Fit For An Autopsy: “Oh What The Future Holds” – Intervista a Patrick Sheridan

Doveva essere una classica sessione Skype di mezz’ora, si è trasformata in una stupenda scoperta di una persona sensibile e modesta. Quasi un’ora di chiaccherata in cui ho potuto conoscere Pat e la sua visione della vita e del mondo, di come trae totalmente ispirazione dalla quotidianità e dalle problematiche che lo circondano. In anni di lunghe interviste penso che sia stata quella più onesta che abbia mai fatto. Nessuna risposta banale, diretto senza girare intorno per dire tutto e nulla. Questo rende i Fit For An Autopsy diversi nell’ambiente metal, togliersi quella maschera di Maschio Alpha per far trasparire invece la persona che si cela dietro con i suoi problemi, le sue preoccupazioni ma soprattutto i suoi pensieri. Mi rendo conto che l’intervista può risultare lunga, ma fidatevi che la vorrete rileggere per cogliere ogni volta nuove sfumature. 

In USA siete tornati finalmente a suonare dal vivo! Che sensazione hai provato?

Beh è una sensazione molto strana tornare al lavoro. Due anni di nulla e poi subito buttati nella mischia senza nemmeno aver il tempo di fare delle prove. Ci abbiamo messo un attimo in più a tornare alle vecchie abitudini ma è davvero fantastico!

Come sta andando per ora il tour in USA?

I live stanno andando alla grande, cinque date sold-out e le altre quasi! La gente qui è pronta per tornare sotto palco ad ascoltare musica di nuovo

Siete i portabandiera della nuova ondata death-core, più elaborata e complessa rispetto al passato. Avresti mai pensato di raggiungere questo risultato in così breve tempo?

Non credo in breve tempo, abbiamo sei album e suoniamo dal 2008. Ma comunque tu non pensi mai che un giorno il tuo progetto diventerà lo “standard” o che cambierà il tuo genere. Semplicemente suoni quello che ti piace e speri che la gente si diverta ascoltando quello che proponi. E no, non ho mai pensato che noi saremmo mai potuti essere in una posizione tale ed è una cosa davvero grande per me ricevere questo riconoscimento, è davvero assurdo che la gente pensi questo di noi!

Rispetto agli albori, in che modo è cambiato il tuo approccio nella stesura dei pezzi?

Nei primi due dischi abbiamo fatto quello che tutte le band fanno, trovarsi e suonare insieme in una stanza. Poi col tempo e coi tour abbiamo iniziato a trovare difficoltà nell’approcciarci ai dischi, complice anche il fatto di dover cambiare modalità di registrazione tra i vari studi. Aggiungi poi i continui tour e così siamo stati costretti ad assumere un nuovo chitarrista, che poi è diventato membro ufficiale della band, che è Tim. Con lui le cose sono cambiate ancora di più. Mentre noi ci concentravamo sull’affrontare e organizzare i tour, lui passava tutto il tempo a scrivere pezzi. E da questo punto è diventato praticamente una cosa automatica dopo il secondo disco. È ovvio che tutti quanti siamo parte del songwriting, ma sostanzialmente è lui che gestisce quella che sarà l’impronta del sound di disco in disco, praticamente da dopo “Hellbound…” è così. Quindi da quel momento il modo di scrivere le canzoni è rimasto lo stesso da circa 8/10 anni ormai.

Da chi hai preso ispirazione nei primi anni di carriera?

