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Forgotten Tomb: “Hurt Yourself And The Ones You Love” – Intervista a Herr Morbid

“Hurt Yourself And The Ones You Love” fotografa i Forgotten Tomb in ottima forma, pronti a raccogliere la sfida con il futuro. La band, protagonista di un’evoluzione costante, racconta sè stessa e il nuovo album attraverso le parole di Herr Morbid.

Per prima cosa benvenuti e grazie dell’intervista. Volete presentare “Hurt Yourself And the Ones You Love” ai nostri lettori?

Certo, è il nostro ottavo album (includendo“Vol 5: 1999-2009” che era un live in studio, ma che noi consideriamo comunque un tassello della nostra discografia) ed è un ulteriore passo avanti nel nostro percorso musicale. E’ un album decisamente aggressivo ma che comunque non trascura le nostre derive più atmosferiche, ovviamente mantenendo la negatività che ha sempre contraddistinto la nostra proposta. Il disco è immerso in un’atmosfera estremamente anni ’90, nel senso più ampio del termine, quindi dalle sfuriate Black Metal a certe soluzioni che potrebbero addirittura ricordare certe cose della scena di Seattle o di New Orleans; chiaramente tutto è stato filtrato attraverso il nostro modo di suonare e comporre, quindi rimane FT al 100%. E’ uscito anche stavolta per Agonia Records sia in CD che in varie edizioni in vinile, più uno special box con alcuni gadget per i collezionisti.

Quali risultati ulteriori pensate siano stati raggiunti rispetto all’ultimo “…And Don’t Deliver Us From Evil”?

Innanzitutto abbiamo lavorato più duramente sul songwriting, sugli arrangiamenti e abbiamo deciso di produrre il disco all’estero, siccome c’erano dei dettagli nella produzione del precedente album che non ci avevano soddisfatto al 100%. Direi che in generale questo nuovo disco ha un sound più solido e suona piuttosto fresco, sia rispetto ai nostri standard che a quello che si sente in giro nell’ambito Black e Doom. Detto questo, continuo a ritenere “…And Don’t Deliver Us From Evil” un disco contentente brani eccellenti e tra i più sentiti che ho mai scritto, oltre a essere forse il più accostabile ai nostri primi dischi rispetto a tutti quelli fatti dopo “Love’s Burial Ground”. Ma laddove “…And Don’t Deliver..” conteneva più parti acustiche e melodiche, questo nuovo risulta più groovy e feroce, è un disco molto “nervoso” e che picchia duro, ma senza dimenticare l’oscurità tipica delle nostre produzioni. Sicuramente comunque “Hurt..” è un disco più particolare e imprevedibile del precedente, che pur avendo ottimi brani procedeva su binari maggiormente legati al nostro materiale classico. Abbiamo ampliato e appesantito ulteriormente le buone intuizioni groovy del precedente album e abbiamo sostituito certe soluzioni più classiche con cose meno prevedibili e più inusuali.

Fin dalla copertina e dal titolo, il nuovo album sembra essere molto “fisico”. Le tracce presentano una musicalità ricca di groove e a mio parere si tratta forse del materiale più heavy che avete composto in tempi recenti. Siete d’accordo?

Assolutamente sì, questo è senza dubbio il disco più pesante che abbiamo mai fatto (per ora) ed è stato un processo che è andato per tappe durante gli anni. Siamo sempre stati una band solo parzialmente associabile a determinati stili come il Black o il Doom, che comunque sono generi ancora preponderanti nella nostra proposta; abbiamo sempre avuto anche sfumature legate al Rock classico, al Dark anni ’80 e al vecchio Punk. Diciamo che noi ci rifacciamo a certo tipo di Black Metal come Burzum, primi Thorns e primi Manes e poi lo contaminiamo con il riffing dei Black Sabbath e di tutta quella frangia di band d’inizio anni ’90 che hanno preso ispirazione da loro e dal Punk classico, quindi certo Grunge/Alternative/Crossover primordiale e lo Sludge originario. Negli anni ’90 i giornalisti hanno dovuto inventare tutti questi termini per descrivere la musica che nasceva da certe influenze, ma fondamentalmente il bello era proprio che era musica inclassificabile, a suo modo nuova. Noi cerchiamo e speriamo nel nostro piccolo di portare un’innovazione simile, mischiando le nostre influenze e creando cose nuove, che poi fondamentalmente è quello che abbiamo sempre fatto, a partire da “Songs To Leave”. Abbiamo fatto dischi più Black, altri più Doom, altri più Rock, in questo caso la pesantezza è la componente che ha prevalso. Il poter spaziare in vari ambiti senza perdere il proprio tocco credo sia una particolarità della band e una caratteristica fondamentale per la mia creatività.

