Gotthard: "Firebirth" - Intervista a Marc Lynn

Gotthard: “Firebirth” – Intervista a Marc Lynn

Gotthard

Una delle presenze più gradite nei quattro giorni di Gods of Metal è stata senza dubbio quella dei Gotthard, che sanciscono con questo tour estivo la loro rinascita dopo il periodo buio. Con la consueta cortesia che contraddistingue i componenti della band, ecco cosa ha detto Marc Lynn, bassista dei Gotthard, a proposito del nuovo corso intrapreso dal gruppo.

È stata una cosa molto bella per tutti i fan il fatto che voi abbiate deciso di continuare dopo quello che è successo, possiamo solo immaginare quanto sia stato difficile per voi. Per questo da parte nostra va tutta la nostra stima nei vostri confronti, perché quella che avete fatto è una cosa grande. A questo proposito, mi ricordo che il guestbook del vostro website era pieno di messaggi che dicevano “andate avanti, continuate a suonare”. Voi vi aspettavate una risposta dei fan con tanto amore dopo quello che era successo, o è stata una sorpresa anche per voi?

È stata una sorpresa, perché logicamente un cantante è sempre il punto principale, specialmente dopo vent’anni. Non è facile cambiare un cantante dopo una tragedia, un po’come è successo agli AC/DC. La decisione se andare avanti o meno, in ogni modo, la dovevamo fare con noi stessi, perché ogni giorno era diverso: un giorno eri triste, il giorno dopo eri pronto per attaccare, e i primi tempi li abbiamo passati a parlare di noi stessi come persone, chiedendoci come stavamo. Dopo vent’anni, in situazioni del genere, vedi veramente chi sono gli amici. Dopo un po’, quella tristezza è passata e ci siamo chiesti: e adesso, cosa facciamo? La famiglia di Steve, i suoi amici, i fan, tutti hanno dato un input positivo, e quella è stata una cosa che ha reso più semplice la scelta di andare avanti. Poi c’è stata un’altra cosa che ci ha aiutato, ovvero chi diceva che senza Steve questo gruppo non valeva più niente: abbiamo voluto dimostrare che invece valiamo ancora molto, perché questo ti dà lo stimolo per dire che, se ti decidi, fai le cose nel modo giusto. È stato il momento in cui abbiamo fatto uscire la news che, se avessimo trovato il cantante giusto, saremmo andati avanti. La nostra decisione non è stata di una voce, per noi era importante il gruppo. Anche quando la voce è a un livello inferiore rispetto a quella che aveva Steve, perché è difficile arrivare a quel livello, volevamo un team, questa era la cosa più importante. Così, una cosa ha seguito l’altra e abbiamo scelto Nic dopo tante prove con tanti cantanti bravi, conosciuti e sconosciuti. Con Nic c’è stata armonia fin da subito, dopo un paio di giorni sembrava che ci conoscessimo da mesi, per di più era svizzero, anche se abitava in Australia.

 Ma voi non cercavate per forza un cantante svizzero.

No, abbiamo avuto inglesi, tedeschi, americani, canadesi, abbiamo fatto venire uno dall’Uruguay, dappertutto. Sono arrivati circa 450 nastri, e ne avremmo potuti utilizzare una trentina o una quarantina, ma abbiamo deciso che non volevamo avere i Gotthard con una star, ma che volevamo avere un complesso.

A parte il feeling immediato, a pelle, con Nic, c’è stato un momento in cui avete capito che lui era il ragazzo giusto per voi?

