Ephel Duath: “Hemmed By Light, Shaped By Darkness” – Intervista con Davide Tiso

Hemmed By Light, Shaped By Darkness” è la nuova opera visionaria degli Ephel Duath, band anticonformista e sui generis che sin dagli esordi ha conquistato il favore di pubblico e critica, una band di nicchia partorita dalla mente camaleontica di Davide Tiso, musicista eclettico con il quale abbiamo condotto un’intervista introspettiva attraverso la sua idea di “musica”.

Ciao Davide, iniziamo subito col tastare il polso della situazione: “Hemmed By Light, Shaped By Darkness” è uscito, immagino che la soddisfazione raggiunta sia massima, vero?

Sono orgoglioso di “Hemmed by light, shaped by darkness”, ho lavorato davvero molto a questi pezzi e devo dire che il disco mi rappresenta pienamente, sia come musicista che come persona. Al momento penso di essere un po’ esausto, non ho ancora avuto modo di distaccarmi dal disco a sufficienza ma spero che dopo la promozione io riesca a metterlo da parte al più presto per guardare oltre.

Il titolo dell’album non è affatto scontato, è sofisticato ed evocativo come del resto lo è la musica degli Ephel Duath, dal punto di vista concettuale quali sono i temi affrontati?

Ephel Duath è sempre stata una band dai forti contrasti: dissonanza e melodia, rarefazione e attacco sonoro, colori e oscurità. Il nuovo album spinge questa dualità ancora più a fondo e ho pensato di marcare il titolo stesso con il concetto di opposti. C’è sempre stata la ricerca di oscurità nella mia musica, ma l’oscurità non può essere tale senza il concetto di luce. I miei brani spesso svisano verso introverse parti melodiche solo per creare una tensione superiore, in questo modo il rilascio assume un effetto drammatico ancora maggiore: la leggerezza/luce assume un ruolo importante in Ephel Duath solo perché in diretta funzionalità e simbiotica correlazione con la pesantezza /oscurità. Il mercuriale alternarsi di luce e ombra in questa band è uno degli aspetti forse più fondamentali dei miei brani.

Dai testi affiora una decisa necessità di introspezione, una sorta di viaggio nel proprio inconscio, sottolineato anche sul piano musicale da melodie quasi ipnotiche, come nella strumentale “Hemmed By Light”, e da altalenanti emozioni ora forti, ora più delicate, questa sensazione quanto affonda le proprie radici nella vita di tutti i giorni?

I testi del disco sono riflessioni circa il mio bisogno di trovare risposte nel mio stesso inconscio. Ogni disco che compongo è un’occasione per me di aprire una nuova porta nella mia immaginazione: questa volta la porta è stata divelta. Verso l’interno. Più invecchio e più mi sembra che il mondo che mi circonda assuma meno valore, meno sostanza. Generalmente, mi serve una enorme dose di energia per affrontare il quotidiano e non essere affetto da frequenze negative. Sento che oggigiorno sia per me fondamentale focalizzare la mia attenzione dentro me stesso piuttosto che l’esterno: solo in questo modo posso trovare una sorta di pace. Per molto tempo ho schivato le mie paure, costruito barriere mentali, forzature dell’ego, scappatoie di ogni forma, pur di non accettare la sconfitta, il dissapore, l’errore. Forse è il caso di abbracciarle le proprie paure, tenerle strette ed essere vigili nel proteggerle da noi stessi e dal nostro bisogno di mettere i problemi da parte. Il filo conduttore che lega i pezzi è proprio questa presa di coscienza delle mie stesse debolezze che ho sviscerato nei testi con metafore poetiche spesse volte brutali e sanguinolente. I temi trattati nel disco toccano esperienze metafisiche quali le passeggiate extracorporee, il self-empowerment attraverso l’apertura della mente, il contatto e la comunicazione con gli spiriti, il grounding.

Ascoltando i brani che compongono la tracklist appare evidente una continua ricerca dell’inaspettato, dell’inconsueto, del cacofonico, nonostante questo il risultato finale è comunque equilibrato ed ha una propria linearità, oltre che una naturale immediatezza, come nasce questa spontaneità?

