Flying Colors: “Second Nature” – Intervista a Mike Portnoy

Sono stati quattro anni intensi, gli ultimi trascorsi, per Mike Portnoy, alla continua ricerca di una casa dove fermarsi e sentirsi nuovamente realizzato come batterista. Il dente avvelenato nei confronti dei suoi ex Dream Theater c’è sempre, ma non è mai il caso di parlarne direttamente con lui, perché non sai mai come potrebbe reagire…
E allora con il famoso batterista ci siamo concentrati unicamente su “Second Nature“, ovvero l’upcoming album della superband Flying Colors, in uscita il 29 settembre tramite Music Theories.

Ciao Mike, come stai innanzitutto?
“Sto bene. Sempre in giro per il tour promozionale dell’album, sempre al telefono per le interviste, ma tra un po’ stacco tutto e passo un po’ di tempo con la mia famiglia”.

Parliamo dell’album “Second Nature”. Com’è nato e soprattutto quali le differenze al precedente?
“La cosa importante è che questa volta abbiamo fatto un disco insieme, abbiamo condiviso questa esperienza tutti assieme.
Quando abbiamo fatto il primo disco di fatto eravamo io, Neal (Morse) e Steve (Morse). Gli altri non hanno partecipato al processo di scrittuta dell’intero album.
Questa volta invece è stato diverso perchè abbiamo vissuto l’esperienza di fare un disco tutti insieme ed anche di fare un tour rispetto al 2012. E’ stato tutto molto più “comodo” e facile, perchè sapevamo esattamente che tipo di impronta voler dare all’album e più in generale allo stile dei Flying Colors ed è come se avessimo raggiunto un livello superiore, come se avessimo fatto un passo in più in avanti”.

Da dove arriva il titolo “Second Nature”?
“A dire il vero era qualcosa che avevo in mente da un po’ e sapevo che avrei utilizzato prima o poi. Anzi, ti dico di più. Quando nel 1999 ho fondato i Transatlantic volevo adoperare “Second Nature” come il titolo stesso della band, perchè per me e Neal era davvero una seconda vita avendo entrambi altri impegni (Portnoy nei Dream Theater e Morse nei Spoke’s Beard, ndr.). Poi scegliemmo il moniker “Transatlatinc”. Ma ho sempre avuto il pallino di questa “Second Nature” e quindi quale occasione migliore di intitolare il secondo album proprio così. L’ho proposto e tutti hanno approvato”.

Parliamo della tracklist. Innanzitutto quello che balza all’occhio è il fatto che le nove canzoni sono tutte delle long tracks, in particolare la prima “Open Up Your Eyes” e l’ultima “Cosmic Symphony”. E’ stata una scelta ben precisa?
“In realtà non è che sia stata una scelta perchè tutto è venuto fuori molto naturalmente. La prima canzone che abbiamo scritto è stata proprio “Open Up Your Eyes”. E’ una long track perchè dopo due anni e dopo essere lì tutti insieme ci ha portato a fare esprimere ad ognuno di noi qualcosa: tutti noi volevamo contribuire al pezzo. E poi io volevo una grande opener.
Una volta concepita la canzone da 12 minuti ci siamo concentrati su pezzi più corti, perchè di fatto lo stile dei Flying Colors è quello. L’altra eccezione è proprio “Cosmic Symphony” che però non è la classica long song, ma è più una trilogy suite, nel senso che è come se ci fossero tre canzoni in una. Comunque credo che il resto delle canzoni sia poi quello che effettivamente rappresenti i Flying Colors”.

Che mi dici invece di “Mask Machine” (qui il video ufficiale), ovvero il primo singolo estratto. Come mai questa scelta?
“Credo che sia una canzone indubbiamente orecchiabile ed accattivante. Quando l’abbiamo scritta già sapevo che sarebbe stata il primo singolo perchè mi piaceva molto. Non riuscivo a togliermela dalla testa! E credo che questo sia un ottimo segno quando si compone un pezzo. E’ stato un processo molto naturale”.

Sai… mi chiedevo un po’ il senso della canzone perché nel testo c’è la frase “You can use a Mask Machine to be someone else”. Non mi è chiaro se la si intende come una possibilità (ovvero avere a disposizione una macchina che ti permetta di indossare una maschera ed essere chiunque tu voglia) o se la si intende come un qualcosa di negativo, mettendo quindi in evidenza la capacità delle persone di avere più facce. Mi rendo conto che è un pensiero un po’ contorto, ma ero curiosa di sapere…
“Beh… credo che questa conversazione dovresti farla con Casey (McPherson)! (ride). Non ho la più pallida idea di cosa voglia dire il testo! Non ho prestato proprio attenzione!”.

Quindi hai partecipato solo alla fase di scrittura della musica?
“Sì esatto. Da quel punto di vista il nostro è stato un lavoro molto partecipato e profondo. Ci siamo concentrati tantissimo sulle melodia e la musica in senso stretto. Per quanto riguarda la stesura dei testi, quello è un discorso che bisognerebbe affrontare solo con Casey e Neal”.

