Die Krupps: “The Machinists of Joy” – Intervista a Jürgen Engler

Dopo una lunga pausa, i Die Krupps fanno inaspettatamente breccia sul mercato discografico con un album nuovo di zecca, un sincero tributo al passato elettronico di una band che nell’anno 2013 trova un nuova linfa vitale. La qualità è ai massimi livelli, con intelligenza e senza dimenticare la fruibilità delle canzoni, Jürgen Engler e soci inanellano una serie di tracce che non mancheranno di entusiasmare gli utenti di una musica comunque colta e raffinata. Metallus incontra il master mind della band, pronto a rivelarci numerosi particolari di “The Machinists Of Joy“.

Domande a cura di Andrea Sacchi
Traduzione a cura di Arianna G.

Prima di cominciare la nostra chiacchierata, vorrei ringraziarti per la disponibilità che ci stai offrendo. 17 anni sono passati dopo la pubblicazione del vostro ultimo album, “Paradise Now” e ora siete tornati con un nuovo lavoro discografico, “The Machinists Of Joy”. Ti andrebbe di spiegarci la ragione per la quale avete atteso così tanto? Voglio dire, la reunion è stata fatta nel 2006, cosa ti ha spinto a creare musica nuova dopo quasi sette anni?

Abbiamo iniziato a buttar giù del materiale, ma sai, eravamo impegnati in altri progetti… Avevamo del materiale extra, delle bonus.. sono cose che richiedono tempo, sai, il mixaggio e tutto il resto. Abbiamo anche pubblicato un Ep qualche anno fa e, sai, avevamo diverse cose in ballo e quindi ci siamo presi del tempo; inoltre non volevamo ripeterci, volevamo comporre dei brani che ci rappresentassero in un preciso momento e penso che questo sia stato il momento adatto per scrivere del nuovo materiale, si deve avere una visione precisa di ciò che si vuole ottenere, richiede molta concentrazione ed in più è necessario disporre degli strumenti adatti per raggiungere il proprio obiettivo. È essenzialmente questo il motivo per cui ci abbiamo messo tanto e sento che questo fosse il momento giusto.

Il titolo dell’album è “The Machinist Of Joy” e risulta molto famigliare al titolo del vostro singolo immortale “Machineries Of Joy”. L’intero album sembra una sorta di tributo al vostro stile passato. Perché avete deciso di suonare nuovamente musica elettronica?

(ride). L’hai appena detto! Il titolo dell’album è molto simile al nostro singolo immortale, “Machineries Of Joy”. L’intero album è fondamentalmente essenziale, l’idea di base era quella di creare un disco, un album che riassumesse artisticamente e visualmente tutto ciò che abbiamo fatto come band. Gli anni ‘90 hanno rappresentato il nostro periodo più orientato verso il metal, è stata una fase, un esperimento, e l’ho sempre affermato. È stato chiaramente un esperimento, il risultato di diversi anni di tentativi. che ci ha portato via 5 anni o forse qualcosa di più, che fonde questi due generi musicali (il metal e la machine music). Nel ‘97 ho deciso che avevamo già detto tutto, avremmo dovuto continuare su quella strada? Ho provato a fare qualcosa dal momento in cui nel lontano 1997 pensavo che tutto fosse ormai morto, volevo far qualcosa di fresco. Non c’era alcun bisogno di dover ripetere le stesse cose, non volevamo ripeterci. In questo nuovo album volevamo riassumere un po’ tutto quanto. Il nostro primo singolo, “Wahre Arbeit, Wahrer Lohn” (1981) che era poi il titolo originale per “Machineries Of Joy” era una traccia tipicamente dance. Poi c’è ovviamente l’aspetto industriale, il lato metal, che ci riportano ai tempi di “Stahlwerksymphonie” (1981). Ci sono le chitarre, che rendono i brani un po’ più heavy, come “Panik” o “Sans Fin”. Tutto quello che rappresenta i Die Krupps si ritrova in questo disco ed è un fattore veramente importante per noi, abbiamo molti aspetti che vogliamo collegare a questo album, che legano il passato ma anche il futuro. Questo album non è un album retrò , suona molto contemporaneo, che richiamano molto il passato, come la copertina ad esempio, che è fondamentalmente un omaggio al compianto Lou Reed, sfortunatamente venuto a mancare il giorno dopo la release del disco. Forse senza di lui ora non esisteremmo neppure e ti spiego anche il perché: il nostro album, “Stahlwerksymphonie”, era un album dalle forti sonorità industrial e si basava sul concept dell’album di Lou Reed, “Metal Machine Music” e… come posso dirti, fui ammaliato dal titolo di quel disco, perché abbinava due parole interessanti: metal e machine, due elementi molto diversi fra loro. Provai quindi a sperimentare e a fondere questi due stili musicali per cui posso dire che Lou Reed è stato una grossa influenza per noi anche a livello di testi dei Die Krupps.

