Infection Code: “Giorni di finestre affollate”. Intervista a Gabriele Oltracqua.

Non si è né riso né scherzato nei venti anni abbondanti di attività degli alessandrini Infection Code, puntellati da dischi mai meno feroci, caratterizzati da una visione obliqua del metal, che dalle prime infatuazioni industrial è giunto fino al violentissimo “In.R.I.” che  presenta una line-up rinnovata ed al tempo stesso conferma ancora una volta il sodalizio con Argonauta Records . Di tutto questo, negli ultimi giorni di lockdown, si è parlato con Gabriele, che agli infetti da la voce.

Gabriele, se non ho fatto male i conti sono vent’anni di infection code. Prima di iniziare, ti va di farci un breve resoconto della vostra carriera?

Ciao Stefano. Prima di tutto vorrei ringraziarti e ringraziare la redazione di Metallus per lo spazio ed il supporto che state concedendo agli Infection Code. Si hai detto bene. Sono vent’anni che la band esiste. Precisamente dal 1999 quindi quest’anno sono 21 anni da quella prima sera in sala prove dove tutto nacque. Mai ci saremmo immaginati di resistere così a lungo tra le pieghe del tempo e soprattutto nell’ambiente dell’undeground metal italiano poco stabile avaro di gratificazioni artistiche. Ma passo dopo passo, disco dopo disco, palco dopo palco, siamo arrivati fino a qui. Con sette album e tre EP all’attivo, una moltitudine di concerti alle spalle, qualche cambio di line-up, tantissime persone conosciute e un sacco di chilometri percorsi tra Europa ed Italia. Vent’anni ricchi di soddisfazioni, qualche delusione e sicuramente alcune decisioni che non avremmo preso; tutto sommato siamo molto contenti di essere ancora presenti in questo fantastico mondo che è il panorama metal. Sicuri, oggi, con un album da promuovere, che questo è un nuovo passo per portare avanti la nostra passione e continuare ancora per qualche anno.

“In.R. I.” segna un ritorno all’inglese, dopo “Dissenso” e “La dittatura del rumore”, un’evoluzione che abbiamo visto anche in altri campi musicali (penso ai Virginiana Miller). Da cosa è stata determinata la svolta?

L’intento artistico e musicale, fin dalla nascita della band, è stato quello di sperimentare senza fossilizzare la proposta musicale, anzi, abbiamo sempre cercato di espandere le nostre capacità compositive ed esecutive. Siamo nati come band crossover, a fine anni ‘90, influenzati prima come ascoltatori, poi come musicisti, dal thrash metal dall’industrial metal passando per hardcore ed nu metal che in quel periodo spopolavano. L’intento era quello di comunicare con i mezzi a disposizione, quelli che conoscevamo meglio. Crescendo, poi, ci siamo avvicinati ad altri generi come l’elettronica ed il post hardcore, stili che abbiamo cercato di incorporare nella nostra personale visione musicale. Questo ci ha spinto ad alcuni azzardi, a scelte che, con il senno di poi, non erano perfettamente focalizzate, ma rischio è insito nello sperimentare e nel mettersi in gioco. Ciò vale sia per la musica che per quanto riguarda l’aspetto testuale. Dopo cinque album in inglese, ho provato a spostarmi sull’italiano, dopo essermi accorto che i temi trattati ne “La dittatura del Rumore” ed in “Dissenso”richiedevano avevano un significato che con l’inglese non sarei riuscito a trasmettere. Inoltre mi piaceva l’idea di combinare la metrica italiana con l’industrial noise/metal che stavamo suonando in quel momento. E’ stato un altro modo di esprimere le nostre idee, musicale e testuali. “In.R.I”, complici una serie di avvenimenti accaduti dopo la pubblicazione di “Dissenso”, è un ritorno voluto alle nostre radici costituite di thrash industrial, che ho voluto quindi sottolineare con testi inglesi. In parte sentivo l’italiano di aver esaurito la vena creativa e entivo nuovamente il bisogno di comporre metriche in inglese, che diciamolo, si sposano meglio su una base strumentale thrash.

“Slowly we suffer” è un titolo che ben si addice (purtroppo) a questi tempi. Ho visto che alcune band hanno approfittato del periodo per dedicarsi a nuove canzoni. In quale modo riuscite a gestirvi, tra quarantena e limitazioni?

