Fen: “Dustwalker” – Intervista a The Watcher

I britannici Fen, freschi di stampa col nuovo “Dustwalker”, sono sempre più lanciati nel gotha del metal più oscuro ed emozionale, merito di una sensibilità e lucidità artistica non comuni, caratteristiche che emergono anche in questa interessante chiacchierata col chitarrista/cantante Frank Allain, alias The Watcher. Addentriamoci ancora una volta nei paesaggi misteriosi e nebbiosi delle Fens, terra natale e ispirazione inesauribile di questo ottimo power-trio.

Ciao Frank, “Dustwalker” è il vostro terzo full-length album e segna un punto fondamentale della vostra carriera. Sin da un primo ascolto appare davvero solido, focalizzato, ma anche molto eterogeneo. Come siete giunti a questo risultato, in termini di composizione, arrangiamento e sound?

Ti ringrazio per i complimenti. Come per tutti gli altri album ci siamo avvicinati a questo nuovo lavoro consapevoli di non volerci ripetere pedissequamente. Su “Epoch” ogni brano fluiva nel seguente, in un discorso unitario simile, per certi versi, a una sola, lunga canzone. Quindi con “Dustwalker” l’obiettivo iniziale era creare qualcosa di più definito, una collezione di pezzi, distinti per atmosfere e tonalità. Abbiamo lavorato nell’ottica di rendere ogni brano unico a suo modo, nella sua singolarità. In questo senso “Consequence”, ad esempio, tratta di rimpianto e disperazione, perciò a livello sonoro è diventata quanto di più aggressivo composto finora. “Spectre”, al contrario, è quasi interamente basata su chitarre acustiche e voci pulite, in assonanza al suo tema etereo. L’idea di rendere ogni brano come un’entità separata è passata in studio attraverso un fine lavoro produttivo (ancora una volta realizzato dall’amico Barry Haynes), per dotare ogni composizione di un’atmosfera unica e dedicata, e il fatto che tu abbia sottolineato questa caratteristica, ci soddisfa pienamente degli sforzi profusi in questo senso.

Questa eterogeneità di fondo costruisce inoltre la sensazione di un viaggio in varie tappe, ognuna scandita da particolari suoni e scenari. Possiamo parlare di un vero e proprio concept album?

In un certo senso lo è. Ogni brano è collegato, nella misura in cui rappresenta un diverso aspetto del viaggio del “Dustwalker”, figura che intitola l’album. Credo si possa descrivere come un diario di viaggio, che raccoglie esperienze e riflessioni di uno spirito, distaccato e disconnesso dal mondo che lo circonda.  Per una band come la nostra l’idea di giustapporre concetti e tematiche diverse non è funzionale, e lavoriamo al meglio solo inquadrando gli album come delle esperienze complete.

A tal proposito, quali sono i temi centrali e le risorse culturali e filosofiche dalle quali avete attinto per questa vostra nuova opera?

Il tema fondamentale è il paesaggio naturale come metafora di esperienze spirituali. Il territorio naturale ci circonda e ci definisce, agendo inoltre come uno specchio verso la nostra interiorità. Tale idea  nasce già dai tempi di “The Malediction Fields”, ed è sempre al centro delle nostre speculazioni, sia musicali che testuali. A livello culturale cerchiamo invece di evitare riferimenti troppo diretti. Riflessioni sul passato perduto e sulla storia intesa in un senso spirituale ed effimero, sono elementi che giocano  un ruolo importante in alcuni dei nostri testi più recenti. Non voglio apparire pretenzioso, ma ci sono anche influenze di alcuni rami della metafisica e dell’esistenzialismo in alcuni dei testi. Le opere di Hume, Kant, Russell, Heidegger e Wittgenstein, pur non essendo direttamente citate, hanno un’incidenza sul nostro pensiero. Speculazioni sul nostro posto nell’universo, la validità dei nostri pensieri, l’essenza stessa dell’esistenza, sono domande fondamentali, la cui influenza nel nostro modo di affrontare il lavoro testuale  è innegabile.

Ho sempre apprezzato molto le vostre copertine, specialmente riguardo la scelta dei colori. “The Malediction Fields” era basato su una palette marrone, laddove “Epoch” virava ai toni del blu. Con “Dustwalker” Grungyn ci presenta un artwork composto da neri e grigi. Si tratta solo di un’esigenza grafica o rappresenta un’ulteriore scelta concettuale?

Cerchiamo sempre di inquadrare l’atmosfera generale di un album con una precisa palette di colori. “The Malediction Fields” era radicato in una terrea rabbia autunnale, mentre “Epoch” incarnava le avvolgenti, sognanti atmosfere del crepuscolo imminente. “Dustwalker” è più spettrale, freddo, tetro, ed enfatizza i contrasti netti fra luce e oscurità, ben rappresentati, a mio parere, da questo schema di colori monocromatico e contrastato.