Il problema è che io sono vecchio (ride nda), ho 45 anni. Ho avuto influenze dal mondo del death metal come Obituary, Morbid Angel, Suffication, e prima ancora dagli Slayer, più altri gruppi dell’epoca, finendo poi ad ascoltare la prima ondata death-core come i Despised Icon, Job For A Cowboy, ma soprattutto dalla scena canadese del death-core, dove si incidevano dischi davvero fighi. Posso citarti anche i Nechrophagist. Ci sono un sacco di band, non solamente death-core sicuramente, che ci hanno ispirato in quello che facciamo. Possiamo dire che c’è stata una specie di evoluzione nei FFAA: elementi dal post-hardcore, metalcore ecc. Anche nel nuovo album ci sono state persone che hanno commentato con “quello suona come i Gojira, Deftones o addirittura come i Tool”, per via di strane atmosfere che si sono venute a creare, o di come il basso suoni diverso rispetto al solito. Ed è veramente figo dove questa evoluzione ci sta portando! Abbiamo nella band davvero degli ottimi musicisti aperti a più sonorità diverse. Ad esempio, il batterista proviene da un ambiente in cui il death-core manco sa cosa sia, Joseas davvero riesce a mischiare un sacco di elementi nei nostri brani.

Cosa cerchi di trasmettere con la tua musica?

Musicalmente direi che cerchiamo di tradurre attraverso atmosfere particolari e strati su strati di suoni quello che liricamente Joe scrive. A livello lirico è un mix di diverse cose. Ma i FFAA non sono semplicemente una band aggressiva, ma direi più introspettiva (Pat nell’intervista dice “sad” ma non penso che triste o malinconica siano le traduzioni più adeguate). Raccontiamo la realtà che ci circonda, dalla rabbia alla tristezza, alla depressione, non è solo un messaggio ma un mix di emozioni. Vedere il mondo che tratta le persone come delle merde (cit testuale) mentre ci sta crollando addosso e non essere in grado di fare niente. C’è tanta rabbia, disperazione, paura, tristezza; praticamente mettiamo nero su bianco quanto le cose siano messe male.

Vorrei spendere 2 parole per il video di “Black Mammoth” a distanza di anni. Quanto ha influito prendere una posizione politica nei riguardi delle popolazioni native? Cosa che per altro ho approvato in pieno. 

Cerca di spiegarti meglio. 

 

Produrre e distribuire un video in cui si denuncia come vengono trattati i Nativi Americani vi ha mai portato problemi a livello personale e/o come band?

Non direi che ci ha portato problemi, se la gente ci ha urlato dietro semplicemente perché dicevamo la verità, allora fottetevi tutti! A noi non interessa che la gente si urti perché diffondiamo la realtà dei fatti. Noi spesso parliamo di problemi sociali e di cose spiacevoli che accadono a persone che non possono fare nulla per combattere le ingiustizie che gli capitano, che siano minoranze o meno. Ma i Nativi Americani nel nostro Paese sono abbandonati dai mass media e dalla finanza. E all’epoca i problemi che stavano passando non erano mai nei telegiornali, come invece doveva essere. Quando io e Will abbiamo iniziato a diffondere un po’ di notizie a riguardo ci siamo resi conto che non le potevi trovare da nessuna parte. E il motivo per il quale non riuscivi a trovare informazioni è perché loro non volevano che tu le trovassi. Così decidemmo di fare qualcosa, nacque l’idea del video e nacque anche l’idea di creare del merch dedicato. Mi ricordo una maglia con un albero rosso che sanguinava e tutto il ricavato è stato donato in beneficenza alle popolazioni Native. Il nostro fine era quello di portare più gente ad interessarsi della vicenda.
Chi se ne frega se poi qualcuno si è incazzato con noi per aver messo in luce il problema. Se tu hai una piattaforma e hai una possibilità di aiutare qualcuno, sei moralmente obbligato a farlo, hai una responsabilità a riguardo. Se bisogna alzarsi in piedi per dire qualcosa, bisogna farlo per cambiare le cose o cercare di farlo. Per questo lo abbiamo girato, volevamo più gente che si interessasse al loro. E ha funzionato, alcuni hanno detto: “ehi ci sono americani della classe media che stanno perdendo il lavoro”, quindi? Anche loro sono persone e le aziende petrolifere stavano devastando l’ambiente e l’area in cui abitavano i Nativi. Sì, magari abbiamo avuto delle piccole ripercussioni, ma non così brutte o insormontabili.

Negli ultimi quattro album c’è un’evoluzione sempre più complessa del vostro sound, quale è il vostro obiettivo ultimo?