Non di meno mi chiedevo se questa “fisicità” si trasferisse anche nelle liriche. Volete illustrarcele magari attraverso un track by track? Questa volta il concetto di nichilismo e dolore sviluppato dalla band si traduce in qualcosa di materiale?

I testi affrontano durante tutto l’arco del disco i lati oscuri dell’animo umano e sono basati sul concetto del nichilismo; il tema ricorrente della morte passa attraverso scenari di violenza urbana e disordine. E’ un album estremamente anarchico, nell’accezione non-politica del termine; una sorta di anarchia spirituale e morale, dove viene fatto a pezzi passo dopo passo il confine tra bene e male, tra giusto e sbagliato. Fondamentalmente è uno sdoganamento delle pulsioni più orribili dell’essere umano, che normalmente vengono represse, negate e nascoste ma che sono parte di ognuno di noi, spesso mascherate da una facciata di buonismo tipico dei benpensanti. E’ un concetto molto forte e basato sulla volontà d’intaccare la morale comune e certi valori portanti della società, di conseguenza sono testi a cui tengo particolarmente.

“Soulless Upheaval” è un testo che procede per immagini, non ha una struttura che segue un filo logico ben preciso, è una sorta d’allegoria. Fondamentalmente parla di una rinascita spirituale che passa attraverso la distruzione di qualunque concetto di positività per abbracciare il lato oscuro della vita e dell’animo umano.

“King Of The Undesirables” è molto particolare, è un testo che glorifica tutte le categorie di “indesiderati” della società e che immagina un’ideale rivolta degli stessi, volta alla sovversione del sistema attuale e dei valori propagandati dall’educazione comune. Ovviamente il cambiamento passa attraverso il sangue e la distruzione, ma la ribellione è priva d’empatia tra i partecipanti: tutti contro tutti.

“Bad Dreams Come True” affronta temi in parte simili alle due precedenti, è in pratica un sogno ad occhi aperti, tinto di violenza. E’ come entrare nella mente di una persona che non distingue più tra incubo e realtà, e cerca una riscossa in un massacro e nella distruzione delle cose che odia. Penso ad esempio alle stragi nelle scuole, è un concetto che mi affascina particolarmente.

“Hurt Yourself And The Ones You Love” è una sorta di cantilena in cui ho giocato con le parole. In sostanza è basata su un concetto di pessimismo assoluto e sul nichilismo esistenziale/morale.

“Mislead The Snakes” è un testo partito da alcuni sogni che ho interpretato come dei segnali. “Ingannare i serpenti” è una cosa che ho dovuto imparare a fare molto bene nell’arco della vita; i serpenti sono ovviamente i miei nemici, le malelingue, i detrattori, quelli che pugnalano alle spalle, i falsi amici e via dicendo. E’ un testo che contiene diverse allegorie ma che fondamentalmente parla di me, della band, del mio rapporto col mondo, della mia diffidenza e del mio astio verso la mediocrità umana.

“Dread The Sundown” è un testo abbastanza strano, un’altra sorta di sogno/incubo ad occhi aperti. In pratica si basa su un concetto tipo “se siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, allora iniziate ad avere paura di quando sognerò io”, perché i miei sogni sono tinti di sangue e cose terribili nei confronti del genere umano. E’ un’ulteriore appendice alle cose espresse in “Bad Dreams Come True”.

E’ il genere di scritti che potresti trovare nel diario di un serial-killer, immagino… Non a caso nel disco c’è anche un sample di Richard Ramirez (ovvero “The Night Stalker”, serial killer di El Paso autore di almeno 14 omicidi, nda), personaggio che abbiamo anche raffigurato recentemente su delle nostre T-Shirt.

L’album è stato registrato e missato tra Marsiglia e Portland. Volete parlarci più approfonditamente della sua genesi?