Ci sono stati due momenti. Il primo è stato quando l’abbiamo invitato la seconda volta e siamo sempre stati o in sala prove o in studio. Avevamo già finito la prova, lui era seduto al piano e ha iniziato a suonare e cantare “One Life, One Soul”. Questo ci ha colpito molto, è stata la prima volta che abbiamo detto: “Qui c’è qualcosa”. Così l’abbiamo invitato a rimanere, e nelle prime due settimane in cui abbiamo lavorato assieme siamo riusciti a scrivere quattro pezzi, ovvero “Starlight”, che è un’idea che ha sviluppato insieme a Freddy da una sua idea, “I Can” e Where Are You”, che ha scritto Leo e che Nic ha aiutato, e “Remember It’s Me”. In questo momento abbiamo capito che c’era qualcosa di magico. Nonostante questo, lo abbiamo rimandato a casa perché volevamo terminare la nostra lista di tutti i cantanti, non volevamo in un secondo tempo rimpiangere di non avere provato questo o quel cantante, anche quando sapevamo che il livello raggiunto con Nic era già molto alto. Sapevamo anche che non è una persona conosciuta, e che lui non ha una grandissima esperienza sul palco, per lui la pressione è tanta, soprattutto in Svizzera, dove il paragone è più forte. Lui però sta lavorando come un matto, e dico a quelli che continuano a fare il paragone con Steve che devono schiacciare il tasto Reset perché questa è una cosa nuova, a Nic manca l’esperienza ma sta acquistando sicurezza, e lo stiamo facendo insieme. Nic ha una bellissima voce, è molto creativo e molto simpatico.

La cosa importante che avete fatto è stata anche quella di non cercare per forza un clone di Steve.

Nic in certi pezzi ci va vicino, del resto tutti quelli che hanno fatto l’audizione e sapevano cantare le vecchie canzoni erano così. C’è stato uno che era meno creativo ma aveva una voce troppo uguale, gli abbiamo detto di no proprio perché era troppo simile a Steve, non solo nella voce ma anche nel look. Non doveva essere così, perché sarebbe stata sempre una copia e mai l’originale.

Parliamo un attimo di te invece. Quando hai cominciato ad essere un musicista professionista?

Nel 1987 con i China, insieme a Freddy. Poi nel 1989, loro non volevano più suonare con me e io non volevo più suonare con loro, quindi sono stato per circa un anno senza fare niente, e infine mi sono aggregato a Steve e Leo per lavorare insieme all’uscita dei Gotthard. Prima di questo ho suonato in un gruppo semi professionale, i Stormbringer, con cui abbiamo anche inciso un disco, pubblicato in Giappone, e fatto un tour con i Quiet Riot, senza mai riuscire a fare il grande salto,  e prima ancora era tutto a livello amatoriale.

Daresti un parere sui chitarristi che avete avuto prima di Freddy, ovvero Mandy Meyer, Igor Gianola e Theo Quadri, e perché invece con Freddy è già il quarto disco che fate insieme?

Theo non è apparso su disco, ma aveva saputo che avevamo bisogno di un secondo chitarrista. Lì il problema è stato forse il suo carattere, il feeling personale. Poi è subentrato Igor, con il quale è successa una cosa interna a noi, di cui non parlerò qui, anche se comunque i nostri rapporti sono ancora buoni . Igor adesso suona con Udo, e siamo stati noi a fargli ottenere quel posto. Con Mandy il problema è stato che, siccome negli anni abbiamo avuto vari cambi di management, lui non ha più saputo di chi fidarsi. Dopo sette anni l’ho rivisto un mese fa, abbiamo fatto un tour insieme in Sud America, perché lui adesso suona con gli Unisonic, che hanno suonato qui giovedì, e andremo in tour con loro in Giappone e in tutta Europa. Adesso, quando ci rivediamo, va tutto bene, ci beviamo una birra, è il contrario: il vecchio feeling è ancora qui, ma i tempi sono cambiati, abbiamo un nuovo chitarrista, che è molto bravo e che soprattutto, a differenza degli altri, lavora molto bene insieme a Leo, probabilmente anche per una questione caratteriale fra i due, discutono di più, lavorano meglio insieme.

Parliamo del presente e, speriamo, anche del futuro. Come sta andando la resa dal vivo di “Firebirth”? Vi sembra che ci siano dei pezzi che alla gente piacciono più di altri?