Fare quello che vogliamo. Non c’è nessun altro al di fuori di noi che può decidere cosa fare. Vogliamo sempre creare qualcosa di nuovo e che porti una reazione all’ascoltatore. Alla fine però c’è sempre una cosa alla base: creare musica che piaccia a noi in primis. Se tu ascolti i nostri dischi c’è sempre questa sperimentazione. Per esempio, l’intro di “In Shadows” può integrarsi perfettamente con il nostro disco di debutto “The Process Of Human Extermination”, molto pesante e diretto ma poi si evolve. Cercare di portare qualcosa di nuovo rimanendo la band che siamo con un sound che ci rappresenti.

Come nasce una canzone solitamente nella vostra band? La pandemia ha modificato le vostri abitudini musicali?

No, durante la pandemia la cosa veramente difficile era trovarsi tutti insieme in studio a suonare e registrare le nostre parti. Alla fine il songwriting viene condiviso digitalmente tramite Dropbox. Se io o Tim ci inventiamo qualcosa, lo registriamo e lo inviamo a Will, che poi troverà un modo per usarlo o cestinarlo. O anche il contrario, ci invia lo scheletro di una canzone nuova e ci chiede un parere. Alla fine sono email e Dropbox, come molte altre band. Quindi no, a livello di abitudine non è cambiato molto.

Il nuovo album è in uscita domani [l’intervista è stata fatta giovedì 13, ndr] e sarà il secondo con Nuclear Blast Records. Come vi siete messi in contatto e come sta procedendo?

Will ha un sacco di contatti con band, produttori eccetera, e quindi i FFAA sono stati un pochino avvantaggiati da questo. Lui ha contratti con diverse case discografiche (Will Putney secondo chitarrista della band è anche un famoso produttore, ndr) e un contatto diretto con il responsabile dell’ala americana della Nuclear Blast Records. Negli anni, come la band ha evoluto il sound, loro si sono interessati sempre di più a noi. È stato comunque un forte shock lasciare eOne / Good Fight Music, ma Nuclear Blast semplicemente è il meglio per noi. Hanno un reparto social media enorme e non cercano mai di forzarti a produrre qualcosa, ma anzi cercando sempre di venirti incontro. Siamo davvero onorati e privilegiati a lavorare con loro, in particolare con Monty (Nuclear Blast Records), che ci capisce al volo. E poi diciamocelo, hanno un super pedigree con band incredibili, soprattutto del passato! Penso che qui, dentro il tour bus, ognuno di noi abbia come band preferita qualcuno che ha pubblicato almeno un album sotto Nuclear Blast Records.

Ascoltando il disco attentamente posso quasi dividerlo in due, una prima fase più sperimentale e la seconda da “A Higher Level of Hate” (che è anche la mia preferita del disco) molto più classico. È stato voluto questo risultato? Raccontami anche come è nata “A Higher Level of Hate”?

No, semplicemente le canzoni sono uscite così. Non c’è stata una cosa tipo “facciamo 5 canzoni così e altre 5 cosà”. “A Higher Level Of Hate” è una canzone davvero gagliarda, è molto aggressiva! È stata pensata da Will e provo solo a immaginare cosa possa essergli capitato per scrivere un pezzo del genere perché era abbastanza incazzato quando ci ha proposto il riff. Lo conosco molto bene e sono sicuro che se lo sia messo via, rimuginato per un po’ e poi lo ha proposto a tutti. Quella canzone è un missile e siamo stati tutti sorpresi quando l’abbiamo ascoltata per la prima volta.

Ci sono un sacco di spunti che vanno al di fuori della classica “confort zone” death core. Prendo per esempio i singoli “Two Towers”, che ha in intro molto alla Deftones, o “Far From Heaven” in stile Gojira. Quanto in là vi siete spinti senza stravolgere voi stessi?