Negli anni 90, i Die Krupps si sono orientati verso un sound più industrial, perché avete deciso di dare una svolta in quel periodo? Pensi che avrete modo di suonare nuovamente musica metal in futuro o potremmo considerare questo album una sorta di riassunto della vostra carriera?

Come dicevi tu, a parer mio noi abbiamo già passato quel periodo, siamo passati in quella fase definita “metal and machine music” e quello che la gente potrà fare successivamente non sarà comunque ai nostri livelli, in quanto noi lo abbiamo già fatto! (Ride). Non importa quello che gli altri faranno, importa quello che stiamo facendo noi adesso. Quello che essenzialmente abbiamo fatto – e che da sempre dico – è stato rinnovarci, i Die Krupps sono sempre stati alla ricerca dell’innovazione, non vogliamo ripeterci per tenerci stretto un determinato tipo di audience. Abbiamo iniziato appunto come una band industrial/electro, ed è quello che ancora siamo. Penso che si possa percepire chi siamo veramente ascoltando quest’ultimo album, abbiamo inserito le chitarre, ci sono un sacco di brani che hanno parti  in cui si ritrova l’esecuzione fatta alla chitarra, come ad esempio la prima traccia che apre il disco, “Ein Blick Zurück Im Zorn”, oppure “Nazis Auf Speed”. In questi brani appena menzionati puoi ritrovare la chitarra ma non è che ritrovi questa caratteristica in tutto l’album! In questo disco vi sono brani che richiedevano la chitarra, mentre ve ne sono altri che richiedevano determinati requisiti e non dimentichiamoci che c’è anche la parte legata all’uso della lingua. Vi sono pezzi in inglese e altri in tedesco poiché alcune funzionavano bene cantate in una lingua e altre cantate in un’altra. In passato si era già affrontato il discorso della lingua inglese o dell’uso delle chitarre e penso che quello che abbiamo fatto questa volta sia stato decidere quale canzone dovesse avere determinate caratteristiche.

La copertina del disco è identica all’album “Metal Music Machine” di Lou Reed e il titolo rimanda molto ad un altro vostro singolo molto famoso. Quale è stata la tua reazione alla tragica perdita di Lou, avvenuta appena due giorni dopo la pubblicazione dell’album?

Ero schockato, non potevo crederci! Voglio dire, nessuno si aspettava che potesse andarsene così presto! Se ne è andato il giorno dopo l’uscita del nostro album. Ricordo che stavo seduto a controllare le varie notizie sul mio Iphone e mi era apparsa questa notizia. Avevamo realizzato quest’album anche per omaggiare quest’artista. Avrei tanto desiderato potergli mostrare la copertina, in quanto come dicevo poco fa è un omaggio a Lou. Io stesso avrei voluto parlargli per fargli capire che il nostro era un omaggio e non un clone/un plagio, penso che nessuno abbia mai fatto una cosa del genere prima d’ora e non vorrei che la gente pensasse che abbiamo spudoratamente copiato il suo lavoro poiché non è così! I Daft Punk hanno fatto qualcosa di simile con il loro ultimo lavoro (Random Access Memories, 2013), copiando un po’ l’artwork di “Legendary Hearts” di Lou Reed, ma questo caso è diverso, perché loro non hanno tributato né omaggiato Lou, l’hanno semplicemente scopiazzato, cosa che noi non abbiamo fatto. Noi sin dagli inizi abbiamo seguito il suo lavoro ed è il motivo per il quale i Die Krupps oggi esistono, sono abbastanza sicuro nell’affermare che senza Lou oggi noi non saremmo qui!