Con “Dustwalker” sembrate comunque diretti in una dimensione maggiormente influenzata/connotata da certo folk-rock, con ampio utilizzo di  sezioni acustiche e voci pulite (vedi “Spectre”). Possiamo parlare di un processo di maturazione naturale o di una sterzata compositiva intenzionale?

Non direi che abbiamo preso una decisione conscia di spostarci in un ambito più folk, ma sicuramente abbiamo sperimentato molto coi toni più puliti di chitarra e vocals. Come hai giustamente osservato, la composizione di “Spectre” parla da se. Abbiamo deciso di mantenerla completamente pulita, cosa che non avevamo mai fatto in precedenza, sia per sperimentare un nuovo risultato, sia perché ci sembrava l’incarnazione più naturale dello spirito della canzone. Quindi, per rispondere alla tua domanda, penso si tratti di un mix dei due fattori, un’evoluzione naturale, canalizzata poi consapevolmente in un particolare mood espressivo. Personalmente credo che “Spectre” sia una delle canzoni più valide dell’album (in special modo grazie all’eccellente pedal steel suonata da Nils Eyre) e ha le possibilità di aprire ulteriori porte a nuove sperimentazioni nel nostro sound.

In questo momento il mio brano preferito è probabilmente “Hands Of Dust”, per il suo essere un perfetto mix di tutti i vostri elementi distintivi. Tu come la pensi, hai un tuo brano preferito?

Come dicevo prima “Spectre” è una canzone speciale per me. Suona ancora chiaramente Fen, ma mostra un lato inedito del nostro carattere artistico. Sono molto soddisfatto anche di “Walking The Crowpath”, un brano che avevo iniziato a ideare e comporre diverso tempo fa, e che ora siamo finalmente riusciti a completare. “Hands Of Dust” invece è stata la prima traccia composta per il nuovo album, ed effettivamente è un pò una sorta di best of sonoro dei Fen. Se invece parliamo dei miei brani preferiti al di fuori dei Fen, credo che sarei probabilmente indirizzato a rispondere con qualcosa di terribilmente uncool, come i Tears For Fears.

La prima volta che ho ascoltato “Wolf Sun” mi sono venuti in mente gli ultimi Nachtmystium. Apprezzi le loro ultime cose, e il loro modo particolare di fondere black metal e certa psichedelia?

“Wolf Sun” l’ha composta Grungyn, non so se ascolta i Nachtmystium, ma tenderei a escludere un’influenza diretta. Comunque sia anche loro prendono spunto da diversi ambienti musicali e culturali, proprio come noi, per cui in un certo senso c’è una parentela fra di noi. Personalmente ho apprezzato molto “Instinct:Decay”, mentre per gli album seguenti ho provato meno trasporto. Non ho problemi con gli influssi psichedelici nel black, ma, senza voler essere brusco, credo dovrebbero essere qualcosa di più del semplice esercizio di stile, del tipo “proviamo a mettere un po’ di sax in questa canzone, e vediamo come va”. Secondo me non è sufficiente buttare le cose nel mix e sperare che funzionino, ai miei occhi è necessario un approccio più sottile, più oscuro. Detto questo i Nachtmystium sono  e rimangono indubbiamente un’ottima band, che sa come comporre brani intensi e catchy, e il loro nuovo corso, più aggressivo e diretto, mi è sicuramente più congeniale.

Spesso la vostra musica è etichettata come pagana, un termine dai contorni e significati ormai labili e abusati. Avete effettivamente qualche interesse diretto nel paganesimo?

Se per pagano ti riferisci letteralmente all’adorazione di dei non cristiani, non è qualcosa afferente ai Fen. Se invece si utilizza pagano nella sua accezione più moderna e non-specifica, come un ombrello concettuale sotto il quale possono stare un’infinità di cose, come la consapevolezza e l’amore per la natura, il passato e il rifiuto di molte caratteristiche della vita/società attuale, allora indubbiamente ci ritroviamo in questa mentalità.

“Dustwalker” è il primo album con Derwydd alla batteria. Come mai vi siete separati dal vostro batterista originario, Theutus?

All’inizio del 2011 è apparso chiaro che Theutus stava facendo fatica a star dietro a tutti i vari impegni della sua vita. Sebbene il suo cuore rimanga nella musica, era sempre più difficile per lui trovare il tempo necessario alle prove e ai concerti. Siccome sia io che Grungyn avevamo già lavorato con Derwydd, nel momento in cui Theutus ha dato forfait per uno show in Austria, contattarlo per una sostituzione lampo è stato naturale. E’ un eccellente musicista, con un solido background classico, grazie al quale ha appreso velocemente tutto il nostro materiale pregresso. Separarci da Theutus è stato comunque un momento triste, perché comunque ha fondato i Fen assieme a noi. Ciò nonostante siamo amici da 14 anni e tuttora ci sentiamo e usciamo a bere insieme. Per quanto concerne Derwydd, si è rivelato davvero un’ottima scelta, e “Dustwalker” non suonerebbe così com’è, senza il suo fondamentale apporto.

