Danny Vaughn: Grinta e melodia – Intervista

La passione gioca brutti scherzi, o forse è una fortuna. Può servire ad andare avanti nonostante tutto o ad essere testardi e seguire un sogno che non c’è più. Nel caso di Danny Vaughn, è una fortuna che la sua grande e genuina passione continui ad animarlo, e a renderlo capace di regalrci emozioni album dopo album. Esempio limpido di come unire sostanza e melodia, l’ex (?) frontman dei Tyketto, prossimi a tornare – almeno dal vivo – in ottobre, parla del nuovo album e di come ha rischiato di essere davvero famoso.

Questo – eccezion fatta per l’EP ‘Standing Alone’ – è il primo album in cui usi anche il tuo nome di battesimo: lo consideri il tuo primo vero lavoro solista?

“No, direi che entrambi gli album usciti a nome Vaughn – ‘Soldiers And Sailors On Riverside’ e ‘Fearless’ – sono album solisti. Sono io la principale forza creativa dietro la composizione e la registrazione di tutti e tre. Ciò che è cambiato ad ogni album e ogni tour è la squadra: il problema è semplicemente che, non essendo abbastanza grossi come band da poter lavorare a questo progetto a tempo pieno, dobbiamo fare quel che possiamo incastrando gli impegni di ciascuno e talvolta capita che, per impegni di lavoro o di famiglia, non tutti sono disponibili un mese o più per registrare o andare in tour. L’unica persona che sono sicuro sarà sempre coinvolta sono io, e questo è il motivo per cui ho scelto di usare anche il mio nome di battesimo, d’ora in poi.”

Hai detto che consideri ‘Traveller’ il tuo album migliore. E’ solo una mossa promozionale o c’è un motivo ben preciso?

“Credo sia il migliore perchè è il più completo, dal punto di vista musicale e da quello dei testi. Perché qui, più che mai in passato, si è trattato del prodotto di una grande passione, ed ero circondato non solo da musicisti che hanno sposato come proprie le mie idee, ma anche perché i miei amici e la mia famiglia hanno preso parte alla concezione e all’ideazione. Tutto ciò mi ha reso più orgoglioso di quanto era stato per gli altri album prima di questo.”

Hai anche sottolineato come in questo album, rispetto ai precedenti, le chitarre giochino un ruolo più importante. Tra i pezzi più riusciti, però, almeno secondo me ci sono ‘Restless Blood’ e ‘That’s What She Says’, nei quali è invece evidente un’influenza che sembra arrivare dalla musica folk americana.

“E’ vero, ho influenze come questa e tante altre. Il pezzo in cui è più chiaro, per me, è ‘The Measure Of A Man’: ha una forte somiglianza a Bruce Springsteen e John Mellencamp, che adoro. Comunque cerco di dar spazio a tutte le mie fonti d’ispirazione: così, ad esempio, un pezzo come ‘Death Of The Tiger’ è molto chiaramente influenzato dai Led Zeppelin. Mi piace che ci sia molta varietà.”

Una caratteristica ricorrente nel tuo stile è l’uso dei cori, come ad esempio in ‘Miracle Days’: hai una tecnica particolare per ottenere un effetto così intenso?

“Piuttosto spesso, strutture vocali come quella o le backing vocals di ‘Traveller’ mi vengono spontaneamente. Non è una cosa che pianifico: le sento mentre le costruisco. Il miglior investimento che abbia mai fatto, in effetti, è un piccolo studio di registrazione digitale: mi consente di provare tutte le idee e scartare quelle cattive. Quindi faccio un sacco di lavoro sulle voci a casa, in modo da sapere esattamente cosa voglio quando arrivo in studio. Mi piacciono tutti gli strumenti, ma sono ancora convinto che la voce umana sia quello più straordinario e versatile. E quando metti insieme un sacco di voci, come in un coro gospel, mi sembra tu possa davvero avvicinarti al concetto di “divino”.”

La scelta di prendere come batterista Lee Morris, già con i Paradise Lost, può sembrare strana. Come lo hai coinvolto?

