Europe: “War Of Kings” – intervista a John Levén

Dalle viscere dell’Alcatraz, subito dopo essere sbarcati dalla loro ultima tappa in Svizzera, gli Europe si concedono alla stampa; gli spunti di cui parlare sono molteplici e vanno dall’ultima parte del loro tour in presentazione dell’album “War Of Kings”, l’abbinamento per alcune di queste tappe con gli Scorpions e la ristampa del suddetto album, contenente il DVD del concerto registrato quest’estate a Wacken. Parliamo di questo con John Levén, bassista della band. 

Ciao John, come stai? Come sta andando questa parte del tour?

Sta andando molto bene, anche se iniziamo a essere stanchi. Stamattina siamo partiti dalla Svizzera, ci siamo addormentati e ci siamo svegliati che eravamo già qua! Anche con gli Scorpions sta andando molto bene, abbiamo suonato in apertura a loro in un po’ di date in Francia e l’accoglienza è stata strepitosa. Non abbiamo passato del tempo con loro, sai, eravamo tutti impegnati a fare interviste e conferenze stampa separatamente, anche se una sera, non mi ricordo esattamente prima di quale concerto, Rudolf e Klaus sono venuti nei camerini per salutarci.

Qual è la risposta del pubblico ai brani nuovi di “War Of Kings”? Quali sono quelli che stanno piacendo di più?

Mi pare che piaccia molto “Days Of Rock ‘n’ Roll”, che, caso strano, è il pezzo che mi piace meno di tutto l’album: trovo che sia troppo pop per i miei gusti! A me piacciono di più altri brani: la title track, poi “Praise You”, “Second Day”, e anche “Nothing To Ya”.

Questo tour è accompagnato anche dalla ristampa di “War Of Kings” con l’aggiunta del DVD del concerto che avete tenuto al Wackn Open Air questa estate. Che cosa ricordi in particolare di quella serata e di quella esperienza?

Il clima. Mio Dio, era orribile! Siamo arrivati e abbiamo trovato tutto quel fango dappertutto, ci si poteva a malapena muovere. Come hanno fatto tutti quelli che hanno dormito in tenda in quei giorni?

Beh, sì, in effetti è stata dura; c’ero anch’io tra l’altro.

Tu eri lì? E dormivi in tenda? Ma come avete fatto? E come vi lavavate? (semplice John, non ci siamo lavati! ndr) Io non ce l’avrei fatta, sarei scappato via a gambe levate. Ho bisogno di farmi la doccia tutte le mattine! A parte questo, comunque, il concerto è stato bellissimo, e meno male che l’abbiamo fatto nell’unica parte coperta dell’area concerti! C’era moltissima gente, e so che molti erano fuori cercando di entrare, e le riprese hanno messo bene in evidenza tutte le parti importanti del concerto.

In generale preferisci esibirti durante un festival o un concerto singolo?

Non saprei. Forse in un concerto singolo, da headliner, perchè sei meno vincolato per gli orari, non sei obbligato a concentrare tutto te stesso in uno show da 45 minuti, hai maggiore libertà, però d’altra parte anche ai festival ci si diverte molto.

Hai già introdotto l’argomento in parte, ma adesso lo vorrei approfondire. Un’altra caratteristica del vostro tour è quella di avere suonato in Francia, insieme agli Scorpions, pochissimi giorni dopo gli attentati di Parigi. Come avete vissuto questi momenti e da come avete deciso di continuare ad esibirvi?

E’ vero, abbiamo suonato a Parigi solo una settimana dopo. Noi tra l’altro avevamo suonato al Bataclan tre anni fa, esattamente tre anni prima degli attentati, proprio il 13 novembre, quindi è un posto che conosciamo bene.  Quando ci sono stati gli attentati e abbiamo saputo che molte band stavano annullando i loro concerti, ci siamo riuniti e abbiamo discusso su cosa fare. Non è stato difficile decidere, eravamo tutti d’accordo sul fatto che dovevamo continuare. Per noi la decisione era vincolata da quello che avrebbero deciso gli Scorpions, perchè erano loro gli headliner, ma tutti noi avevamo deciso che avremmo continuato a suonare. In questo momento non ho paura, personalmente, ma è anche vero che le misure di sicurezza sono aumentate moltissimo. Al concerto di Parigi, però, erano stati venduti 7000 biglietti ma si sono presentate solo 6000 persone, il che vuol dire che ben 1000 persone hanno scelto di restare a casa, e questo è molto significativo. Per quanto ci riguarda, però, abbiamo sentito che era la cosa più giusta da fare. Però c’è stato un altro concerto, non mi ricordo esattamente dove, in cui i tecnici delle luci, per la posizione in cui erano, davano le spalle alla porta di ingresso. In quel momento abbiamo pensato che se fosse successo qualcosa, che se un pazzo fosse di nuovo entrato e si fosse messo a sparare, loro non se ne sarebbero accorti. Doversi preoccupare che possa succedere qualcosa, quella è la cosa peggiore.

Pensi che quello che è successo influenzerà il nostro modo di vivere in modo permanente?

No, non credo. Noi non dobbiamo cedere alla paura, è proprio questo che loro vogliono, e non glielo dobbiamo permettere.

 Come vi preparate prima di un concerto? 

Io e John Norum ci riscaldiamo e ci esercitiamo con gli strumenti, dopo avere deciso che cosa indossare. Joey Tempest, lui è sempre in giro, va di qua e di là parlando con tutti, facendo di tutto, non si ferma mai, mentre Ian e Mic…beh, sinceramente non so bene che cosa facciano loro!

Quali sono i vostri progetti per i prossimi mesi?

Ormai il tour sta finendo, il 9 dicembre saremo a casa; ho un figlio di 7 anni e non vedo l’ora di passare il Natale con lui e con il resto della mia famiglia. Poi credo che in gennaio ci troveremo per comporre nuovo materiale, prima di imbarcarci in un tour importante negli Stati Uniti, sia sulla costa orientale che su quella occidentale. Sarà interessante vedere se l’album sarà accolto in modo differente dalle due parti degli States! Finito questo, se tutto va bene, a settembre dovremmo rientrare in studio per registrare un nuovo album. L’anno prossimo ricorrerà anche il trentesimo anniversario dall’uscita di “The Final Countdown”; non so bene cosa faremo, ma di sicuro ci saranno delle iniziative per festeggiare questa ricorrenza.

Senti, ma non vi siete stufati di suonare “The Final Countdown” tutte le sere?

No, anche se in effetti, quando ci siamo trovati per provare prima del tour ci siamo chiesti: “La proviamo “The Final Countdown?””, “Naaaaah!” (ride, ndr). Non siamo stanchi di suonarla perchè ogni volta la risposta del pubblico è incredibile, ci trasmette delle emozioni fantastiche, e fino a quando continuerà a darci queste emozioni continueremo a suonarla con molto piacere.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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