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Gotthard: “Silver” – Intervista a Leo Leoni

Quando Leo Leoni parla è come un iume in piena difficile da arginare. La sua dirompente personalità e il fatto di avere numerosi argomenti di cui parlare, indipenndentemente da quale sia la domanda di partenza, lo rendono una persona con cui è sempre piacevole avere a che fare. Lo storico chitarrista dei Gotthard vive con serenità questo momento nella carriera della band svizzera, e ne parla con orgoglio nel backstage dell’Alcatraz, poche ore prima che la band salga sul palco per quella che per ora è l’unica data in programma nel nostro Paese in occasione dell’uscita dell’album “Silver”.

Ciao Leo e ben ritrovato. Come sta andando il tour e quali reaziomi state ricevendo per quanto riguarda “Silver”?

Sta andando tutto molto bene. Purtroppo qualche giorno fa Hena (il batterista della band ndr) si è dovuto fermare per problemi di salute, adesso si sta riprendendo ma abbiamo avuto bisogno di qualche prova non prevista. Abbiamo cambiato la setlist dei concerti, ma molto poco, penso che tutti siano contenti per come sta andando; ci vuole un po’, però siamo qua. Per quanto riguarda l’album, sta andando molto bene. In Svizzera siamo arrivati al primo posto in classifica, siamo arrivati al settimo posto nelle charts tedesche e in quelle austriache, siamo entrati nelle playlist di una radio inglese, cosa mai successa prima, quindi oserei dire che sta andando tutto bene. La risposta dei fan c’è, in Germania abbiamo fatto un bellissimo tour, e adesso speriamo che nelle prossime date continui così.

Ascoltando “Silver” si notano per forza di cose alcune differenze di stile rispetto agli album precedenti. Ad esempio, scompaiono quasi del tutto le ballad.

Ogni disco deve essere diverso. Se avessimo fatto tutti i dischi uguali, penso che non avrebbe avuto senso, come band non avremmo resistito nel tempo. Non c’è nessuna band che abbia fatto un disco uguale all’altro, partendo dagli AC/DC, passando agli Aerosmith, Rolling Stones, i Pink Floyd, eccetera…forse neanche Raul Casadei ha fatto tutti i dischi uguali! Questo disco per noi era importante perché era il terzo disco con Nic, dove “Firebirth” era un appuntamento al buio, poi è arrivato “Bang”, che è stato un po’ più cucito addosso a Nic, mentre con “Silver” abbiamo capito veramente dove siamo, qual è la situazione in cui siamo. Penso che il disco sia molto importante perché è molto vero ed è Gotthard al 100%, rispecchia 25 anni di lavoro che abbiamo fatto e penso che ci sia di tutto e di più, ci siano tutti i colori di questi anni. noi non abbiamo mai perso la nostra identità, anche se abbiamo perso un elemento molto importante, la nostra voce, però siamo ancora qua, e questa è la parte importante. “Silver” arriva come un disco di anniversario, ma è nato come un disco da studio, dopodiché ci siamo resi conto che coincideva con i nostri 25 anni.

A questo proposito, dopo 6 anni insieme a Nic e tre dischi, quale bilancio trai del vostro sodalizio artistico?

Il bilancio è positivo, le ultime date che abbiamo fatto hanno avuto un’ottima risposta, con un pubblico che comprende tre generazioni, dai ragazzini ai nonni come me! Nic piace come personaggio e piace come cantante. Noi non abbiamo mai cercato un secondo Steve e non ci abbiamo neanche mai pensato, non avrebbe avuto senso. Quando abbiamo deciso di continuare, ho preso ad esempio un personaggio per me molto importante, che era Charlie Chaplin, che si presentò ad uno show di quei tempi in cui cercavano un suo sosia. Lui si è presentato a questo concorso ed è arrivato terzo. Insieme adesso siamo perfetti. Chiaro che saremmo stati felici se non fosse successo quello che è successo, e quindi tutto quello che c’è stato di conseguenza, ma siamo qua, il risultato c’è e siamo contenti. Se non fosse così, vorrebbe dire che qualcosa è andato storto.

E’ nato tutto in modo molto semplice. Penso che come chitarrista, io abbia la tendenza a voler realizzare sempre il riff perfetto, ma credo che l’unico che ci è riuscito veramente sia stato Blackmore. Penso che tutti quelli che prendono in mano uno strumento e pensano a un mano di musica classica, abbiano come primo riferimento la Sinfonia numero 5 di Beethoven. È nato un po’ tutto così, dicendo: sarebbe bello fare un pezzo così, quindi nel tema abbiamo messo il tema, campionato, di Beethoven, ma il testo dice “vorrei avere anch’io un’ispirazione come quella di Beethoven”, mentre alla fine si dice che è sufficiente che qualcuno creda in me. non sappiamo se Beethoven bevesse tequila, whisky o qualcos’altro, però a lui è andata meglio da una parte, dall’altra un po’ meno, perché è morto di malattia. È un brano ironico, che abbiamo fatto con un grande rispetto per l’artista Beethoven, non riusciremo mai a fare un pezzo così, saremmo tutti felici se potessimo fare un pezzo così, ma non prendiamo troppo seriamente quello che stiamo facendo, perché non avrebbe senso. I sample sono fatti volutamente con uno stile molto anni ’80, si capisce che non è suonato da una vera orchestra. Abbiamo fatto orchestrazioni più serie ad esempio su “Bang” con “Thank You”, ma questo è fatto in modo divertente.

Quindi tu in generale sei favorevole alla fusione tra rock e musica classica.

Assolutamente sì. Io non mi improvviserei mai come musicista classico, c’è gente che lo fa magnificamente. Penso che se questa musica sia sopravvissuta e continui a vivere nei secoli a venire, c’è un motivo, anche perché penso che di geni contemporanei, come ce ne sono stati nel passato, non ce ne siano più da molto tempo; non per niente si chiama “la grande musica”, ci sarà un motivo. Bisogna prendersi sul serio, sperare di poter fare un brano capolavoro, ma nello stesso tempo sapere che puoi scrivere un brano al meglio che puoi, colorarlo con degli arrangiamenti al meglio che puoi, e se hai bisogno di qualcuno che è del mestiere, vai a chiedere a qualcun altro. Nel rock penso a Jon Lord, che è stato uno dei primi a unire le sonorità classiche con il rock, poi è arrivato Keith Emerson, anche i Kiss hanno questo concerto non mi ricordo più dove con un’orchestra dove tutti gli orchestrali avevano il face painting come quello dei Kiss…il tutto però fatto con rispetto, senza avere la pretesa di essere paragonato a quei grandi.

Diresti che “Silver” è in generale un album caratterizzato da contenuti positivi?

Sì, certo, è vero che il disco ha una sua energia positiva, però è anche vero che abbiamo toccato temi importanti. “Why”, per esempio, è un pezzo che parla di un amico che si è suicidato, e la parola che dà il titolo al brano ci fa chiedere perché tu non hai parlato, ma anche perché noi non abbiamo ascoltato, che è una cosa che ci si chiede sempre quando accadono queste cose, quindi è un brano fatto per sensibilizzare. Poi c’è “Only Love Is Real”, che è vero, forse ha un messaggio banale, però con tutto quello che succede al giorno d’oggi in questo mondo, è importante ribadire quello che ha detto Johnn Lennon e continuare a ripeterlo nella maniera più semplice possibile. Abbiamo voluto fare apposta così, quindi fare brani positivi ma che invitino a riflettere, quindi invito a spulciare un po’ di più nei testi, vedrete che salterà fuori sempre qualcosa di più profondo.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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