Neanche un pochino! Anzi ti dirò, abbiamo voluto interfacciarci al nuovo album con lo stile di “Napalm Dreams” (singolo presente nel precedente “The Sea Of Tragic Beasts”), perché all’inizio io odiavo quella canzone. Non credevo in quel brano nemmeno una volta concluso e registrato in studio, ma ora sai una cosa? È la mia canzone preferita. Perché è molto complessa e non puoi comprenderla nell’immediato, un po’ come per “Two Towers”. È la mia canzone preferita perché è la più articolata. La cosa divertente è che tantissime persone l’associano ai Deftones ma per me è più sullo stile dei Tool, magari non uguale a loro ma mi da quella sensazione molto atipica e singolare.

Quanto e come ha influenzato la pandemia nella stesura del nuovo “Oh What The Future Holds”?

Il 100%! Attraverso la pandemia ci siamo scontrati con cose totalmente fuori di testa. Oltre alla pandemia ci sono state tensioni sociali (parla sempre dal punto di vista americano, ndr), alcune necessarie, altre drammatiche. Cose che hanno sicuramente influenzato la nostra musica ora. Non mi va molto di parlare di politica nelle interviste, perché sarebbe tutto un percorso lungo da intraprendere, ma politicamente, socialmente e pandemicamente c’è davvero tanta benzina sul fuoco. E per i prossimi tempi a venire la musica sarà influenzata dagli avvenimenti che sono successi in questi due anni. Pensa all’idea di essere isolato e non per tua scelta, ma forzatamente isolato! Per un anno, cazzo, prima di poter tornare quasi alla vita di prima. Isolarsi per un anno è il tempo limite per la tua mente prima di essere danneggiata irreparabilmente. Una tortura! Sentire artisti che dicono di non essere assolutamente toccati dalla cosa per me è incomprensibile, penso semplicemente che non si sentano a loro agio nel parlarne, questo sì invece lo posso capire.

La copertina di “Oh What The Future Holds” è molto evocativa e particolare, colpisce immediatamente chi la osserva. Rappresenta più la musica o le liriche dell’album?

Su Instagram diverse persone ci hanno scritto che le nostre copertine sembrano sempre di più dei dipindi di Bob Ross (ride nda). Abbiamo sempre cercato di creare una visione della nostra musica. Posso dire lo stesso di “Sea Of Tragic Beasts”, con quel teschio che perde sangue nell’acqua, quindi sì la musica e i testi influenzano poi il risultato della copertina finale. All’inizio volevamo delle copertine un po’ shockanti, poi volevamo qualcosa che fosse calzante per il messaggio che volevamo dare. Poi, da “The Great Collapse”, abbiamo iniziato a collaborare con Adam Burke, con lui stiamo davvero lavorando da dio e ci capisce senza neanche dire una parola. È incredibile collaborare con lui gli diciamo cosa vogliamo e neanche tre giorni dopo abbiamo già una prima bozza che è proprio quello che avevamo in mente. 

Penso che alla fine la prima cosa che all’inizio ti fa acquistare o ascoltare un disco sia proprio la copertina. Se fa schifo lo salti completamente, se invece è bella e accattivante allora gli dai una possibilità. 

Esattamente! Ne parlavo prima con gli altri di questa cosa, di quando eravamo più giovani, si andava nei negozi di dischi, appena si trovava una bella copertina ci dicevamo: “Ehi questo disco viene a casa con me”. Per farti un esempio, io non sono un grande fan degli Iron Maiden, ma gli altri li adorano, e ti posso garantire che non esiste una band nel mondo come loro che riesce a fondere così bene liriche e quant’altro nella copertina, per non parlare dei live show con la loro mascotte Eddie. Di sicuro noi non avremo mai la stessa cosa, ma vorremmo creare in futuro una specie di filone di immagini che ci possa associare subito. Ecco, Adam Burke per noi sta facendo quella cosa!

Si nota sempre più un utilizzo massiccio delle clean vocals nei gruppi deathcore. Parlo di Whitechapel, Rivers of Nihilims, Suicide Silence e tanti altri, compreso ogni tanto i FFAA. Pensi che sia semplicemente una crescita culturale e musicale o una moda dettata dal momento?