Le vostre radici sono e rimangono nella scena black, come suggerisce la struttura di un brano come “Consequence”, ad esempio. Al giorno d’oggi pensi abbia ancora senso parlare di black metal, e che significato ha per te?

Certamente black metal è ancora un termine rilevante, sebbene per me sia più che altro un’identificazione di stile, piuttosto che un’ideologia. Come si sa i tradizionalisti collegano la nozione di satanismo alle fondamenta del black, ma credo che la maggior parte degli ascoltatori che ha seguito gli sviluppi della scena negli ultimi 15 anni, si sia resa conto che il significato è in realtà molto soggettivo. Black metal per me significa intensità, individualità, una forma di metal estremo radicata nel senso di illimitatezza. In quanto genere, la seconda ondata black scandinava si è evoluta così rapidamente che il vero black metal tradizionale è diventato immediatamente un anacronismo. Ad esempio fra “A Blaze In The Northern Sky” e “La Masquerade Infernale” ci sono solo sei anni, ma il passo stilistico è impressionante! Penso ancora che il black, nella sua migliore espressione, rappresenti l’incarnazione definitiva del metal estremo, ma incorpora talmente tante sfumature, suoni, influenze, che parlare di un sound specifico e unitario è più che altro una sterile speculazione.

Concordo. Il nuovo album è disponibile anche in un’edizione limitata clambox, con bonus track e un pendente col vostro logo. Secondo te queste edizioni rare/limitate/da collezione rappresentano un buon incentivo all’acquisto dei cd originali, invece che il download (il)legale, che ha da tempo raggiunto proporzioni epidemiche?

Il download è qui per restare, e come risultato le band e le etichette si sono dovute comportare di conseguenza. Sotto molti punti di vista è stata una cosa positiva, perché l’industria discografica stava diventando avara, proponendo mediocre materiale in mediocri edizioni. Ora le cose sono cambiate, la maggior parte del pubblico ha immediato accesso alle nuove uscite, perciò i giudizi e i responsi arrivano molto più velocemente, forzando band ed etichette a essere molto più selettive, per investire le limitate risorse in prodotti la cui qualità rappresenta il vero valore aggiunto. Può sembrare un discorso commerciale, e in effetti lo è, ma, con buona pace dei puristi dell’arte, fare musica ha un costo, e per comprare le corde agli strumenti, oppure pagare la sala prove, il purismo serve a poco. Chiunque scarichi gratis un album per ascoltarlo preventivamente, senza poi acquistarlo in qualche formato, mette a rischio il futuro di quella stessa band che ha dimostrato di apprezzare. Ho paura che non appena ci si sposta al di là del semplice strimpellare una chitarra in camera da letto, la musica è (anche) un business, punto e basta.  In questo scenario permettere di farsi sfruttare o cercare di rimanere in piedi e difendere il valore della propria arte è una netta scelta di campo. E ‘ ingenuo pensare il contrario. Le limited edition e i vari extra sono un responso tangibile alla cultura del download selvaggio. Credo che le versioni in edizione limitata di ciascuno dei nostri album rappresentino veramente la loro esperienza più completa possibile. Rappresentano qualcosa di prezioso, un valore estetico che non può essere rubato tramite un cavo in fibra ottica. Sono un altro sbocco creativo per le band, così come il rinato mercato del vinile, di cui sono un grande appassionato, quindi questo genere di pubblicazioni è per me fonte di genuino entusiasmo.

Una piccola curiosità sull’origine del vostro simbolo. Che significato e che origine ha la spirale dei Fen?

L’ha creata Grungyn, assieme al logo, e per quanto ne sappia non ha un ulteriore significato culturale o spirituale. Certamente la spirale è un simbolo arcaico, comune a molte culture antiche. Vi è un fascino mistico e istintivo, nella spirale, che innesca un senso di attrazione e comunione primordiale. Oltre a questo ogni osservatore può  interpretare il nostro logo nel modo che gli è più congeniale.

Il nuovo anno è da poco iniziato. Quali sono stati i tuoi album preferiti targati 2012?

Purtroppo non ho avuto molto tempo da dedicare agli ascolti dei nuovi album, lo scorso anno. Comunque quelli che ho apprezzato maggiormente sono stati “Only The Ocean Knows” degli An Autumn For Crippled Children, “Curse” dei Wodensthrone, gli ultimi Godspeed You! Black Emperor e Wolfhetan, “The Seer” degli Swans. Sto appena ascoltando il debutto degli Svartidaudi, “Flesh Cathedral”, che si preannuncia essere un grandissimo album black.

Sì, lo è anche secondo me! Ok Frank, era la mia ultima domanda. Grazie per il tuo tempo e la tua cordialità. Ti auguro il meglio per questo nuovo anno, intanto ti affido le ultime righe, fanne ciò che vuoi.

Credo ci sia poco altro da aggiungere, se non ringraziarti  per l’intervista e il tuo supporto. Speriamo di incontrarci sulla strada, nel prossimo futuro. Un saluto a tutti.

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