Terje Refsnes è stata una scelta fondamentale in quanto, oltre a essere un nome legato ad alcuni dischi Metal importanti, ha un’esperienza in fatto di produzione che inizia a fine anni ’70 e spazia da gruppi Prog-Rock a gruppi Pop. In totale i dischi prodotti da lui hanno venduto vari milioni di copie, quindi si può dire sia uno che sa distinguere tra musica di qualità e musica mediocre, anche a livello di suono; è uno molto severo in studio, quindi superata la soggezione iniziale è stata una bella sfida e ci ha spronato a fare del nostro meglio; personalmente da lui ho ricevuto dei complimenti che mi hanno fatto molto piacere. Ha un modo di lavorare piuttosto old-fashioned ed è quello che cercavamo, un produttore capace di capire com’era una produzione valida degli anni ’90. Inoltre è uno a cui piace sperimentare e che offre idee anche in fase di registrazione, ha delle opinioni molto decise e collabora attivamente alla riuscita del disco. E’ uno di quei producer di cui ti devi fidare. Volevamo sfuggire alle produzioni plastificate odierne e offrire un suono che fosse ben fatto e potente, ma senza artifizi eccessivi o cose innaturali. E’ un disco che mantiene un impatto quasi “live” e la cosa ci piace molto, è piuttosto fuori dal tempo, non è assimilabile alle produzioni moderne ma al tempo stesso non suona datato. Il mastering di Brad Boatright agli Audiosiege poi è stata la classica ciliegina sulla torta, di certo il mastering più equilibrato e ben fatto che abbiamo mai avuto. Possiedo diversi dischi di band con cui ha lavorato (alcuni dischi della Relapse, ad esempio) e mi piaceva molto il suono che avevano, così ho pensato che potesse fare un ottimo lavoro anche per noi, vedendoci giusto.

Un sound il vostro, che si è evoluto costantemente nel tempo, dalle strutture tipicamente suicidal/depressive dei primi tempi a esigenze di modernità più recenti che non trascurano le vostre usuali strutture black/doom. Cosa pensi abbia consentito questa maturazione continua?

Chiunque, su una discografia che comincia ad allungarsi come la nostra, avrà degli album preferiti rispetto ad altri, è normale; ma siamo una band che pur attraverso cambiamenti ed evoluzioni ha sempre mantenuto un determinato feeling e tematiche coerenti, di conseguenza credo che chi abbia una certa apertura mentale sia in grado d’apprezzare sia i dischi vecchi che quelli nuovi. Siamo sempre stati una band in costante evoluzione, non abbiamo mai fatto un disco uguale all’altro e penso che questo ci abbia permesso di rimanere in cima alla marea di cloni che sono nati sulla nostra scia. Questo è stato possibile grazie all’apertura mentale, a un background musicale molto vasto e alla volontà di reinventarsi e migliorarsi costantemente. La scena “suicidal/depressive” è una cosa che ormai mi fa venire l’orticaria, dato che quel sottogenere, a cui abbiamo contribuito in maniera fondamentale a dar vita a suo tempo, è stato completamente stravolto da centinaia di altre bands successivamente, sia a livello attitudinale che musicale; quello che ormai è conosciuto come DSBM è qualcosa da cui ho preso le distanze immediatamente già subito dopo “Love’s Burial Ground”, quindi oltre una decina d’anni fa. Quando certe cose iniziano ad essere imitate male e in maniera errata da troppi, diventano automaticamente una pagliacciata, con cui non voglio nulla da spartire. Con questo non voglio rinnegare nulla, semplicemente l’associazione a questo filone nel nostro caso va presa con le pinze, specialmente di questi tempi. Inoltre l’aspetto “depressivo” della nostra musica non è certamente l’unico o quello più preponderante, direi che il termine “negativo” rappresenta meglio quel che facciamo, specialmente nella seconda fase della nostra carriera. Sicuramente facciamo Metal estremo, che poi venga etichettato in qualche maniera più o meno assurda o fantasiosa è una prerogativa tipica del pubblico Metal, da cui solitamente mi dissocio.

Una curiosità: per quanto siate quasi contemporanei e i vostri percorsi siano differenti, siete stati paragonati spesso agli Shining. Il caso vuole che più o meno nello stesso periodo escano i vostri album. Hai già avuto occasione di ascoltare il loro nuovo disco? Cosa ne pensi di questo paragone ricorrente?

