Dogs For Breakfast: “Cuore bestia, cuore cane” – Intervista alla band

Nel comunque già frammentato panorama italiano, i Dogs for Breakfast (Paolo Oliva, Andrea Peracchia, Fabio Oliva) fanno partita a sé. Titolari di una discografia tanto parca quanto efficace, sono tornati al formato full length con “Suiru”, lavoro che ridefinisce il suono della band consolidandone le fondamenta post-hardcore. Siamo andati a chiarirci le idee con il trio.

Sono passati quasi cinque anni tra “Suiru” ed il vostro precedente lavoro, lo split con Bologna Violenta, un periodo di tempo importante anche per una band come la vostra, che non ha mai mostrato impazienza, nel pubblicare. Come è stata la gestazione del nuovo disco?

Ben detto, non siamo mai stati “impazienti”, forse sbagliando, ma abbiamo sempre lasciato che le cose seguissero il loro corso. Suiru è nato in questo periodo di pausa in maniera fluida e naturale, senza forzature e obiettivi prestabiliti. Quando non ci sono pressioni la sala prove regala sempre tanto, i pezzi sono nati a raffica e con molta coerenza tra loro.

Lo split con Bologna Violenta è stata un’occasione per raggiungere una maggiore visibilità rispetto agli esordi e per lavorare con Nicola Manzan, che con la sua Dischi Bervisti ha agito in questi anni da talent scout per la scena estrema. Mi potreste descrivere la vostra esperienza?

Nicola è un amico da anni, abbiamo abbozzato l’idea, credo, una sera che suonammo insieme e poi dopo mesi e mesi si è concretizzata. E’ stata un’avventura positiva, Nicola è un professionista e ha reso tutto molto facile.

Mi ha colpito del gruppo il contrasto nei confronti del mercato discografico: da una parte siete avvezzi a collaborazioni eccellenti, (penso a G. Mirai del Teatro degli Orrori ospite di “The Sun Left These Place”), dall’altra il gruppo rimane defilato, con pochi prodotti (sempre azzeccati, fra l’altro) e nessuna particolare ansia nell’autopromuoversi. Mi chiedo quanto abbia influito l’esservi formati a Cuneo, un po’ “periferia dell’impero” (senza offesa), se penso a Torino. Quali sono le possibilità di suonare nella zona, e la vostra interazione con la scena locale?

Siamo felicissimi di essere nati in questa “scena” e non la cambieremmo con nessun’altra. Qui c’è sempre stato un gran fermento, ottime band hanno partorito grandi dischi. Ha influito sicuramente sul nostro modo di essere band, qui siamo tutti un po’ così, fuori dagli schemi del mercato e delle mode, c’è sempre il desiderio genuino di volerla dire a modo proprio. Per capire basta prendere qualche esempio: Cani Sciorrì, Treehorn, Dead Elephant, Ruggine, Fuh, nessuna di queste band ha mai avuto uno stile conforme ai cliché. Per quanto riguarda il lato live, ahimè, dopo anni splendidi anche qui è diventato difficile, gli spazi sono pochi, chiudono quotidianamente, e le persone che ci credono si alternano fino allo scoramento. In questi ultimi anni stanno facendo molto Brigante Records and Productions e Last One To Die Crew con sacrificio e dedizione, ma la situazione è difficile.

A cosa si riferisce il titolo del disco, “Suiru”? 

Significa “cane” nel dialetto di queste parti. Anni addietro, quando la campagna era sinonimo di povertà e di disagio i cani di casa erano considerati quasi delle cose e difficilmente veniva loro dato un nome, per cui erano tutti suiru! Oggi il termine viene utilizzato per denigrare le persone.

E’ prevista un tour promozionale del nuovo lavoro? A passare in rassegna il vostro repertorio, si percepisce Il tempo trascorso da “The Lady” a “Running In Vain”. Come vi approcciate dal vivo al materiale meno recente?

Torneremo a suonare live da gennaio. Ci sono le differenze dettate dal tempo trascorso e forse da un lato è un bene che ci siano e che si notino, il tempo passa e ogni pezzo definisce un preciso periodo della band, con sfumature diverse che rendono l’esperienza del concerto anche più interessante e differenziata per l’ascoltatore. Anche dando la precedenza al materiale nuovo abbiamo sempre qualche pezzo vecchio pronto per essere inserito nella scaletta…è divertente.

Come avviene la composizione delle vostre canzoni? E’ un processo che coinvolge tutto il gruppo?

Assolutamente sì. I pezzi nascono in sala prove da un riff, un giro di batteria e poi insieme lo costruiamo, penso che nella nostra storia non sia mai stato composto un pezzo da una singola persona.

Sono sempre curioso riguardo ai gusti musicali di chi suona in ambiti così estremi e questa è una domanda che in genere faccio sempre: quali sono i vostri ascolti, anche in ambito non metal?

Qui senza voler fare i presuntuosi potremmo aprire un capitolo infinito dell’intervista, siamo dei grandissimi consumatori di musica, come credo sia per tutti i musicisti. Uscendo dallo stretto ambito metal tutti e tre divoriamo molto blues, folk americano, jazz, ma anche rap, elettronica, insomma di tutto a patto che venga proposto con sincerità e attitudine.

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