The Pythons: Intervista a Frank e Nick

Visto il vostro status di new comers, vi chiederei di raccontarci brevemente la storia dei The Pythons, poi di presentarvi illustrando il vostro ruolo nella band.

Frank: “Noi siamo i Pythons e suoniamo rock. Ci siamo formati quattro anni fa, abbiamo alle spalle due promo: ‘In The Rain’ del 2002 e ‘Four Stones’ del 2004. Ora, con ‘[Never:Enough]’ siamo giunti al nostro vero debutto. Ciascuno di noi viene da un panorama musicale differente, dal power metal al blues, al prog ma la nascita della band è stata possibile grazie all’amicizia che lega tutti noi e grazie all’amore comune verso l’hard rock di stampo classico e al comune interesse verso il panorama rock attuale, dalla scena svedese alla scena americana. Comunque io sono Frank, il cantante…”

Nick: “Io sono Nick, chitarrista, poi abbiamo l’altro chitarrista, il True, un nomignolo che gli è stato affibbiato anni fa quando fomentava le rivolte anti-punk, ah,ah,ah! Poi abbiamo Giorgio alla batteria e infine Andrea al basso, l’ultimo arrivato. A Giugno dello scorso anno il nostro precedente bassista, Luca, ha scelto un’altra strada, lo abbiamo sostituito in tempi ristretti con Andrea e ci siamo subito trovati bene.”

Frank: “Per noi è importantissimo trovarsi bene insieme a livello umano. E’ fondamentale per poter lavorare nel modo giusto, dall’affiatamento nasce la band ed è necessario per creare un sound il più possibile personale.”

Come presentereste ai nostri lettori il vostro debut album ‘[Never:Enough]’?

Frank: ” ‘[Never:Enough]’ è un concentrato di puro rock’n’roll, contiene tutta la nostra passione, le emozioni, il lavoro di questi anni, è la summa di tutto il meglio che potevamo dare verso il rock e verso noi stessi. Mi è stato chiesto se esistono pezzi più rappresentativi, ma io rispondo di no, l’album è un blocco unico dove ogni brano ha la sua importanza ed abbiamo cercato di renderlo con tutto il trasporto possibile.”

Nick: “Il lavoro è stato svolto con l’intento di creare brani che catturino da subito, anche se i pezzi tra di loro sono abbastanza eterogenei. Il disco comincia con due canzoni tirate, poi cambia e si passa alla ballad…Il genere è sempre quello ma abbiamo voluto che i pezzi fossero comunque differenti tra di loro altrimenti l’interesse di chi ci ascolta diminuirebbe presto.”

A questo proposito a me sembra che le canzoni, pur essendo varie, siano al tempo stesso assimilabili. Ci sono due brani come ‘Shadows’ o ‘Texas Queen’ che presentano il tipico “ritornellone” vincente. Cosa ne pensate?

Frank: “Quando componiamo il singolo pezzo nasce spesso dalla linea vocale. Io, come cantante, ho una melodia in testa dalla quale poi partono tutti i successivi arrangiamenti. Altre volte partiamo invece dalla linea di chitarra, però il ritornello è sempre un momento di “esplosione” del pezzo, ci piace garantire un ritornello vincente senza però ricercalo in modo artificiale.”

Nick: “Lo scopo non è quello ruffiano di fare il refrain “canterino” che piace a tutti…i pezzi ci vengono così…”

Frank: “E ci vengono così perché abbiamo trovato il nostro modo di farli, il nostro modo di lavorare in maniera omogenea. Il nostro scopo, nonostante la diversità tra i pezzi e l’essere legati agli stilemi del genere, è quello di creare uno stile nostro, una nostra personalità.”

Immagino dunque che siate voi, Frank e Nick, i principali compositori della band. Come siete soliti lavorare in sala prove?

Nick: “La cosa è piuttosto variabile. A volte l’input arriva da Frank che si presenta con una linea vocale, altra volte da me o dal True che ideiamo una linea di chitarra. Sì, sostanzialmente l’ossatura delle canzoni viene da noi, ma altre volte capita che l’idea venga poi completamente stravolta e nuovamente arrangiata insieme a tutti gli altri. Frank, essendo un cantante, parte ovviamente dalle linee vocali, noi invece partiamo dalla musica sulla quale Frank costruisce in seguito le sue parti. Poi a volte si lavora in gruppo…”

Frank: “Ci sono dei pezzi che sono stati creati “d’equipe” come ad esempio ‘My Shelter’ che è stato composto da me e Nick insieme. Comunque, come dicevamo prima, le nostre composizioni non puntano tanto alla ricerca del ritornello assimilabile, ma piuttosto alla ricerca di una nostra personalità e alla creazione del “bel pezzo”. Non facciamo nessun numero particolare, non ci sono assoli a duemila all’ora, né acuti esasperati e questo perché non lo vogliamo. Tutto quello che suoniamo è finalizzato alla creazione di un pezzo che sia della buona musica e che speriamo possa essere apprezzata.”