Slowly we suffer” non ha nulla a che fare con quello che sta accadendo in questo periodo, anche se potrebbe avere una sua chiave di lettura contestualizzata al momento. Sono riflessioni sullo stato di salute della società odierna, sul divario sempre più amplio tra i pochi che hanno molto ed i tanti nel mondo che non hanno nulla. In quella frattura c’è il limbo, una zona d’ombra composta da fantasmi convinti di avere una propria libertà intellettuale, economica e sociale ma nel profondo schiavi di un meccanismo puramente materialistico. Queste figure sono consapevoli di vivere, ma senza provare emozioni, inseguendo solo il proprio tornaconto personale incentrato su beni materiali e superflui. Non ne sono consapevoli ma stanno soffrendo lentamente di una deriva verso la pura apatia emotiva. In questo vasto cono d’ombra vedo tutta la nostra società odierna, la sua malattia che si nasconde dietro l’esibizione di  benessere. “Slowly We Suffer” in definitiva racchiude queste mie riflessioni. Tornando alla domanda: per ora noi siamo fermi. Abbiamo fatto l’ultima prova i primi di marzo e stavamo finendo di arrangiare nuovi pezzi per un nuovo. Abbiamo pronte quasi tutte le canzoni che andranno a comporlo, tanto che avevamo programmato di entrare ai The Cat’s Cage Recording Studio di Francesco Salvadeo a fine anno, per pubblicare il lavoro in accordo con  per metà del 2021. Oggi siamo fermi e non crediamo molto nel lavoro a distanza, a meno che non venga finalizzato successivamente in sala prove o in studio di registrazione, dove ci si scambia idee che vengono sviluppate direttamente. In questo periodo così nefasto, di cui non si conosce nemmeno una data precisa per la ripresa, non ha senso fare prove a distanza. Siamo della vecchia scuola.  Non sappiamo quando possiamo riprendere, e non te lo nascondo,  stiamo impazzendo. Vogliamo riprendere il prima possibile, arrangiare le nuove canzoni e completare l’album per poi filare in studio.

Una delle caratteristiche che mi ha sempre impressionato della band è che anche in presenza di ospiti o strumenti esterni (penso al violino di “In.R.I.”) il vostro suono non perde nulla in carattere e claustrofobicita’. Come avviene la composizione e l’arrangiamento, a casa I.C.?

Questa tua considerazione mi fa molto piacere. Significa che, nel corso degli anni, nonostante le sperimentazioni intraprese (alcune davvero azzardate) e gli ultimi cambi di line up, il nostro personale percorso musicale è connotato ad una forte personalità e, passami il termine, originalità. Questo fattore viene letto all’esterno come una claustrofobica ricerca nel suono o nella composizione del brano. Il nostro obbiettivo è sempre stato quello di comporre musica oscura, di difficile assimilazione, non perché vogliamo essere diversi da altre band a tutti i costi ma perché è ciò che ci riesce meglio. Il modus operandi adottato dal gruppo per “In.R.I” è cambiato rispetto agli altri album. Fino a “Dissenso” partivamo da una base elettronica e poi ci costruivamo tutta la canzone intorno. Mi rendo conto che è un metodo di composizione piuttosto inusuale ma per alcuni dischi siamo rimasti soddisfatti del risultato ottenuto. Per “In.R.I”, complici i vari cambi di line up ed il nostro desiderio di tornare alle radici musicali, tutto è partito da beat di batteria dai riff di chitarra che Ricky ha costruito e che poi in sala prove abbiamo sviluppato fino ad avere la canzone finita. Le parti di elettronica, la voce e gli ultimi arrangiamenti di chitarra sono stati aggiunti in seguito.

Il disco contiene forse i pezzi più rabbiosi della vostra carriera. È stata una scelta deliberata oppure risente di un particolare periodo della vostra vita?

“In.R.I” è il nostro disco più rabbioso, vero, ed è stata quasi una cosa voluta. Da quando Enrico e Paolo hanno lasciato la band, dopo le date di “Dissenso” , il desiderio mio e di Ricky era quello di portare gli Infection Code ad un suono più crudo, con minore peso della componente elettronica. Per un periodo della nostra storia (quello degli album in italiano, insomma) abbiamo lasciato da parte la componente prettamente metal per dare più respiro alla sperimentazione, verso lidi più marcatamente industrial e noise. Con “In.R.I” ha prevalso il desiderio di tornare su una strada già battuta in passato, ma con più aggressività e meno ragionevolezza. Una scelta più istintiva, un disco thrash metal con influenze industrial che rispecchiasse anche il periodo storico che stava attraversando la band. Quando ci sono abbandoni, dopo parecchi anni in cui condividi gioie e dolori, gli strascichi emotivi rimangono, anche se queste separazioni non hanno lasciato acredine o malumore. Nel ricostruire la band con nuove persone, il desiderio mio e di Ricky era quello di comporre un album il più aggressivo e violento possibile mantenendo il nostro segno distintivo di oppressione e claustrofobia. Penso che questo non si fermerà qui. Anche le canzoni che andranno a comporre il prossimo album avranno una marcata influenza thrash/death metal grazie anche al contributo del un nuovo chitarrista, Max, che definisco l’uomo silenzioso dei riff, una fonte inesauribile di idee, un contributo salutare all’equilibrio degli Infection Code. Senza tralasciare l’apporto di Davide al basso, ovviamente, sempre devastante nel suo stile fisico, molto hardcore.

Sono sempre curioso riguardo agli ascolti dei musicisti…quali sono le band che vi hanno influenzato e quelle (non necessariamente metal) che ascoltate ultimamente?

