Deep Purple: “Now What?!” – Intervista a Ian Paice

L’uscita di un nuovo disco dei Deep Purple a otto anni di distanza dal precedente “Rapture Of The Deep” rappresenta senza ombra di dubbio uno degli eventi del 2013. Riuscire a intervistare Ian Paice, affinché ci spiegasse tutto sull’attesissimo album “Now What?!”, rappresentava quindi per noi un’occasione imperdibile. Il batterista, unico componente originario rimasto tra le fila della sua leggendaria band, dimostra grande gentilezza e disponibilità e risponde in maniera approfondita a tutte le nostre domande, senza far pesare minimamente il suo status di figura quasi mitica.

Quali sono le sensazioni della band nel far uscire un nuovo album dopo otto anni?

Il motivo per cui non abbiamo fatto uscire un album prima è che non avevamo tempo! Negli ultimi dieci anni siamo stati “on the road” per almeno 6-7 mesi all’anno e rimaneva molto poco tempo per altri progetti. Noi abbiamo delle famiglie e altri impegni al di là dei Deep Purple. Alla fine del 2011, però, abbiamo deciso di prenderci una pausa dai tour e ci siamo ritrovati con 9 mesi di tempo libero: il nostro pensiero, a quel punto, è stato ovviamente quello di fare un nuovo disco e per la prima volta in tanti anni la risposta di tutti quanti noi è stata “sì!”. Una volta presa la decisione, abbiamo trovato un posto nel bel mezzo della Germania dove c’era un buon palco dove poter provare e ci siamo rimasti per due settimane a scrivere musica. Abbiamo suonato insieme, abbiamo fatto molte jam sessions, e alla fine delle due settimane avevamo 13-14 ottime idee per delle canzoni.
Siamo stati a questo punto contattati da Bob Ezrin, fantastico produttore, che era interessato ad essere coinvolto nella realizzazione di un nostro nuovo album: abbiamo avuto un rapido incontro per determinare che tipo di risultato volessimo raggiungere. L’idea era quella di non fare un disco che fosse al 100% uno studio album, ma di provare a realizzare un live-studio album. Avevamo quindi bisogno di uno studio che fosse grande abbastanza, dove potessimo suonare assieme e che avesse un buon sound. Bob allora ci ha detto che c’era un posto splendido a Nashville, nel Tennessee, che faceva al caso nostro. Dopo una settimana di pre-produzione e dieci giorni di registrazione le canzoni erano pronte: le registrazioni vanno così, quando hai delle buone idee e lo studio permette di creare un buon suono è abbastanza semplice fare un disco!
Se non hai delle idee e lo studio lavora male, un album richiede invece una lunga lavorazione e finisce per non essere un granché. Se riesci a catturare gli arrangiamenti giusti dopo due o tre tentativi, catturi qualcosa di eccitante, fresco e creativo; quando suoni qualcosa per venti volte tu non stai creando nulla, stai ri-creando, stai guardando a ciò che hai prodotto in passato e il momento di ispirazione e mistero è perso. In questo modo puoi anche registrare la canzone perfetta, ma questa non avrà un’anima. Quando invece catturi un brano da subito, questo potrà non essere perfetto, ma possiederà una sensazione di emozione e di freschezza: è ciò che noi abbiamo provato a fare col nuovo album, dove fondamentalmente ogni traccia era pronta dopo due o tre registrazioni. E per la prima volta in circa 30 anni mi è piaciuto stare in uno studio! Quando sei in studio suoni per una macchina e di solito non è molto divertente: questa volta è stato diverso, ho passato degli splendidi momenti!

Qual è il significato del titolo dell’album, “Now What?!”?

Quando abbiamo cercato di trovare un titolo c’erano tante idee differenti da ognuno di noi, ma non c’era nessuna proposta che mettesse d’accordo tutti. Così abbiamo pensato di non riuscire a trovarne uno, ma Ian Gillan voleva assolutamente arrivare ad un nome, in maniera più decisa di tutta la band, e se n’è uscito con un titolo che, come tutte le cose nuove, appare molto strano, ma nel giro di due anni sembrerà la cosa più normale del mondo: quel titolo era “Now What?!”. Quando negli anni ’60 ho sentito di una band che si chiamava Beatles ho subito pensato “che nome terribile!”: due anni dopo mi appariva come il nome più logico al mondo! Le cose inizialmente sono intangibili, poi diventano reali perché acquisiscono un significato nella tua mente: prima di quel momento non significano niente perché non c’è nulla con cui relazionarle. Il disco doveva avere un nome e Ian Gillan quel giorno ha detto “abbiamo fatto tutto, e adesso?!” (“now what!?” in inglese, appunto, n.d.r.), e così è stato.

La copertina del disco è molto minimale: puoi dirmi di più su questa scelta?