Quello che penso è che diverse band che hai citato lo hanno iniziato a fare, hanno cominciato a evolversi e a intraprendere nuove strade. Alla fine lo fanno migliaia di gruppi al di fuori del mondo deathcore, ma essendo che questo genere sta diventando vecchio e vissuto alcuni stanno prendendo dei rischi. Prendiamo per esempio i Whitechapel, che sono i pionieri di questa cosa, hanno rischiato e gli altri hanno deciso di provare allo stesso modo. Così adesso è diventata quasi un nuovo standard. Non penso che sia moda, anche perché per poter cantare così devi esserne capace. Joe (cantante) ci ha lavorato davvero tanto a questo perché canta in un modo così intenso urlando per poi rilassarsi di colpo. Non è moda, è duro lavoro! La gente deve capire ed avere una mente elastica per accettare anche queste sfumature. Dal mio punto di vista il death-core rispetto a dieci anni fa è molto più complesso, so che in ogni genere musicale c’è gente che dice “tu devi fare solo così”. Ma non ci sono barriere nel metal! Se tu pensi che non sia giusto, non significa che non lo sia in generale. Altri dicono: “erano meglio all’inizi”, forse questa era musicale non è adatta a te, torna ad ascoltare roba vecchia ma non spalare merda sul presente. Tutto si evolve col tempo.

Quale artista ti ha spinto a diventare chitarrista?

All’inizio c’era un amico di mio fratello che era un chitarrista, così lo guardavo suonare e mi piaceva provare la sua chitarra. Stiamo parlando degli anni ’80, quindi Van Halen e la sfera rock ‘n’ roll comunque. Ma nel momento in cui ho scoperto i Metallica sono davvero entrato in quel mondo e i primi loro dischi mi hanno sicuramente influenzato sulla scelta di suonare la chitarra. 

Si, posso capire che per te i Metallica siano fondamentali, in quanto siamo due generazioni diverse. Tipo per me invece è stato il movimento Svedese, in primis Jesper Strömblad a farmi venire voglia di suonare uno strumento! 

Vuoi sapere una cosa divertente? A metà anni 90 avevo perso un po’ di voglia di suonare in generale, non solo la chitarra. Ma fu proprio grazie agli At The Gates e ai Meshuggah che mi tornò la voglia di prendere in mano il tutto. Ricordo quanto rimasi affascinato nell’ascoltare “Slaughter Of The Soul”, ma fu specificatamente “Destroy Erase Improve” a farmi tornare la voglia di creare qualcosa di nuovo. Ho iniziato con band punk-hardcore in principio, ma il disco dei Meshuggah mi ha fatto capire cosa davvero volevo fare in futuro in un progetto musicale. È stato davvero un bel periodo per me musicalmente parlando. 

A maggio se tutto va bene tornerete in Italia ma soprattutto in Europa, nel caso in cui non si possa procedere avete un piano B? Quanto vi ha colpito economicamente parlando la pandemia, avete mai pensato di mollare tutto?

Non abbiamo mai pensato di mollare. Purtroppo non c’è mai un piano B, siamo in un momento in cui è il mondo che decide per te. Se tu puoi andare in tour, prendi le valige e parti. Se non puoi andare, non ci vai. Noi comunque organizziamo tutto e poi in caso posticipiamo, cancelliamo o modifichiamo. Ma se uno stato ci dice “no, non potete entrare”, cosa puoi fare? Ci prepariamo al peggio e cerchiamo fino in fondo di portare le cose a termine entro i limiti delle nostre possibilità.

Cinque dischi essenziali per te, anche al di fuori del metal.

Allora, partiamo dal quinto per arrivare alla prima posizione: al quinto posto metto la discografia intera dei Carcass, compresi i dischi non proprio brillanti, poi ti direi “Leprosy” dei Death e al terzo “Symbolic”, sempre loro. Nelle prime due posizioni metterei “Master Of Puppets”, ma alla posizione numero uno metto “Aja” degli Steely Dan. Sono una band jazz-fuzion, rock and roll, e il genere è molto ascoltato in famiglia. Però personalmente quel disco racchiude le più belle canzoni mai scritte da un musicista. Sarai veramente sorpreso quando ascolterai il disco ma fidati che ne vale assolutamente la pena.