 Abbiamo molti ascolti diversi. Anche se tutti ci reputiamo dei metallari che sono nati con i grandi classici del heavy metal ascoltiamo moltissimi generi differenti passando dal thrash all’industrial, attraversando il death metal scandinavo e americano fino all’ hardcore. Elencare i gruppi che ascoltiamo normalmente sarebbe un’impresa titanica Diciamo che le band che ci hanno influenzato e che hanno incondizionatamente forgiato il suono degli Infection Code sono certamente i Godflesh, Sepultura, Ministry, Brutal Truth, Fear Factory, Strapping Young Lad, Neurosis, Carcass, Red Harvest, Pitch Shifter. Ci sono poi altre correnti musicali che ascoltiamo e che magari non necessariamente sono state incorporate nel suono della band; a me ad esempio piace il prog anni settanta, il grindcore più marcio, il vecchio caro death metal di estrazione statunitense, l’industrial metal dei primi anni novanta, adoro tutto ciò che la Earache ha pubblicato a fino a quindici anni fa,  ed alcune correnti del black metal più avanguardistico. Ricky ama molto i Prodigy, ma pure gli AC/DC, Slayer, i Korn ed i Behemoth.  Davide invece è un patito di tutto ciò che la Relapse ha fatto uscire negli anni d’oro, quelli che andavano da metà anni novanta fino al 2005 oltre ad essere un profondo conoscitore del movimento hardcore/grind italiano. Max, oltre ai classici ascolta molto metal core e deathcore. Come puoi vedere abbiamo molti ascolti eterogenei.

Di musica non si campa in tempi normali, figuriamoci ora. L’unico che sembra supportare l’underground è Bandcamp. Qual è il vostro rapporto con questo tipo di distribuzione?

 

Siamo presenti su tutte le piattaforme di distribuzione digitale, ma soprattutto siamo presenti sul mercato discografico anche con il supporto fisico in ogni paese ed i nostri album (almeno quelli usciti per Argonauta) hanno un’ ottima reperibilità. Questo grazie anche al lavoro capillare e professionale che sta facendo Argonauta Records e l’agenzia di stampa All Noir per quanto riguarda l’aspetto promozionale. Sinceramente non crediamo molto nella distribuzione digitale, anche se il mercato discografico si sta spostando in quella direzione e quindi dobbiamo stare al passo con i tempi. Siamo della vecchia scuola. Al digitale preferiamo e preferiremo sempre il supporto fisico e da queste piattaforme, parlando di entrate, che sono in ogni caso misere per una band underground, non si ricava nulla. Facendo dei confronti, quel poco che riusciamo a vendere proviene dai concerti oppure dal passaparola tra fans. In definitiva penso che questo tipo di distribuzione non serva quasi a nulla ad una band underground in termini prettamente di ricavi.

Di cosa trattano principalmente i testi di “In.R.I.”? Ruotano intorno ad un unico concept? Ho sempre trovato negli I.C. una forte connotazione “politica” (non di bandiera, legata alla descrizione del sociale).

I testi di “In.R.I” sono riflessioni molto personali sullo stato di salute della nostra società odierna a livello puramente umano. Irapporti umani, gli affetti, le amicizie e quei sentimenti che con il passare del tempo, scandito dalla binaria alternanza di produzione- profitto, si esauriscono per essere sostituiti da emozioni e desideri preconfezionati. Non esiste un concept ma sono storie non necessariamente legate tra loro che hanno tuttavia questi argomenti in comune. In “Unholy Demo(n)cracy” esiste una società governata da una pseudo religione che vende il perdono agli uomini che non riescono ad inserirsi nel perfetto meccanismo capitalistico di produzione e consumo. La prima volta si viene perdonati vendendo il proprio tempo alla produzione senza avere in cambio nemmeno il miraggio del consumo. La seconda volta, cadendo nuovamente in errore, non ci sono più occasioni di redenzione. Si viene schiacciati in una democratica oppressione disaffettiva di esistenza senza più emozioni. In “Alteration” descrivo cosa può accadere quando una sola pedina trova il coraggio e la forza interiore di alterare lo status quo di una società improntata al consumo più sfrenato. Cercando di combattere il vivere quotidiano con le armi dell’individualità e del sacrificio ad essere uomo in mezzo a numeri. “The Cage” è la gabbia che ci costruiamo intorno per difenderci dalle paure con cui la vita ci costringe al confronto. Dalla nascita assimiliamo, inconsciamente, paure ed angosce. Dobbiamo essere bravi a costruire il nostro mondo interiore per rimanere integri e lucidi. Posso dirti che ho sempre cercato di non schierarmi a livello politico in modo troppo aperto. Penso che una band non debba schierarsi politicamente, lanciando piuttosto dei messaggi attraverso i testi, lasciando che poi vengano rielaborati dall’ascoltatore. In tutti i nostri album, anche in quelli più espliciti a livello di contenuti, come “Dissenso” e “La Dittatura del Rumore” ho cercato di non palesare le nostre idee politiche, e non penso che possa fregare a nessuno. Preferiamo quindi cercare di far trasparire un messaggio di denuncia e di rottura, attraverso semplici considerazioni e pensieri che abbiano la forza di generare uno stimolo di discussione e confronto.

Etichetta: Argonauta Records

Anno: 2020


Sito Web: https://infectioncode1.bandcamp.com/

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