Questo titolo ‘[Never:Enough]’, scritto come una sorta di formula matematica, ha qualche significato preciso?

Frank: “Sicuramente sì! Molta gente ci chiede perché nel 2005 sentiamo ancora il bisogno di suonare rock, sebbene noi cerchiamo di personalizzarlo il più possibile. ‘[Never:Enough]’ vuol dire “non è mai abbastanza”! C’è sempre bisogno di questo genere di musica, c’è sempre bisogno della passione, della carica che ti trasmette, una carica che sentiamo dentro di noi e cerchiamo il più possibile di trasmettere al di fuori. Il simbolo che puoi vedere sulla copertina è un ideogramma giapponese che significa proprio “rock” ed è collegato al significato del titolo. Vuol dire che noi siamo così, che questa è la nostra musica, è la nostra passione.”

Nick: “Il titolo riflette inoltre il nostro approccio alla musica e a tutto quello che gli sta attorno. Lo facciamo per amore della musica, se la cosa ci venisse imposta allora non la faremmo. In Italia l’amore per il rock è ancora vivo e implica anche tante cose come uscire la sera, far tardi, sbronzarsi, parlare di musica…Non finisce mai questa voglia.”

Sul versante live come siete soliti proporvi?

Frank: “Come molte band abbiamo iniziato proponendo delle cover. Per noi è fondamentale creare il coinvolgimento, non siamo una band “irrigidita” da una particolare tecnica, per noi il concerto deve essere una festa a cui partecipano tutti. Non ci interessa che la gente stia immobile a guardare il chitarrista che fa l’assolo, il cantante che fa l’acuto o il batterista che fa il tempo dispari. Il nostro obiettivo è sentire la gente che si diverte il più possibile, che canta le nostre canzoni, che batte le mani, questo è fondamentale. Il concerto non è una band che suona e la gente che viene a vederla, ma si deve creare un’integrazione tra chi è sul palco e il pubblico, se questo non avviene si avverte un distacco e non è una buona cosa.”

Nick: “Personalmente quando vado a un concerto detesto vedere i “pali” fermi sul palco che magari suonano bene, ma al di là della tecnica che cosa ti trasmettono? Mi chiedo se credono veramente in ciò che fanno o se la loro è solo una dimostrazione di bravura. Preferisco un approccio più aggressivo, preferisco muovermi e coinvolgere il pubblico proprio perché noi per primi siamo coinvolti da quello che facciamo…Un concerto è come uno spettacolo, conta tanto la musica ma contano anche gli attori. Nel momento in cui tu sei coinvolto, sei gasato in quello che fai, la gente a sua volta si lascia coinvolgere. Al di là del pezzo ben eseguito ad un concerto mi piace vedere come uno si muove sul palco, come si comporta per catturare l’attenzione del pubblico.”

Frank: “E’ molto importante “interpretare” il pezzo anche a seconda di dove si è e di cosa si sta facendo, è sinonimo di maturità. La fredda esecuzione di un brano, per quanto personale non trasmette nulla di stimolante.”

E la risposta del pubblico com’è stata fino ad oggi per i Pythons? Volete raccontarci qualche esperienza on-stage?

Frank: “Fino ad oggi abbiamo suonato più di sessanta volte dal vivo, abbiamo vissuto situazioni molto positive ed altre, inevitabilmente, molto brutte. Noi cerchiamo sempre di divertirci sul palco, perché crediamo che debba essere la band per prima a provare gusto in quello che fa. La gente sente quando la band sta freddamente proponendo della musica e il concerto viene a perdere di senso. Abbiamo avuto situazioni ottime ed altre non brillanti, ma alla fine è tutta esperienza.”

Nick: “E va aggiunto che bisogna impegnarsi molto per ottenere questo risultato, perché in molti locali d’Italia la gente va per sentire le cover, per cantare i pezzi che conosce, non è facile coinvolgerla con le tue canzoni. A noi piace andare anche ai concerti di altre band perché puoi sempre imparare qualcosa ed è giusto relazionarsi con il panorama che ci circonda. Come musicista, quando vedo una band che propone solo cover penso: “ok, tu sei bravo, ma come musicista sei in grado di trasmettermi qualcosa di tuo?” Purtroppo è difficile…ma come diceva Frank, ci sono state situazioni in cui abbiamo avuto un’ottima risposta dal pubblico.”

Frank: “E la soddisfazione maggiore ce l’hai quando senti la gente che canta i tuoi pezzi. Ad esempio ‘Shadows’ dal vivo ha sempre un grande successo. Quando la suoniamo, sul ritornello basta che io lasci il microfono al pubblico e abbiamo una risposta. E questo vuol dire che la gente è coinvolta, si sta divertendo ed una cosa importantissima.”

