Pro-Pain: “Round 6” – Intervista a Gary Meskil

I Pro-Pain sono appena rientrati da un tour americano di alcune settimane, e stanno partendo in questi giorni per il tour europeo che li porterà in Italia il prossimo 29 Gennaio. Il nuovo album ‘Round 6‘ è stato una buona conferma di come il gruppo si sappia muovere in maniera agile fra metal e hardcore, senza rischiare in sperimentazioni ma anche con abbastanza gusto per non ripetersi in maniera irritante. Gary Meskil è profondamente diverso da come lo si vede sul palco: è tranquillo, ha una voce da persona molto giovane e non cambia mai il tono, pur senza essere soporifero. Fermo ma gentilissimo, insomma. Gli chiediamo immediatamente di introdurci al nuovo disco.

“Mi piacerebbe cominciare dal contenuto dei testi. Temo che nelle copie promozionali non siano stati inclusi, ed è un peccato, perché mi hanno richiesto molto impegno e perché si prestano molto ad essere interpretati in maniera differente. Nemmeno per noi membri del gruppo hanno un significato univoco, figuriamoci per chi non ne fa parte! Noi non abbiamo un’agenda ben precisa, non cerchiamo di diffondere ciò in cui crediamo: preferiamo basarci su delle osservazioni personali. Vogliamo, quasi pretendiamo che ognuno leggendo i nostri testi si faccia delle opinioni personali su ciò di cui stiamo parlando.”

Deduco che non vi piaccia più di tanto parlare dei soliti “temi hardcore”, tanto cari a molti gruppi che suonano un genere simile al vostro, che però tendono pesantemente a ripetersi.

“Sono noiosi. Fortunatamente siamo sempre riusciti ad evitare questo tipo di tematiche sterili, preferendo un approccio più personale e soggettivo. Sarò forse presuntuoso, ma mi piace pensare che alcuni dei nostri pezzi abbiano fatto scoppiare qualche scintilla nella testa di chi ci ha ascoltato!”

Domanda a questo punto inevitabile. New York, l’hardcore e i Pro-Pain: quale relazione?

“La nostra relazione con l’hardcore è piena di contraddizioni. Da una parte abbiamo un sacco di amici che ci siamo fatti lungo la strada, in tutti questi anni. Dall’altra parte siamo stati sempre un po’ isolati dal nucleo della scena perché alcuni gruppi non ritenevano che fossimo abbastanza “hardcore” per farne parte. In generale credo che sia una pessima idea quella di dover catalogare ed etichettare tutto, si rischiano esclusioni inutili in un ambito, quello della musica indipendente, dove l’unità conta moltissimo.”

Si può anche correre il rischio che, grazie a etichette affrettate, il gruppo venga poi promosso solo attraverso certi canali, e non raggiunga così una parte di pubblico importante che potrebbe apprezzare la sua musica. Voi come vi state trovando alla Nuclear Blast, anche se siete da poco con loro?

“Per ora ci stiamo trovando molto bene, credo che a livello di metal, hadcore e affini siano una delle case discografiche più importanti del mondo, e senza dubbio hanno la capacità di vendere parecchi dischi! Credo che le cose andranno davvero per il meglio, una volta tanto sono fiducioso.”

Quella che sto per farti è una domanda banale, forse. Non credi che i Pro-Pain siano un gruppo sfortunato? Avete ormai pubblicato sei dischi, fatto moltissimi tour in tutto il mondo, eppure ho l’impressione che non abbiate mai fatto il vero salto di qualità, quel passaggio che rende un buon gruppo un gruppo leader. Vedete tutto questo come una cosa positiva che vi ha permesso di rimanere indipendenti, oppure ogni tanto vi piacerebbe essere molto più conosciuti?

“Passare ad un livello VERAMENTE superiore includerebbe il firmare per una major, e in quel caso avremmo probabilmente compromesso la nostra libertà creativa e il nostro essere veramente indipendenti. Abbiamo sempre avuto aspettative piuttosto importanti da parte del gruppo, e siamo rimasti ogni volta soddisfatti, abbiamo raggiunto grandi traguardi, ma non ci è mai interessato rischiare la nostra libertà artistica per vendere più dischi. Il controllo totale su quello che riguarda il gruppo è ancora molto importante per noi, non credo ci rinunceremo mai. La Roadrunner, quando eravamo sotto contratto con loro, ha provato a esercitare una sorta di “controllo creativo”, ed è per questo che la relazione che avevamo con loro si è deteriorata in fretta.”