È difficile dirlo perché il disco è uscito da troppo poco tempo e molti non conoscono ancora i pezzi, a parte “Remember It’s Me” e “Starlight”, questi vedo che la gente li canta, sono i preferiti adesso. Vedremo, quando i fan prenderanno il disco, che cosa gli piacerà. Oggi suoniamo 5 o 6 pezzi, che sono tanti per un’esibizione di 70 minuti, ma non posso dirti molto, ci sono tante reazioni, anche molto diverse. La mia mamma, che ha 75 anni, ad esempio, mi ha detto: “Finalmente un disco in cui ci sono delle ballad!” (ride, ndr). È molto bello che ci siano tante reazioni diverse, e che il disco piaccia a tante persone per tanti motivi differenti. Del resto il nostro stile è cambiato nel corso degli anni. Durante gli anni ’90, ad esempio, non potevi assolutamente fare del rock in radio o in televisione, perché non ti voleva nessuno. Poi abbiamo iniziato con l’acustico, che ci ha portato molti nuovi fan. Gli ultimi dischi sono stati tutti più duri come genere, adesso abbiamo iniziato a fare una cosa nuova. Arriviamo con un nuovo cantante, tutti sanno cosa è successo, l’unico modo per crescere è accelerare al massimo. Abbiamo riflettuto su quali siano i dischi che a noi della band piacciono di più, e sul tavolo c’erano sempre gli stessi due, “Lipservice” e “G.”, siamo andati a riprendere l’ingegnere di “Homerun” e l’abbiamo lasciato fare la produzione. Lui ci ha insegnato nuovamente a suonare senza click track per la batteria, senza niente: “imparate il pezzo, chiudete gli occhi e suonate”. Questo coproduttore (il secondo produttore è Leo), ci ha anche insegnato nuovamente a fare attenzione alle pause, senza grosse produzioni, solo “back to the real stuff”. Quello che volevamo realizzare era che la gente comprasse il disco, incuriosita per via del nuovo cantante, accendesse lo stereo, e sentisse i Gotthard.

Hai parlato in precedenza di problemi con il management. In questi vent’anni ti è mai venuto il pensiero di dire: “Basta, mollo tutto e smetto di suonare?”.

Sì, certo, un sacco di volte, ma l’amore per la musica è sempre stato più forte. Siamo tornati con il vecchio management, a dieci anni di distanza ci siamo seduti e ci siamo raccontati tutto quello che ci era successo. Questo è successo circa sei mesi prima dell’incidente a Steve, e loro sono sempre stati con noi, hanno organizzato tutto in modo fantastico. Adesso non cambiamo più, abbiamo imparato a comunicare tra di noi.

Che programmi avete per il prossimo anno?

Per adesso abbiamo 50 date programmate fino alla fine dell’anno, una anche in Italia a Milano, in novembre. Alla fine dell’anno ci fermeremo e faremo una verifica di com’è andato l’album e di com’è andato il nuovo cantante, poi vedremo. Probabilmente faremo ancora qualche data, magari potremmo andare in Svezia, che è una terra che tocchiamo in modo sempre marginale, ma adesso è troppo presto per parlarne.

Te lo chiedo perché, data la grossa crisi del mercato discografico, di  cui tu sarai sicuramente più informato di me, per  un gruppo adesso è l’aspetto live quello più importante per promuoversi.

Sì, sicuramente. Io sono uno dei pochi che compra ancora dischi, e mi interessa averne pochi, ma di qualità, invece di tanti che non ascolto. Non mi importa avere 15.000 titoli e non sapere cosa ascoltare. Tornate alla qualità, non alla massa, se no, al primo trasloco, diventano tutti rifiuti. L’aspetto dal vivo è importante, ed è importante dare soddisfazione alla gente che viene a vederti, dare il massimo. La musica è un po’ come la moda, va e viene, adesso sta forse tornando, anche grazie al teatro, o vogliamo dire al circo? Noi vogliamo essere una band che suona senza leccare i piedi a qualcuno. Abbiamo un grande staff, c’è una grande alchimia fra noi, specialmente quando saliamo sul palco, e siamo contenti che la gente venga a vederci.

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