Sono lieto di leggere che parli di spontaneità perché questa è forse l’unica vera chiave di lettura non solo per l’album in questione ma per la band stessa. Ogni decisione che prendo, ogni virata sonora, ogni cosa che riguarda ED non nasce da decisioni a tavolino ma da prese di posizioni che sento necessarie, quasi scontate nella loro limpidezza. Quando compongo per ED cerco di bilanciare molti differenti livelli e influenze sonore. Spendo davvero molto tempo nell’arrangiare le strutture dei brani per renderle fluide e nonostante io le tenga aperte e senza una forma precisa cerco di dare all’ascolto una cadenza armoniosa. Come ripeto da anni, la vera sfida per me non e’ comporre musica complicata, tutti possono riuscirci,  bensi’ di offrire a musica apparentemente complicata  l’illusione di leggerezza e immediatezza.

Se ci si sofferma sugli arrangiamenti sembra quasi di assistere ad una jam session lunga cinquanta minuti, tanto è l’affiatamento che traspare prepotentemente dal tessuto musicale intricato, come viene composto un brano degli Ephel Duath?

Cerco di dare ad ogni riff che compongo una propria ragione d’essere, una precisa identità e lavoro al riff che segue assecondando il flusso del primo. Ogni idea su cui lavoro nasce da poche note, a volte solo due o tre. Dai primi passaggi sento immediatamente se qualcosa di interessante potrebbe svilupparsi. Lo sento nello stomaco. Da quel momento in poi mi ossessiono sulla parte e non lascio la chitarra prima di aver raggiunto un discorso compiuto. Poi corro a registrare. In passato non registravo la parte e la lasciavo sedimentare. Se il giorno seguente faticavo a rientrare in quel mood lasciavo perdere il riff in questione. Una volta che ho due o tre riff per un brano è il brano stesso che impone il proprio sviluppo, io lo assecondo senza mai forzare la mano. L’ intero processo è molto organico ed estremamente intimo. Molto spesso mi chiudo in bagni o ripostigli con la mia chitarra per lavorare alle mie parti. Voglio essere avvolto dalle note, cerco spazi piccoli quasi per paura che la rarefazione del suono mi rubi le idee. L’ intero processo è quasi rituale e poetico ed è in assoluto il momento più prezioso dell’essere un musicista per me. Lavoro agli arrangiamenti e strutture finali anche senza il mio strumento sotto mano. Disegno schemi e soluzioni varie per i pezzi e una volta che raggiungo la forma finale registro una preproduzione e passo il file agli altri musicisti. Non metto mai in dubbio le idee che registro, mi fido molto del mio istinto, una volta che il brano e’ fissato non cambio più nulla.

Riascoltando anche i lavori del passato emerge chiaramente una certa dualità tra melodia ed assalto sonoro, una sorta di chiaroscuro, credi sia questa una delle possibili chiavi di lettura del vostro sound?

Assolutamente. La mia musica ha un andamento mercuriale che asseconda il mio umore. I miei brani sfiorano momenti di pace e bellezza per poi ricapitolare dentro l’ossessiva ricerca di oscurità a cui ED è intrinsecamente legato. La dinamica di un pezzo di Ephel Duath ha la spiazzante forma di una qualsiasi delle mie giornate. Data la precarietà della mia vita ed il mio carattere, altaleno tra alti e bassi nell’arco di poche ore. Costantemente. Quando compongo per ED spingo verso il basso, verso il negativo, per raggiungere una qualche forma di catarsi. Allo stesso tempo lavoro duro per fare in modo che il mood dei miei brani e i miei album sia anche malinconico, poetico, raffinato. I miei dischi vogliono dare conforto mentre avvolgono nel disordine.

La voce di Karyin Crisis si sposa perfettamente con gli angoli spigolosi degli altri strumenti, è stato difficile trovare un punto di incontro, la giusta formula?

La voce di Karyn aumenta vertiginosamente il livello emotivo dei miei brani. Averla al mio fianco significa davvero molto per me e devo dire che non abbiamo faticato molto per adattare la sua voce alle mie parti e al contesto Ephel Duath. A mio modo di vedere, la combinazione tra il timbro vocale di Karyn, così intenso e tagliente, nudo e senza un apparente controllo, bilancia perfettamente le mie meticolose parti di chitarra e le matematiche strutture dei brani: è come se la voce aggiungesse non solo potenza, ma anche cuore, anima, disperazione e fragilità.