La band è stata menzionata come una delle più rappresentative della vecchia scuola in ambito di musica elettronica in Germania insieme a giganti come Kraftwerk, D.A.F. e Einsturzende Neubauten. Come vivi questa “definizione” e quali sono, secondo te, le bands più interessanti oggi giorno?

È difficile dirlo, penso di non avere qualche problema nel giudicare le nuove bands, perché vedo che non riescono a produrre qualcosa di veramente innovativo. Vedo molte band seguire i propri idoli, molte di esse pensano solo a un modo di guadagnare soldi in maniera piuttosto rapida, vogliono soldi facili. Quando noi abbiamo iniziato il nostro percorso musicale, non avevamo nemmeno un pubblico che si seguisse. Oggi giorno quasi tutte le nuove band suonano più o meno uguale, non offrono nulla di originale, usano tutti la stessa attrezzatura musicale, ecco perché dico che tutte sembrano uguali. Non ricordo di aver ascoltato nulla di originale ultimamente, niente che risultasse unico o che mi facesse pensare “Wow! Hanno tentato di fare qualcosa di nuovo!”. Veramente, non saprei! Seriamente, non saprei cosa dire.

Il nome della band si ispira alla acciaieria Krupp. Consideri il lavoro e il suo impatto sociale ancora importante? Di cosa parli esattamente nelle tue lyrics?

I testi fondamentalmente si basano sulla famiglia Krupp, specialmente nei brani come “Im Schatten der Ringe” e “Essenbeck” . Non so se hai presente il film di Luchino Visconti, “The Damned”, parla della famiglia, della dinastia dei Krupp. All’epoca, questa famiglia era una tra le più importanti in Germania, che all’epoca era una dei paesi più forti a livello economico rispetto a tutti gli altri paesi, ma allo stesso tempo aveva alle spalle anche un brutto passato. Alcuni testi si ricollegano a molti aspetti legati alla famiglia Krupps, da qui deriva anche il motivo per il quale ho scelto il nome della band. Per me è fondamentale questa cosa, già in passato avevamo avuto modo di parlarne, “Im Schatten der Ringe” tratta anche del periodo in cui c’era l’Impero tedesco, a noi era sembrato un ottimo argomento dal quale trarre ispirazione per la creazione dei testi. Per noi era importante riuscire a includere un pezzo importante della nostra storia in quest’album!

Sono rimasto basito durante l’ascolto del brano “Robo Sapien”. Sembra quasi essere una parodia dell’essere umano, depersonalizzato dalla troppa tecnologia e da una vita fin troppo stressante. È giusta questa mia osservazione?

In un certo senso sì, d’altro canto è un argomento interessante. È un brano che tratta di come la gente venga coinvolta a tal punto da divenire loro stesse delle macchine tanto da non riuscire a separarsi da piccoli dispositivi, come possono esserlo l’iPhone, un piccolo computer e cose simili, che hanno comunque un grosso impatto sulla vita di tutti i giorni e anche sulla vita sociale, poiché ti ritrovi a socializzare con molte persone, ma d’altro canto, prova a pensare ad una coppia: lei è in cucina insieme al suo partner, lei sta preparando il cibo o lavando i piatti e poco dopo deve documentare ogni cosa su Facebook per far sapere a tutti quanto delizioso fosse il pranzo. È fin troppo ridicolo, non trovi? Oggi giorno la gente si sente in dovere di condividere la propria vita col mondo intero, anziché cercare di avere una interazione con se stessi. È assurdo! D’altra parte però è interessante vedere come noi ci “uniamo” alle macchine, prima ti menzionavo di questo film giapponese (titolo non pervenuto, ndR), ma potrei citarti ad esempio anche Iron Man e credo che in futuro ci sia veramente la possibilità che l’uomo possa unire il proprio corpo ad una macchina, sarebbe una cosa magnifica. Reputo questo argomento piuttosto interessante e semmai dovesse succedere, io vorrei essere là ad assistere. È veramente un argomento interessante!

