Il Maniscalco Maldestro: Good Craziness – Intervista

Il 2005 della musica tricolore potrebbe passare alla storia come un anno particolarmente positivo, sia in campo metallico che in territori meno “ostici”. Il Maniscalco Maldestro è l’ultimo arrivo in ordine di apparizione, ma di certo si collocherebbe ai primi posti in un’ideale graduatoria di fine anno. Un disco strano, partorita da una band altrettanto strana, fatta di persone comuni ma con una voglia matta di dire qualcosa di diverso rispetto a ciò che ci circonda. Una band che merita di essere conosciuta, apprezzarla sarà una conseguenza. Ci guida per le strade maldestre il chitarrista/cantante Antonio, in una lunga chiacchierata via Msn in cui ha mostrato una gentilezza e disponibilità unica ma di cui, purtroppo, è possibile riproporre solo alcuni stralci.

“Il Maniscalco Maldestro nasce nel 2001 dalle ceneri di precedenti progetti, in particolare dei Rimozione Coatta, band crossover di ragazzini volterrani di cui facevo parte io, i futuri bassista e batterista del Maniscalco e altri due ragazzi che ci abbandonarono presto. Decidemmo di continuare noi tre a breve si aggiunse l’Iso alla chitarra. Cercavamo quindi un cantante, io suonavo e basta, così provammo un paio di amici, ma erano su direzioni troppo diverse dalla nostra. Venne uno e cantava tipo prog metal sui pezzi alla Primus…”

Capisco, capita anche di fare provini a bassisti che slappano su ‘South Of Heaven’…

“Ahahah! Esatto! …’ste smanie di tecnica… All’inizio avevamo un mini show che portavamo in giro e per fare ciccia spesso iniziavamo con delle intro, pseudo improvvisate che finivano per mandare tutti via (15 minuti di intro forse erano un po’ troppi, ripensandoci) ma ci fermammo quasi subito. Quando ricominciammo il batterista Sarvo sembrava non avere troppa voglia, così chiamai un mio amico chitarrista che picchiava sui tamburi, tanto con un cantante improvvisato andava bene anche un batterista improvvisato: era Stefano, oggi Borrkia. Decidemmo di incidere questo benedetto promo nel 2001, che raccolse positivi consensi, affinammo il tiro con un anno di prove e live ed eravamo pronti per il secondo demo nel 2002, ‘Letà del bisturi’. Stesso discorso, autoprodotto, autoregistrato, ma con un briciolo di esperienza in più.

Il secondo demo andò bene e lo mandammo in giro per cercare un etichetta con cui poter collaborare e qui iniziò la grande crisi de Il Maniscalco Maldestro. Simone, appena iscrittosi a Medicina a Pisa, era intimorito, combattuto, poiché voleva fare il medico e mai e poi mai sarebbe sceso a compromessi con lo studio. Nel contempo abbiamo avuto un po’ di abbacchi psicologici un concorso vinto con un premio di 4.000 euro, i cui soldi non sono mai stati pagati perché il tipo si è dato alla macchia. Nel 2003 si è presentato Sandro, il nostro produttore artistico che ci propose di registrare il disco nel suo studio a Bolgheri, di cui abbiamo finito con i mix a marzo 2005”..

E il nome della band?

“Mi venne in mente mentre viaggiavo sull’autobus per andare a Firenze, dove frequentavo l’università, suonava bene, aveva l’articolo, le consonanze ed era il nome del mio amico immaginario dal naso lungo. Quella sorta di pinocchio incattivito che vedi in tutte le nostre copertine. Io disegno ed era da un po’ che mi balenava per la testa questo figuro, naso allungato e a punta rosso, una figura longilinea ma con un po’ di buzzetta, pensa che ho piena la casa fra disegni, pupazzetti di pongo di das, maschere, ho fatto pure un orologio a forma sua. Il Borrkia sostiene che sia il mio alter ego”.