Allora se ti chiedo se questo è un love album mi sai rispondere? Perchè, ascoltando le canzoni sembra proprio che l’intenzione sia stata quella di puntare sulla tematica dell’amore…
“Non so se sia un love album, ma di sicuro non è un concept album: sono 9 canzoni dall’individualità propria e che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra. Devo dire però che Casey e Neal si sono lasciati prendere da un eccessivo ottimismo nello scrivere i testi, basandosi probabilmente su persone che hanno fatto parte della loro vita”.

Quali sono i pezzi in cui si sente chiaramente la tua voce?
“In realtà in tutti i pezzi c’è la mia voce. A cantare siamo in tre: Casey, Neal ed io. Ovviamente Casey è la voce principale ed io e Neal ci prestiamo come backing vocals. “A Place In Your Wordl” è un chiaro esempio in cui le nostre voci si sentono distintamente: Neal canta i versi, Casey il pre-chorus ed io il bridge. E tutti e tre poi cantiamo sul ritornello. Ad ogni modo le nostre voci accompagnano tutto l’album”.

Lasceresti mai la batteria per cantare solamente?
“No… Assolutamente! Io sono prima di tutto un batterista; secondo un compositore e terzo, forse, un cantante”.

Ok! Questo album rappresenta per voi anche l’opportunità di essere in tour ed infatti sarete in Italia ad ottobre (qui i dettagli). Cosa dicono i fans? Che aspettative credi che abbiano?
“Devo dire che siamo riusciti a ritagliarci un piccolo spazio per fare questo tour avendo tutti altri impegni al di fuori dei Flying Colors. Quindi il tempo a disposizione è molto poco. Terremo solamente una decina di concerti in tutto il mondo! Quindi l’Italia deve ritenersi davvero fortunata, perchè praticamente faremo tre show in America e sette in Europa. Siccome si tratta di una finestra davvero molto piccola faremo in modo che ogni concerto sia speciale”.

Ora ti faccio una domanda un po’ “profonda”. Chi è Mike Portnoy oggi? Voglio dire, quanto credi che le esperienze del passato abbiano contribuito a quello che oggi sei diventato?
“Sai… io sono il risultato di 27 anni di carriera. Fare il giro del mondo per decenni con varie band e tenere centinaia e centinaia di concerti è ciò che ha fatto di me quello che sono oggi: una combinazione di tutte le esperienze che ho vissuto. E sono assolutamente consapevole del fatto che sia stato fortunato ad avere avuto tutte queste opportunità. E non posso che mostrare gratitudine nei confronti di chi ha contribuito a tutto questo.
Questa è la prima parte della risposta. C’è una seconda. Per la seconda parte della risposta ti dico che mi sento lo stesso ragazzino undicenne che si chiudeva in camera per ascoltare i dischi dei Kiss! Mi sento ancora lo stesso ragazzino che vive con quella passione per la musica, cresciuto con lei probabilmente più di quanto abbiano fatto molti altri”.

Sai, ho degli amici batteristi che ti considerano un po’ il loro punto di riferimento. Cosa ti senti di dire a loro e a tutti i giovani musicisti?
“Beh… Innanzitutto grazie. Poi, spero che la mia ispirazione sia soprattutto per come io intendo la musica. Io apprezzo tantissimo il fatto che molti giovani batteristi mi prendano come punto di riferimento, ma fare musica è diverso dall’essere solamente un batterista. La batteria è solo una dei tantissimi elementi che hanno riempito la mia vita e dato forma alla mia creatività. Io amo suonare la batteria ed amo gli attestati di stima nei miei riguardi. Quando registro un album per me è molto di più della collaborazione, lavorare con altri musicisti, pensare alla scrittura, alla produzione, alle melodie, al merchandising, a come dovrà essere la copertina del CD… Voglio dire: è tutto questo! E’ la cura di tutte queste componenti che fanno di Mike Portnoy quello che sono. Gli altri musicisti vengono continuamente consigliati su tutti questi aspetti. Io invece corro dei rischi, mi assumo delle responsabilità. Molti batteristi pensano a come suonare più velocemente o a fare un determinato “beat” in un certo modo. Per me questo è assolutamente inutile perchè non è questo che dà vita alla canzone o ad una band. Quindi, il mio consiglio è quello di non concentrarsi su stessi ma di collaborare, fare musica insieme”.

Bene Mike, avrei tante altre cose da chiederti ma il tempo a mia disposizione è terminato. Aggiungi tu qualsiasi altra cosa…
“Yeah… Beh, negli ultimi anni ho suonato con diverse band, con un sacco di musicisti diversi, per tenermi pronto a tornare nuovamente a suonare dal vivo. Ad ottobre sarò di nuovo in Italia e spero che sarete in molti a supportare quello che faccio, il Mike Portnoy che sono oggi e quello che hanno amato nei miei 25 anni di carriera nei Dream Theater. Gli ultimi 4 anni per me sono stati molti importanti e spero che i fan si siano divertiti seguendomi in questi quattro anni più di quanto mi sia divertito io negli ultimi 25…”.

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