Abbiamo semplicemente spiegato il concept ad un artista e il risultato è stato ciò che doveva essere. Gli aspetti riguardanti la cover, per quanto mi riguarda, non sono particolarmente importanti: ai tempi del vinile da 12 pollici le copertine potevano essere opere d’arte, ma coi CD no (mentre dice questo Ian mima la differenza di dimensioni fra un vinile e un CD, n.d.r.). Ora la cosa importante è dare alla copertina un aspetto unico, che renda l’album immediatamente riconoscibile… e magari fra qualche anno nessuno comprerà più neanche i CD e ci saranno solo i download digitali.

L’album è estremamente vario, con tanti stili differenti rappresentati al suo interno: si è trattato di una precisa scelta nel processo di song-writing, oppure questo risultato è emerso spontaneamente?

Ogni cosa da noi creata è il risultato di un amalgama tra tutto ciò che abbiamo imparato nelle nostre vite, ciò che ci piace e ciò che ci ha influenzati: non è un processo cosciente. Le differenze fra le melodie presenti nell’album non sono state pianificate in maniera razionale, sono il risultato dell’interazione tra noi, della maniera in cui suoniamo insieme. Arriviamo in studio con alcune idee basilari, ma poi tutto il resto emerge dall’improvvisazione: l’interazione tra noi musicisti è l’unica soluzione possibile per giungere al risultato di una canzone.

Trovo alcune tracce dell’album (“A Simple Song”, “Weirdistan”, “Blood From A Stone”, “Uncommon Man”) molto sofisticate e d’atmosfera: potresti dirmi di più sulle idee alla base di queste canzoni?

Queste tre – quattro canzoni ti sviano: tu pensi che procedano in una direzione, ma poi vanno in un’altra: in realtà la maniera in cui la melodia si sviluppa è molto logica. Per esempio, “A Simple Song” comincia in maniera pacata e melodica, ma finisce in modo molto violento: tutto questo però è connesso al testo e ha senso, è un’unica composizione. Allo stesso modo funziona “Uncommon Man”: queste non sono canzoni, sono pezzi di musica. Ogni traccia dell’album mi interessa per una ragione diversa. Nonostante le differenze tra i pezzi questi suonano come un album; pur nella loro diversità sono tutti relazionati tra loro.

Possiamo inoltre trovare alcuni pezzi di puro e diretto hard rock come “Hell To Pay” e “Bodyline”: possiamo dire che questi brani rappresentano l’anima più profonda dei Deep Purple?

“Hell To Pay” è un pezzo di puro e semplice rock’n’roll: c’è bisogno di una canzone così in ogni album e questa volta è toccato a lei! “Bodyline” ha un groove adorabile ed è una traccia che mi piace molto: quando abbiamo cominciato a registrarla siamo entrati in studio e io ho cominciato a suonare quel groove che mi piaceva particolarmente. Poi sono arrivati gli altri della band e si sono aggiunti anche loro: il risultato della jam session ci ha convinti e abbiamo registrato l’arrangiamento per una possibile canzone. Quando ci siamo trasferiti a Nashville per la pre-produzione abbiamo cominciato a provare per realizzare una canzone dal demo, ma ci siamo subito fermati e resi conto che così facendo sbagliavamo: il pezzo doveva partire proprio come se si trattasse di una jam session. L’idea è stata quella di catturare le sensazioni che si respiravano al momento dell’improvvisazione, così l’abbiamo suonata nella stessa maniera in cui avremmo suonato un pezzo dal vivo.

L’ultima canzone, “Vincent Price”, è dedicata al grande attore di film horror: come mai avete deciso di omaggiarlo 20 anni dopo la sua morte?

Tutti noi inglesi della mia generazione, che eravamo adolescenti negli anni ’60, adoravamo vedere questi film horror dalla produzione a basso costo. Per noi ragazzi erano film spaventosi! Quando abbiamo scritto la musica di questo pezzo suonava molto spettrale e misteriosa: dal momento che non sapevamo ancora come chiamare la canzone l’abbiamo intitolata “Vincent Price” perché ci ricordava lui. Era un titolo che funzionava e ci sembrava perfetto per la musica. A quel punto Roger e Ian hanno scritto un testo su quei meravigliosi film horror, un testo il cui messaggio è: sai che si tratta di finzione, ma ti spaventa comunque!

Quale messaggio vuoi lasciare ai fan che nelle prossime settimane avranno l’occasione di ascoltare “Now What?!”?

Lasciatevi sorprendere! Godetevelo e ascoltatelo almeno 4-5 volte: alcune cose vi piaceranno da subito, altre cresceranno col tempo. Una canzone come “Above And Beyond”, ad esempio, è un vero e proprio muro rock’n’roll, ma dopo 3-4 ascolti vi sembrerà grandiosa: funziona e vi piacerà!

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

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