“Hemmed By Light, Shaped By Darkness” è effettivamente l’unione dei titoli delle due ultime tracce, come nasce questa fusione? I due brani sono collegati tra loro in qualche modo?

Ho composto i brani nell’ordine in cui appaiono nella tracklist finale del disco. “Hemmed by light” e “Shaped by darkness” sono gli ultimi due pezzi a cui ho lavorato. Il primo è un riarrangiamento strumentale di una costola del secondo. Volevo chiudere l’album con un pezzo molto drammatico e toccante. Alcuni paesaggi di Prometheus di Ridley Scott hanno influenzato il mood finale dei due brani. Considero il testo di “Shaped by darkness” il manifesto di Ephel Duath: il brano potrebbe tranquillamente essere il canto del cigno della band tanto mi rappresenta. Le parole che uso descrivono la differenza di qualita’, purezza e peso emotivo tra il comporre musica e la mia vita di tutti i giorni. Nel testo parlo di uno teschio di cristallo che racchiude il mio bisogno di suonare e descrivo il paesaggio interiore in cui entro quando mi sento inspirato. L’ultima frase del brano, “And when life will call back, I promise to escape it tomorrow again” racchiude nella sua semplicita’ tutta la fatica e l’oppressione che sento nel lasciare la mia chitarra al mattino per affrontare una giornata che, so gia’ in partenza, non mi apparterra’ tanto quanto le mie note. Comporre musica rappresenta la parte piu’ alta di me stesso, nulla nella mia vita ha un effetto comparabile alla gioia che sento quando passeggio tra i miei riff.

Sono presenti diverse collaborazioni o guest appearance, puoi dirci chi ha partecipato ed in che modo?

Erik Rutan ha fatto da guest con un assolo di chitarra nel finale di “Within this soil” e ha cantato le backing vocals nel brano di apertura “Feathers under my skin” .

Doveroso parlare anche dell’artwork, un tripudio di forme architettoniche tondeggianti, intricate, dai toni grigi, un’immagine molto simbolica. Da chi è stato curato e cosa rappresenta?

La copertina di Hemmed By Light, Shaped By Darkness è un’opera di Aeron Alfrey di cui ho comprato i diritti per la realizzazione dell’album. Ricordo che rimasi folgorato quando vidi l’immagine per la prima volta: penso che riassuma perfettamente non solo il concept del disco ma la band stessa, per la combinazione di oscurità, dei molteplici dettagli dall’apparente ermetismo e della distorta architettura. Questo è l’artwork di Ephel Duath di cui vado più fiero. Il booklet interno è nato dal talento e dall’immaginazione di Dehn Sora, il grafico che da qualche anno cura l’aspetto visivo della band. È fondamentale per me sapere che ogni mio disco avrà una risposta visiva di altrettanta potenza espressiva quanto la mia musica. Grazie ad Agonia Records sono riuscito a trovare un supporto umano ed economico sufficiente a venire incontro a quasi ogni mia richiesta per quanto riguarda i formati dei miei dischi e sono davvero entusiasta del valore visivo di Hemmed By Light, Shaped By Darkness.

Etichettare le vostre produzioni non è affatto semplice, direi quasi impossibile, la definizione Death Metal, Jazz e Post Rock può rendere degnamente l’idea?

Penso che la definizione possa rendere l’idea dal punto di vista sonoro. Capisco sia difficile definire la musica di una band senza fare riferimenti a specifici generi musicali e quelli che abbiamo appena elencati sono alcuni di quelli a cui sento ED sia piu’ vicino. Ascolto musica in modo molto disordinato e ossessivo. Non ho piu’ il tempo necessario da dedicare alla ricerca di nuove band, ma quando trovo qualcosa che mi interessa cerco di ascoltare l’intera discografia della band in questione a partire dai lavori piu’ recenti. Spesso e volentieri finisco ad ascoltare death metal o doom. Evito di soffermarmi troppo su band che suonano musica simile ad ED per paura di contaminare i miei brani, allo stesso tempo mi tengo informato e ho un’idea piu’ o meno precisa sulla proposta musicale di molte delle metal band nel mercato degli ultimi 15 anni.