Conosco la band personalmente dagli esordi e c’è stato anche un rapporto di collaborazione con Kvarforth, dato che fece uscire il nostro primo album per la sua Selbstmord Services e il loro primo batterista suonò poi su “Springtime Depression”. Tuttavia credo che le due band, pur essendo entrambe fondamentali per lo sviluppo del sottogenere di cui parlavamo, siano sempre state musicalmente piuttosto differenti e siano accomunate più che altro da influenze di partenza simili e dall’approccio “libero” al genere, sempre volto al futuro e non al passato. Sì, ho sentito l’ultimo disco e conferma il dato di fatto che le due band siano profondamente differenti, ora più che mai. Credo comunque che i giornalisti abbiano cercato di creare una sorta di competizione tra le due band negli anni e che questi paragoni siano diventati oltremodo noiosi, oltre al fatto che le due band hanno rilasciato i loro dischi in un arco temporale pressoché parallelo, come dicevi anche tu.

Ho notato come la band abbia negli ultimi tempi optato per una attività live piuttosto intensa, più che in passato. Cosa ha fatto maturare la decisione di esporvi più spesso al pubblico? Volete ricordare quali saranno i prossimi appuntamenti dal vivo?

La band ha sempre cercato di suonare live il più possibile, ma una volta era più difficoltoso e comunque eravamo legati da impegni familiari e/o lavorativi più restrittivi. Negli ultimi anni abbiamo fatto alcuni cambiamenti e ci siamo dedicati maggiormente alla musica, cercando quindi d’incrementare l’attività il più possibile, anche perché amiamo profondamente essere on the road e suonare ovunque. Se ci fossero sempre le condizioni necessarie, suoneremmo anche di più. Tra il 2012 e il 2013 abbiamo fatto 3 tour più varie apparizioni singole e ai festival, per un totale di oltre 70 show. Inutile dire che speriamo di replicare l’esperienza in questo biennio 2015/2016. Per il momento abbiamo tenuto alcuni show tra cui il Doom Over London (UK) e un altro festival Doom a Lisbona (Portogallo), entrambi andati molto bene; a breve abbiamo un’altra manciata di show, una decina, in cui toccheremo Lituania, Estonia, Lettonia, Russia, Ukraina, Italia e finalmente anche Messico, dove siamo molto popolari e dove eravamo richiesti da tanti anni. Successivamente, da Settembre, avremo altre date in Italia e poi un tour da headliner che toccherà svariati paesi europei, al momento in fase di booking. Successivamente vedremo cosa offrirà il 2016, ci sono ancora molti posti da visitare, specialmente oltreoceano.

Sembra che l’album sia stato accolto positivamente da gran parte della stampa specializzata. Quali opinioni pensate siano le più condivisibili e con quali vi trovate in disaccordo?

Al di là che non venga minimamente influenzato in quello che faccio musicalmente dall’opinione altrui, come ormai penso sia risaputo, credo che le critiche possano anche essere costruttive; purtroppo spesso mi capita di sentire o leggere critiche fatte per il gusto di dar contro, cariche di pregiudizi o fatte con il preciso intento di danneggiare e screditare la band agli occhi degli altri, spesso a causa di sterili invidie o antipatie personali. Dopo 16 anni di attività, tutto quello che abbiam fatto e attestati di stima ricevuti ovunque, credo sia abbastanza ridicolo sentire ancora certe fesserie, ma tant’è. In generale comunque, sia nei commenti positivi che in quelli negativi, leggo spesso paragoni veramente assurdi e fuorvianti ad altre band o generi, evidentemente dettati da una certa mancanza di cultura musicale e dall’esigenza d’etichettare una band come FT che, alla fine dei conti, non è etichettabile. Riguardo a recensioni e commenti positivi, apprezzo quelli che trovano le influenze esatte nella nostra musica e che apprezzano il modo in cui ci siamo evoluti, ma soprattutto chi mostra alla band la correttezza e il rispetto che merita, al di là dei gusti personali. L’obiettività e il riconoscimento dei meriti oggettivi credo siano attitudini purtroppo poco diffuse, ma che per me valgono più di molte altre cose.

Non ultimo, volete lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Prendetevi del tempo per ascoltare attentamente il nostro album. Ci si vede ai concerti. Supportate la musica seria, non le mode passeggere!

 

 

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Francesco

    Geniale Herr Morbid, a distanza di anni “springtime depression” continua a essere la colonna sonora delle mie giornate più cupe. E comunque anche l’altro chitarrista Andrea è spettacolare. Non vedo l’ora di ascoltare questo nuovo disco e di rivederli l’ennesima volta in concerto (l’ultima volta a Firenze qualche mese fa), perché nonostante facciano un genere che con altre band nei live non rende molto, loro spaccano di brutto anche dal vivo.

    Francesco degli Insane Attitude

    Reply

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