Gli Earth Crisis durante un’intervista mi dissero una cosa simile: la Roadrunner non sapeva come promuoverli e a chi venderli, e allora cercò di incanalarli stilisticamente in qualcosa di più codificato.

“Ho presente la situazione. Il problema è che le case discografiche tendono a far firmare un sacco di gruppi senza conoscerli e senza apprezzarli, solo in base a qualche calcolo che il più delle volte si rivela sbagliato. E invece prendono un gruppo, lo sbattono contro il muro e sperano che rimanga attaccato! Molte band rimangono vittima di quest’attitudine.”

‘Round 6′ è molto diretto e non ha pause. Non ci sono pezzi lenti, intermezzi o altro a rompere il flow del disco, che risulta estremamente aggressivo e monolitico. E’ una cosa che avete ricercato? Sembra intenzionale.

“Lo è, infatti. Così come dal vivo facciamo pochissime pause, così in studio preferiamo buttare fuori i pezzi in sequenza senza stronzate di mezzo, senza elementi che distolgano l’attenzione. Ai fan dei Pro-Pain e a noi stessi piace così, no bullshit! Il pedale sempre abbassato, mai toccare i freni!”

Questo riflette molto da vicino l’essenza di un vostro show. Che l’essere sempre in tour vi abbia reso ancora più compatti e cattivi?

“Forse è così, già! (Ride, N.d.A.) In alcuni degli anni passati abbiamo suonato 300 show all’anno! Facevamo in modo di avere almeno qualche giorno a casa per le vacanze più importanti, ma era parecchio difficile mantenere in piedi tutta l’organizzazione.”

Un brutto ricordo: lo show a Biella nel 1999. Eravate in tour con Iron Monkey e Pissing Razors, e credo ci fossero circa quaranta persone al Babylonia, non era praticamente stata fatta promozione e in più il locale è troppo distante sia da Milano che da Torino. Come reagite quando capitano queste cose?

“Ricordo bene quella serata. Ti posso dire che abbiamo fatto concerti davanti a venti persone così come davanti a centomila persone, e non ci sono stati problemi in entrambi i casi. Quando siamo in tour noi veniamo pagati comunque quando saliamo sul palco, quindi il grosso problema è solo del gestore del locale, che non ha avuto il buon senso di promuovere adeguatamente il concerto. Se non viene nessuno a rimetterci i soldi è lui, non certo noi, ma è una cosa che capita decisamente spesso, purtroppo, e in tutto il mondo. Molti gestori di locali hanno in mente il concetto secondo il quale, quando un gruppo suona, automaticamente tutti accorreranno a vederlo, e non c’è niente di più sbagliato. Se un ragazzo non sa che uno dei suoi gruppi preferiti suona a 10km da casa sua, non ci andrà, anche se non aspetta altro!”

La cosa che mi irrita di più è che il Babylonia di Biella è uno splendido locale, con un gran suono e un buon palco, sicuramente uno dei migliori in Italia.

Un’ultima cosa: Come mai sulla copertina del disco avete scelto di farvi ritrarre in questa maniera “fumettistica”? Solo per andare oltre le solite copertine “hardcore” o per qualche altro motivo?

“Alcuni dei nostri gruppi preferiti lo hanno fatto, prendi ad esempio i Ramones. E’ una forma d’arte che ho sempre amato, la possibilità di vedere realizzato un tuo corrispondente disegnato. Mi è sempre piaciuto moltissimo e abbiamo deciso di farlo. Ovviamente è anche una cosa curiosa, soprattutto su un’etichetta come la Nuclear Blast dove tutti i gruppi hanno queste copertine scure e seriose.”

Credo sarete l’unico gruppo ad avere una copertina che strappi un sorriso in tutto il catalogo della Nuclear Blast!

(Ride, N.d.A.) “Lo credo anch’io! Ma almeno tutti ci noteranno, e allora il nostro scopo sarà raggiunto!”

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