Ho notato sul vostro sito che anche voi siete soliti proporre un parco di cover abbastanza vario. Dai Guns’n’Roses, ai Whitesnake, a Brian Adams. Ne deduco che le vostre influenze siano piuttosto varie…

Frank: “Le nostre influenze sono molto eterogenee. Noi ascoltiamo di tutto, dentro e fuori dal metal. Siamo persone con gusti molto variegati che cercano di metterli all’interno della musica che suonano. Riguardo le cover, inizialmente eravamo soliti proporne parecchie, ora la proposta live, avendo un disco da presentare si è spostata sull’inedito. Io credo che la cover vada comunque riproposta in modo personale. In questo senso trovo che la nostra cover più riuscita sia quella di ‘Maniac’ di Michael Sembello, che abbiamo rivisitato in chiave hard rock. A mio avviso, un gruppo che riesce ad eseguire una cover in modo originale, chiaramente anche in modo più originale del nostro, agisce in maniera vincente. Per quanto riguarda i gusti personali io sono un amante dei Guns’n’Roses, Brian Adams, Timoria, ma ascolto anche metal estremo, progressive anni ’70, musica classica ed elettronica. E poi anche rock italiano, perché ci sono delle band recenti veramente ottime che hanno saputo creare idee eccellenti. Ad esempio i Subsonica, il loro ultimo disco vanta una maturità a livello di arrangiamenti che ho sentito raramente in altre band…”

Nick: “Secondo me hanno saputo integrare alla nostra musica l’uso dell’elettronica senza esasperarlo. Hanno portato qualcosa di nuovo nel panorama italiano. E poi, lavorare con la lingua italiana su un certo genere di pezzi non è affatto facile…”

Sempre sul vostro sito ho letto che inizialmente per ‘[Never:Enough]’ era prevista l’autoproduzione, è vero? Successivamente come siete entrati in contatto con Valery Records?

Frank: “In realtà no, perché il nostro rapporto con Valery Records risale a prima che il disco fosse completo. Abbiamo avuto la fortuna di trovare questa etichetta che crede in noi, ma se le cose non fossero andate così, probabilmente il disco lo avremmo autoprodotto. Avremmo avuto un budget molto più limitato, ma i pezzi sarebbe stati sempre quelli, perché sono i “frutti” migliori dei nostri anni di lavoro e di composizione. L’idea dell’autoproduzione c’era ma è precedente al nostro incontro con la Valery e alla registrazione di ‘[Never:Enough]’.”

Nick: “Siamo entrati in contatto con Valery in modo casuale. Il nostro altro chitarrista abita vicino alla loro sede, ha lasciato il demo e Niki, il responsabile, è rimasto molto impressionato dalla “magia che noi creiamo”, queste sono parole sue! Ci ha seguiti anche spesso dal vivo, e successivamente è nata la nostra collaborazione.”

A livello lirico quali tematiche siete soliti trattare?

Frank: “Parliamo delle cose più disparate. Per quanto mi riguarda quando compongo sono piuttosto “intimista”. Parlo di sensazioni, di cose vissute…inoltre i testi possono raccontare delle storie, possono parlare di varie emozioni e non necessariamente solo dell’amore, di sentimenti ne esistono molti. Quello che cerchiamo di fare durante la stesura dei testi è adattare quello che si sta dicendo alla musica, è giusto che musica e i testi siano in sintonia e gli argomenti trattati siano espressi con la giusta intensità. Se il pezzo è drammatico anche il testo deve esserlo, perché sto cercando di trasmettere un certo tipo di messaggio, e la stessa cosa quando il pezzo è solare, è positivo. Ad esempio ‘Just A Song’, che è un pezzo molto semplice, disimpegnato e solare, è dedicato a coloro che pensano che la musica debba per forza essere dimostrazione di qualcosa.”

Ragazzi, siamo giunti al termine. Prima di salutarci, ditemi brevemente che cosa vi aspettate dalla release di ‘[Never:Enough]’!

Nick: “Avere una buona risposta sia dal pubblico che dalla critica. E poi l’ambizione è quella di poter suonare molto, in Italia ma anche all’estero, per poterci proporre ad un pubblico diverso. E speriamo che questo disco piaccia, non lo abbiamo suonato solo per noi stessi ma anche per chi la musica, ama ascoltarla.”

Frank: “L’altra ambizione è che questo genere, grazie al nostro piccolo contributo e a quello di tanti altri gruppi coraggiosi che forse sono stati meno fortunati di noi, continui ad esistere e continui a crescere nella passione della gente. Questa è la nostra missione, affinché la musica suonata, la musica più sanguigna non muoia mai.”

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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