Per quanto riguarda la composizione? I brani sono piuttosto strutturati e complessi…

“Diciamo che compongo principalmente io, anche Simone è stato sempre molto attivo ma nell’ultimo periodo si era spento, quindi facevo tutto io. Solitamente, a casa provo a mettere su la canzone, immaginandomi i cambi, i tempi che ci sentirei, la struttura della canzone, come unire le parti e come incastrare la voce. Porto il tutto e ci lavoriamo assieme. Altre volte le canzoni nascono in sala, da un riff che si sviluppa lì per lì e si perfeziona a forza di jammare tutti insieme. Comunque anche con i nuovi maldestri c’è un gran feeling compositivo, French sta portando un sacco di idee, e penso che questo non possa fare che bene”.

Ma come è stato possibile far confluire tutte queste confluenze in un gruppo che, immagino, è molto giovane…

“Devo dare merito a babbo Gianpaolo. Ha circa 500 vinili e mi ha cresciuto con Led Zeppelin e King Crimson, De Andre e Paolo Conte. E’ un grande, pensa che sono riuscito a fargli apprezzare gli Opeth e fra poco compie 55 anni”.

Agli ascolti di tuo padre che hai aggiunto? Io ho fatto esplicito riferimento ai System Of A Down, ce ne sono alcuni palesi che invece non emergono nelle recensioni che vi riguardano?

“Sicuramente i Soad sono un gruppo che mi ha aperto un sacco di vie, però un po’ mi hanno stufato. Quando uscì il disco d’esordio e lessi la recensione mi fiondai nel negozio per comprarlo e quando lo misi nel cd dissi: ‘Cazzo, questo è quello che voglio fare io’. C’era quel tentativo di mischiare il metal con la musica gitana, che hanno un po’ perso adesso, anzi del tutto direi. Anche per quanto riguarda i suoni, viziati alle perfette sonorità di oggi, fai difficoltà a sentire quelle vecchie produzioni”.

Oltre ai Soad, fra le vostre influenze, io direi Primus, Faith No More, Branduardi. Dimentico qualcuno?

“Diciamo che ci siamo, io ci risento anche qualcosa del filone prog 70, in alcuni riff, tipo ‘fase 5 metabolismo’. Tutti i lavori di Patton (per l’uso della voce e la sperimentazione), quindi Fantomas e Mr Bungle, e anche un pò di stoner rock, kyuss e qotsa in alcuni suoni di chitarre. Fai anche Goran Bregovic e un pò di Paolo Conte e ci siamo”.

Io, tra l’altro, parlavo un paio di anni fa con un amico, dicendo che ci sarebbe bisogno dei Soad italiani, che facessero cose con fisarmoniche e altri strumenti tradizionali. Pensi che in futuro tali strumenti avranno maggior peso nella vostra musica o era solo un esperimento isolato?

“No, sicuramente è una componente fondamentale, pensa che abbiamo anche un set acustico e abbiamo riarrangiato tutti i pezzi e la lettura, così, è ancora più vicina alla tradizione. C’è un fisarmonicista che spesso è con noi e abbiamo fatto dei concerti in piccoli posti o per le radio. La cosa secondo me funziona abbastanza bene, alcune canzoni ne guadagnano addirittura mentre altre perdono”.

Ma voi nella vita che fate? Non penso che campiate con la musica…

“Io lavoro per una casa editrice, impagino libri e creo copertine e altre cosette multimediali. Bruno, il bassista fa il geometra, il Borrkia è praticamente come Homer, non solo per la buzza ma anche perché lavora in uno stabilimento chimico a monitorizzare i processi e a gestire i macchinari. French invece è rimasto l’unico a studiare ancora. A me, tra l’altro, piace pensare ad una famiglia allargata, ad un Maniscalco allargato a 6. Capita spesso di suonare insieme nelle date, noi e Nedo e gli apprendisti rabdomanti, il gruppo di Simone e Thomas ispirato sicuramente al Nedo del Vernacoliere! (personaggio decisamente oltre ogni definizione, imperdibile, ndr)”.

Il Borrkia ha anche il picchio di Homer?