Ho letto anni fa alcuni articoli su di te che aiutasti una ragazza di colore che era rimasta senza benzina, cosa che ti rese celebre nel web per qualche giorno. C’è qualcosa che vorresti aggiungere a quell’episodio o che vuoi spiegare meglio per coloro che non abitano negli Stati Uniti?

Non c’è molto da aggiungere, io nasco nel nord-est degli Stati Uniti e vengo da un posto in cui, se c’è qualcuno che ha bisogno di aiuto, tu sei lì a dargli una mano. Molti dicono che nel New Jersey tutti sono degli stronzi, c’è tipo una specie di leggenda metropolitana dietro a questa cosa. Ma fatto sta che quel giorno ho semplicemente visto una ragazza in difficoltà con una coda veramente lunghissima di auto dietro di lei e quindi mi sono avvicinato e le ho chiesto quale fosse il problema. Sono andato al distributore più vicino e ho messo 20 dollari di benzina in una tanica. Lei ha fatto le foto e le ha pubblicate su Twitter, solo che io non mi sono interessato. La sera stessa dopo un paio d’ore mi chiama un mio caro amico e mi dice: “Ehi apri Twitter!”; gli rispondono che saranno almeno tre anni che non accedevo al mio profilo, lui insiste e alla fine controllo e mi ritrovo invaso di notifiche. All’inizio sono rimasto turbato dalla cosa, non sapevo bene come prenderla o cosa fare. Poi dopo un po’ ho realizzato che quel gesto fu ben interpretato dal web, in quando c’era bisogno di una buona azione. Era nell’epoca del post Floyd e quindi il razzismo che non era mai stato pubblicamente denunciato era esploso in tutto il paese. E quel semplice gesto di aiuto verso una ragazza di colore ha aiutato a far capire che il mondo ha bisogno di buone azioni, ha bisogno che la gente si aiuti a vicenda, si dia una mano nei momenti di difficoltà e sono contento che sia successo grazie a 20 miseri dollari di benzina. Cioè, è imbarazzante se ci pensi, è un gesto talmente banale per diventare virale! Cosa sono 20 dollari di benzina? Nulla! Eppure in quel momento c’era bisogno di quell’episodio per migliorare, anche di poco, una situazione di tensione che si era venuta a creare nel paese. Ripeto, per me è quasi imbarazzante parlarne e da allora avevo quasi rimosso questo ricordo ma il mondo ha bisogno sempre di buone azioni. Mi fa piacere menzionarlo onestamente, è un ottimo modo per ricordare che bastano piccoli gesti per migliorare la vita a qualcuno. Vorrei aggiungere che l’esperienza e vivere determinate cose ti cambiano dentro. Di sicuro credo in cose che da ragazzino non vedevo. Se vivi chiuso senza visione sull’esterno, di sicuro non cambierai mai te stesso. Questo episodio personalmente mi ha dato conferma che nelle cose in cui credo e nel modo in cui sono cresciuto possono fare la differenza e sono orgoglioso di tutto ciò. E questo piccolo gesto con questa ragazza di sicuro ha cambiato qualcosa dentro di me e l’episodio in sé mi ha insegnato molto.

L’intervista è finita, ti ringrazio per il tempo che mi hai concesso e per le risposte esaustive che mi hai dato! Vuoi mandare un messaggio ai fan italiani che ti seguono?

Amo l’Italia e mi manca davvero tanto non venire nel vostro paese, siete un popolo davvero fantastico! State al sicuro, spero che il covid non abbia causato dolore a voi, alla vostra famiglia o ai vostri amici. Spero di potervi vedere a maggio o comunque molto preso! Pregherò perché ciò possa accadere!

Fit For An Autopsy Oh What The Future Holds

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