“In realtà Lee aveva lavorato un po’ con i Ten prima di aggregarsi a noi. Steve McKenna lo aveva conosciuto lì e me lo ha raccomandato perché credeva si sarebbe adattato perfettamente: in effetti ho scoperto che la musica preferita di Lee è l’AOR e il rock melodico. Nei Paradise Lost era considerato “quello allegro”. In ogni caso, quel che conta è che era perfettamente familiare con il nostro stile, un batterista straordinariamente sveglio e interessante, oltre ad avere una gran voce. Ha funzionato fin dall’inizio.”

‘Traveller’ ha bisogno di diversi ascolti per essere apprezzato fino in fondo, essendo meno diretto degli album precedenti: apprezzi la stessa caratteristica nella musica che ascolti tu?

“Sì, ed è sempre ciò che spero di ottenere: penso che gli album che hanno bisogno di un po’ di tempo per catturarti siano quelli che poi riprendi in mano e continui ad ascoltare. Non perdono il loro sapore.”

Ci sono delle band contemporanee che apprezzi particolarmente?

“Sono sempre molto indietro sui trend e sulla musica pop, la situazione poi è drasticamente peggiorata perché sembra esserci stato un vero e proprio deterioramento nel talento musicale vero e proprio, spesso è tutta una questione di moda e spettacolo. Detto questo, due band che mi vengono in mente e mi piacciono parecchio sono i The Feeling e i Muse: entrambe hanno del vero talento.”

Hai suonato e cantato diversi stili nella tua carriera: cosa ti ricordi del periodo dei Flesh & Blood? E’ uno stile che ti piacerebbe riprendere?

“Il blues è il mio primo e più grande amore. Mi piacciono i cantanti pieni di passione e di soul, ed è più facile trovare queste caratteristiche fra i cantanti blues. Paul Rodgers, Glenn Hughes e Robert Plant, gente come loro. Con i Flesh & Blood era bellissimo, perché non mi ero mai messo alla prova in quel modo. Era del tutto naturale, per me, lasciarmi andare cantando le canzoni di qualcun altro e me la sono passata davvero bene. Forse faremo un altro album, un giorno. Non si sa mai.”

I Tyketto suoneranno al Firefest di Nottingham il prossimo ottobre, mentre tu aprirai con la tua band i concerti inglesi dei Journey. Steve Augeri, prima di diventare il cantante dei Journey, ti aveva sostituito nei Tyketto. Un sacco di coincidenze. Hai mai desiderato far parte di una band più famosa?

“Certo, mi piacerebbe tantissimo essere più famoso. Soprattutto mi piacerebbe guadagnarmi da vivere tutto l’anno facendo il musicista, ma al tempo stesso sono consapevole di quanto sono stato un caso raro e fortunato ad aver potuto fare quel poco che ho fatto. Essere ancora noto dopo essere stato sulle scene per 20 anni è una bellissima cosa e non penso che questa sia una coincidenza, così come non è una coincidenza che Jeff Scott Soto sia il cantante dei Journey adesso: si è ammazzato di lavoro per essere riconosciuto e rispettato nella scena musicale, finché è arrivato il suo momento. Ed è stato veramente gentile a ricordarsi di me in un modo simile. E’ bello avere amici!”

Cosa è cambiato rispetto a quando hai cominciato la tua carriera?

“Molto dell’hype e delle bugie che c’erano è svanito. Con i Tyketto eravamo circondati da gente che ci diceva che saremmo stati i prossimi Whitesnake o Bon Jovi, finché ci siamo convinti anche noi che non potevamo fallire. Eppure è successo. Solo di poco, ma abbiamo fallito. Quindi, a quei tempi, il successo e tutto ciò che ne consegue era dato quasi per scontato. Adesso so come vanno le cose. Ogni piccolo risultato è importante, per me. Ogni volta che un fan mi scrive e mi dice quanto gli piace la mia musica e quanto significa per lui è una grande vittoria per me, come compositore e come musicista.”

C’è qualche possibilità di vedervi dal vivo in Italia?

“Basta che mi indichi un buon promoter italiano e veniamo di corsa!”

Che stiamo aspettando?

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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