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Enslaved: “Storm Son”, intervista ad Ivar Bjørnson

Intervista partita con il freno a mano tirato. Comunicazione inceppata da tutti i problemi di linea possibili ed immaginabili. Skype, cellulare e poi ancora skype. Un momento concreto di “paura” per il possibile “buco da causa di forza maggiore”, ma per fortuna ecco che la voce di Ivar Bjørnson appare nitida e tutto può iniziare. “E”, nuova fatica degli Enslaved, al centro dell’attenzione. Disco validissimo e sempre “oltre” per i norvegesi, che non vogliono fermare la loro crescita musicale e culturale.

“E” è il quattordicesimo capitolo della vostra carriera. Parliamo un pochino del songwriting, che ho trovato molto intenso e tra i più interessanti delle vostra storia musicale. Raccontami la nascita della musica di “E”.

Sì mi trovi concorde, perché rispecchiano il nostro modo di scrivere e sentire la musica, un vivere la musica che è per così dire “naturale”. Penso che la forza di queste canzoni si nasconda anche nello spirito della band, dal fatto di credere in queste nuove canzoni dal primo minuto anche in fase di composizione e prova. Da un certo punto di vista per noi le canzoni sono state piuttosto “irrituali”, abbiamo scelto una via diversa che ci ha permesso di avere un disco diverso rispetto ai nostri canoni. La cosa fondamentale era permettere alla canzone di svilupparsi in libertà, di farla crescere. Ecco perché certe cose che si sentono nel disco sono diverse rispetto la nostra storia, rispetto anche il nostro passato.

Hai, ed avete, più volte dichiarato che il vostro disco precedente – “In Times”, del 2015 – rappresentata la fine di un’era musicale. Ora, con “E” sul mercato e già ben considerato da critica e pubblico, pensi davvero che “E” vi possa trasportare verso altri lidi musicali? Quella che avete chiamato “nuova era musicale”?

Penso proprio di sì. Eravamo arrivati ad un punto dove era necessario trovare un punto per evolvere il nostro suono.  Dovevamo trovare altri elementi da incastrare nel cuore del nostro modo di intendere e fare musica. Penso che siamo davvero riusciti ad entrare in una nuova era della nostra storia, abbiamo le idee molto chiare, sappiamo dove vogliamo portare il nostro suono e penso che “E” lo dimostri appieno. Quello che sentirete nel disco è un mix tra creatività, ispirazione e la summa del lavoro che abbiamo messo in campo per creare queste nuove canzoni.

Parliamo allora della prima canzone, della “porta di ingresso” su questo vostro nuovo suono, ovvero “Storm Son”. Una canzone che racconta il dualismo uomo – natura. Ci puoi raccontare qualcosa di più di questa canzone?

È al tempo stesso difficile e complicato spiegare i miei sentimenti al momento della scrittura del brano. Molti dei nostri meccanismi psicologici si sviluppano mentre siamo a contatto con la natura, mentre siamo ancora a contatto con lei. Un rapporto che abbiamo iniziato a perdere tra i 200 ed i 100 anni fa, ma che è diventato ancora più evidente negli ultimi 20 anni con un isolamento sempre più netto. Una separazione fisica. Il rapporto con la natura è anche come ci rapportiamo con gli altri esseri viventi, e questa canzone è il canto di chi vuole esistere nella natura, di chi ha l’ambizione di sopravvivere. La natura è speranza ed ispirazione, ma se non si riesce ad entrare in contatto con questo mondo si perde una parte di noi. Il rischio nel perdere questo legame è quello di non provare più nessuna emozione.

Facciamo un balzo avanti nella tracklist di “E”, e mettiamo sotto la lente di ingrandimento “River’s Mouth”. Suona un pochino “old school”, con qualche scheggia proveniente da un vostro passato remoto…

Iniziamo dalla parte musicale, perché questa canzone è una sorta di tributo alle due nostre influenze principali: il caro vecchio “old school black metal”, che puoi sentire nella batteria piuttosto semplificata rispetto i nostri standard e quello che possiamo chiamare space rock tipico degli anni settanta. Hawkwind ed i primissimi Pink Floyd per fare degli esempi. Questa è stata da sempre la strada degli Enslaved, miscelare questi due generi. Dal punto di vista del testo vuole raccontare il rapporto dell’uomo con le sue ambizioni, con il suo futuro. È, per così dire, il racconto della transizione di un essere umano che diventa protagonista di sé stesso nella natura.

“Hiindsiight” secondo me è davvero la canzone più importante dell’album, una canzone che caratterizzerà parte della vostra prossima “storia” musicale. Vorrei conoscerne i segreti.

È una canzone estremamente importante anche per noi. In questa canzone siamo stati profondamente ispirati dal progressive e per certi parti più intense dal doom. Una canzone che a livello lirico cerca di scoprire cosa abbiamo nel profondo, che vuole conoscere che relazione ha l’essere umano con sé stesso. È come mettere allo specchio più versioni della tua persona, quella attuale e quelle passate. È anche un confronto con le cose fatte in passato e che magari con il passare degli anni ancora non sei riuscito a superare del tutto. Una canzone anche per dire che non tutto quello che hai fatto è stato sbagliato, ma è stato il meglio che al tempo si era in grado di fare. È una canzone per “perdonare gli errori del proprio passato” senza dover rimuginare su questi errori in vecchiaia.

Ora parliamo di Håkon Vinje, che da qualche tempo è diventato parte della famiglia sostituendo il passato tastierista Herbrand Larsen. Ci racconti come è avvenuto questo avvicendamento?

Siamo stati davvero fortunati a trovare Håkon. Lo abbiamo scovato perché suonava in una prog band, ci siamo preparati per diverso tempo insieme a lui prima di entrare in studio e ci siamo subito accorti di un suo approccio per così dire “saggio” nei confronti della musica. È riuscito ad entrare subito in contatto con tutti noi a livello musicale ed è diventato nel giro di pochissimo tempo parte integrante della band. Siamo stati davvero fortunati.

Ed ora tour. Tornerete in Italia tra poco, data unica al Colony di Brescia, il prossimo 30 novembre. Cosa vi aspettate dal prossimo tour e cosa vi raccontate delle vostre ultime volte in tour in Italia?

Intanto sarà un tour dove presenteremo le canzoni di “E”, perché oltre ad essere quelle del nuovo album sono canzoni che riteniamo fresche ed adatte per essere suonate dal vivo. Dell’ultimo tour ricordo l’atmosfera, il calore dei fan e la voglia di vivere le nostre canzoni. Era da tanto tempo che non passavamo dalle vostre parti, e devo dire che quella serie di concerti è stata davvero appassionante. Ci auguriamo che possa essere davvero un modo per incontrare nuovi e vecchi amici.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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