Per quale motivo avete deciso di scegliere “Risikofactor” come singolo promozionale?

Ah, beh perché pensavamo che fosse il più giusto (ride). Essenzialmente, avevo già la musica e il testo pronti. Ho scritto questo brano poco prima che il calendario Maya potesse finalmente concludere il proprio ciclo e qua apro una piccola parentesi sul discorso “macchina del tempo”. Ero convinto che il mondo non potesse avere una fine e solo l’idea che la gente fosse terrorizzata per questo fatto risultava ridicolo, così ho creduto che potesse essere interessante scrivere un brano che trattasse proprio questa tematica, che potesse parlare delle conseguenze che un’ipotetica fine del mondo avrebbe avuto sulle persone, su cosa si sarebbe potuto fare nel caso questa si fosse materializzata e via discorrendo. Voglio dire: non sai mai quello che può effettivamente succedere, non sai mai come potrai reagire in determinate circostanze. Ad ogni modo, la canzone in quel periodo era già completa, così come lo era l’album, così avevamo pensato di utilizzare questa traccia come primo singolo.

Il disco è accompagnato da un secondo album in versione limitata. Permettici di dire che le canzoni di questo secondo disco sono veramente stupefacenti. Perché avete deciso di rilegarle solo per i collezionisti e i vostri fans più devoti?

È difficile dirlo! Se una persona vuole comprare il disco contenente più tracce è un conto, ma d’altro canto son convinto che le canzoni che in qualche modo non riescono a far parte dell’album tanto da comporre una limited edition diano un tocco in più a questo tipo di versione, la rendono speciale. Mettere queste tracce in due diversi dischi sicuramente rende il tutto più speciale.

Ho letto sul vostro sito che è in programma un breve tour europeo che partirà a Febbraio. Vi è già qualche data programmata per questo tour? Qualche chance di vedervi anche in Italia magari?

Sì, il tour partirà il 14 Febbraio e dovrebbe durare fino alla fine di Marzo, poi durante l’estate avremo modo di suonare a qualche festival. Speriamo di venire anche in Italia! Sulla nostra lista ci sono anche la Scandinavia, l’Inghilterra, la Francia, avremo modo comunque di rimanere on the road. Sono piuttosto certo che proveremo a venire in Italia, dato che non ci siamo mai stati prima d’ora anche se alcune persone ci hanno detto che suonare da voi è veramente difficile. Ci è stato riferito che il pubblico non è così numeroso, potrei anche sbagliarmi ma è quello che alcune persone ci hanno riportato! Speriamo però che non sia così nel caso dovessimo suonare nel vostro paese.

Oh a proposito, mi stavo domandando a questo punto: cosa dovremmo aspettarci dai Die Krupps sul palcoscenico? Avrete modo di eseguire dal vivo i nuovi brani oppure il vostro lato metal prenderà il sopravvento?

Non so dirti ancora, il piano è quello di suonare sicuramente ibrani del nuovo album, ma vorremmo anche eseguire i classici del passato, però ovviamente vorremmo suonare anche qualcosa di nuovo, in modo tale da presentare qualcosa di fresco ai fans.

Per concludere questa bella chiacchierata, vorresti rivolgere qualche parola ai nostri lettori e ai fans italiani?

Certo! A tutti i fans italiani e ai vostri lettori vorrei dire che mi piacerebbe veramente poter venire in Italia, magari l’anno prossimo!

(Non appena conclusa la chiacchierata, il buon Jurgen ci invita ad assistere ad un prossimo appuntamento nel nostro paese e ci congeda augurandoci tutto il meglio. Quando si parla dell’umiltà di certi artisti… E noi non possiamo certamente rifiutare)

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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