Ogni album rilasciato dal 1998 ad oggi è sempre stato accolto con grande clamore, sentite in qualche modo il “peso” di questa responsabilità? 

Cerco di pensare il meno possibile a come la gente possa reagire ad ogni nuovo album di Ephel Duath, specialmente per tutta la fase di scrittura. Una volta che l’album e’ in promozione sono curioso di leggere i primi commenti ma dopo un po’ di giorni inizo a farci sempre meno caso. Scrivo musica principalmente per me stesso e le responsabilità che sento pesare su di me sono sempre e solo basate sulle mie stesse aspettative. Ogni volta che scrivo un album cerco di renderlo una dichiarazione d’intenti chiara e gli dono tutta la mia ambizione e dedizione. Da qualche anno ho notato che la musica di ED sta iniziando a dividere il pubblico in modo abbastanza netto, per lo meno molto più che in passato, e devo dire che la cosa mi fa piacere. Sembra che, sia in positivo che in negativo, la mia musica lascia un segno marcato e questo penso sia un rispettabile obbiettivo raggiunto.

Guardando al passato, come vedi le scelte operate, gli album pubblicati, l’integrità musicale che vi ha portati ad essere sempre fedeli ad un genere non di facile assimilazione? Gli Ephel Duath sin dagli esordi si sono dimostrati inattaccabili dal conformismo sonoro…

Sono profondamente orgoglioso dell’integrita’ musicale di Ephel Duath. La band ha avuto piu’ di un’occasione di smussare gli angoli per arrivare ad un pubblico piu’ vasto ma non l’ha mai fatto. Di questo vado fiero e sappi che io non sono fiero di molte aspetti della mia vita. Ogni disco che compongo è una battaglia prima di tutto interiore ma anche uno scontro continuo con case discografiche, produttori, musicisti, collaboratori vari e ogni volta ne esco con assoluta limpidezza, testardo, cieco, in pace con me stesso. Penso che la gente sarebbe sorpresa di sapere dettagli riguardo la mole di tempo, le risorse fisiche, mentali, economiche e umane che occorrono per comporre un disco come “Hemmed by light, shaped by darkness”. Se prendessi la strada piu’ semplice, se ascoltassi i consigli che mi vengono dati da chi mi e’ vicino, i miei dischi non sarebbero mai quelli che, a dispetto di tutto e tutti, pubblico ogni tre, quattro anni. Ephel Duath è un entità intransigente e che a mala pena controllo. Mi consuma, mi sta mandando sul lastrico, ma non posso farne a meno. La mia vita è tormentata dal fatto che l’unico mezzo che ho per trovare pace è la fonte dei miei più grandi grattacapi e sta cosa, prima o dopo, inizierà ad avere conseguenze più o meno serie. Tra le migliaia di band li’ fuori ce ne sono alcune che ci credono veramente, parlo di quelle che sono spinte da individui che se si guardano dentro, se scavano un po’, non hanno molto altro per alzarsi al mattino al di fuori della band stessa. Io purtroppo o per fortuna faccio parte di quella categoria.

In che modo verrà supportata l’uscita dell’album? Immagino che ci sarà un tour, avremo modo di vedervi anche in Italia? Puoi anticiparci qualche particolare?

Stiamo organizzando un tour Europeo di cinque settimane, periodo aprile/maggio 2014. Toccheremo anche l’Italia. Dettagli riguardo la formazione live e la band di supporto verranno rivelati a gennaio. A partire dall’estate prossima inizieremo a suonare anche negli US. Per maggiori informazioni circa le date del tour vi invito a seguirci su facebook.com/ephelduathofficial

Grazie mille per il tempo che ci hai concesso, vorrei che ti congedassi con un messaggio ai lettori di Metallus.

Se ne avete modo, date un’ascoltata distratta al nuovo disco di Ephel Duath. Poi, se avrete il tempo necessario, dateci un’ascoltata seria. Spero vi piaccia.

A presto!!!

A presto e grazie per lo spazio concessomi.

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