band dove sono stato; tutto gira esclusivamente attorno all’amore per la musica e al divertimento di suonarla. Dovrebbe in effetti essere sempre così, ma non credere che sia questo il caso. Credo che a conti fatti gli HOB si siano guadagnati un posto equivalente ai gruppi da cui tutti noi proveniamo, e personalmente la considero la mia band principale da quando si sono sciolti i Gorefest ormai un po’ di anni fa.

Dopo tre album pensi di aver raggiunto ciò che ti aspettavi di ottenere con gli Hail Of Bullets o ci sono ancora terreni inesplorati a cui rivolgersi o soddisfazioni che ancora vorresti toglierti?

Ad essere onesti abbiamo ottenuto tutto quello che ci aspettavamo già dal primo disco. Abbiamo ricevuto da subito recensioni entusiaste, venduto parecchi copie del disco, suonato nei festival più grandi, ricevuto i complimenti da musicisti che adoriamo, per cui tutto ciò che arriva in più è una specie di bonus, grasso che cola. Ma sono altrettanto sicuro che abbiamo ancora qualcosa da fare, non siamo mai stati ad esempio a suonare in posti come Giappone, Russia o Polonia… questi sono sicuramente territori da esplorare per noi. E adesso sono contentissimo del disco nuovo e non ho in mente di dedicarmi subito un altro, ma sono sicuro che tra poco cominceremo immancabilmente a pensare al nostro album numero 4 che verrà.

A proposito di suonare live. E’ possibile per una band come la vostra andare in tour con facilità e avere un buon ritorno economico da questa esperienza? Mi riferisco anche ovviamente alla vendita di cd e merchandise.

A dire il vero per noi non è proprio possibile andare in tour, abbiamo lavori regolari da svolgere tutti i giorni e possiamo permetterci solo di fare show nei week-end. L’ultimo tour effettivo che ho fatto è stato con i Gorefest e abbiamo finito per perderci così tanti soldi che non siamo più riusciti a rimetterci in sesto. La questione è che nei week end puoi riuscire ad avere un locale pieno, ma durante la settimana nessuno viene ai concerti e tu finisci per perdere tutto quello che hai fatto nei giorni successivi. Per una band del nostro livello una cosa del genere semplicemente non può funzionare. Molto meglio per noi suonare in qualche festival e qualche show nei club, in questo modo possiamo guadagnare qualcosa invece di perderci. Siamo comunque persone che lavorano nella vita di tutti i giorni, quindi non abbiamo bisogno di avere grossi introiti dalla musica per tirare avanti. Tutto questo credo ci aiuti anche ad avere un approccio salutare ed onesto verso la nostra musica.

Ti faccio ancora una domanda sulla situazione del mercato musicale. C’è un ritorno di interesse da parte soprattutto dei collezionisti del formato vinile-LP, ma paradossalmente anche della musicassetta. Al contrario il CD pare essere ormai desueto e quasi soppiantato dall’ascolto digitale. Tu come la vedi? Riuscirà comunque il CD a mantenere il proprio ruolo di supporto d’ascolto e vendita?

Non sono mai stato un vero collezionista di vinili e personalmente odio le cassette (davvero, perché stanno tornando di moda? Il suono è pessimo, si rovinano velocemente e per ascoltare una canzone specifica devi smanettare avanti e indietro… non ha senso!), ma ritengo che sia sempre positivo quando qualcuno da valore ancora alla copia fisica. Per me un formato come l’Mp3 non ha alcun valore… è solo… aria. Ma sono piuttosto sicuro che con il tempo il cd finirà per sparire di questo passo. Vedo sempre più persone rinunciare alla propria collezione e costruirsene una copia digitale. Molto triste dal mio punto di vista. Sono contento di aver vissuto un’epoca in cui potevi andare nel tuo negozio di dischi preferito a cercare le nuove uscite. Così come funziona oggi ogni eccitazione sembra essere sparita. Molto triste.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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