“Ahahah! Lui è veramente un cartone animato vivente. Lui è lo show man, quando suoniamo si galvanizza e scende tra il pubblico con il suo piatto. A volte io vado alla batteria e lui inizia a dire cazzate e imita personaggi improbabili con cui lavora. È per questo che a noi ci piacerebbe una volta, o forse anche di più, spacciarci per artisti di strada e chiedere l’elemosina col Borrkia che da spettacolo, anche perchè la nostra musica è soprattutto autoironia. Lui si sente una vera rock star, è un folgorato tipo Jack Black di School Of Rock, ha un sacco di allievi a cui insegna chitarra e batteria, e gli da’ dritte sulla vita. Una delle tappe fondamentali delle sue lezioni è quella sull’esibizionismo…”

Ma avete pronta gia’ roba nuova?

“Per adesso stiamo preparando un videoclip da mandare in giro con il cd, l’ha girato live una nostra amica ma è molto professionale. Sul lato musicale stiamo lavorando con i nuovi Maldestri, abbiamo delle idee abbozzate, una decina di pezzi su cui lavorare. Si sono alcune cose più blues, c’è un po’ di country e altre cose molto gitane. Dimenticavo, abbiamo riarrangiato ‘Bella Ciao’ per un concorso e la e registreremo in uno studio per una compilation, prodotta dalla Promupi, un’associazione culturale di Pisa”.

Vedi una ripresa della musica italiana, in genere? Per me questo e’ stato un anno notevole dal punto di vista delle uscite tricolori. Voi, gli Offlaga Disco Pax, gli Ufomammut, i Baustelle…

“Secondo me ci sono alcune cose positive nell’underground e noto una certa rinascita soprattutto nel settore metal, quindi questo mi riguarda meno anche perché vedo che ci sono un sacco di ritorni alle "tallerie" power e simili. Comunque ci sono dei bei gruppi, gli Offlaga Disco Pax, come dicevi tu, sono notevoli con belle idee, originali e suonano freschi. Secondo me è un periodo buono, ancora non troppo ma c’è qualcosa che credo si stia muovendo. Penso che la gente si sia un pò rotta le scatole di ascoltare sempre lo stesso stereotipo di rock italiano alla Nek o giù di lì. Penso sia solo questione di tempo”.

Dici che fra un po’ ci sarà spazio anche per voi a Sanremo?

“Ora, questo no, però vedo che quando uno propone roba bella, non necessariamente originale, ma comunque fresca la gente apprezza. Noi abbiamo suonato nella nostra città davanti a bambini e anziani e la gente era incuriosita. Io prima di salire sul palco già mi vedevo il vuoto sotto, e magari il vecchiettino che ti viene a chiedere di abbassare il volume, invece la gente è rimasta lì incuriosita. La gente, per fortuna, è stanca del piattume che la vita di oggi ci offre – il lavoro, la tv – ma se gli dai le possibilità, se la rendi partecipe, la smuovi. Anche perché altrimenti vuol dire che davvero ci meritiamo Berlusconi al governo…”.

A proposito di italiano, mai pensato di cantare in inglese?

“Io compongo in italiano per ovvi motivi: primo perché in inglese non saprei, in secondo luogo per campanilismo e terzo perché l’italiano è bello, anche se difficile. Ora però mi era venuto in mente di dare una sorta di traduzione ai testi e ricantare alcune canzoni in inglese per mandarle a far sentire a etichette straniere e vedere che succede. Ma la base rimarrà sempre in italiano”.

Adesso ti faccio la mia classica domanda, i gruppi con cui vi piacerebbe suonare. “Per quanto riguarda il Borrkia non ho dubbi, gli U2, visto che ne conosce tutti i pezzi a memoria di chitarra, batteria, voce e basso. I nuovi Maldestri penso i Rage Against The Machine, mentre a me piacerebbe avere a che fare con Mike Patton, partecipare ad uno dei suoi progetti allargati.

E infine…

“…Un saluto e un ringraziamento per lo spazio che ci avete concesso. Un saluto maldestro a tutti i lettori di Metallus!!!”

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