Daniele Liverani: “Fantasia” – Intervista all’artista

Incontriamo Daniele Liverani a Padova, al Gran Teatro Geox, prima del concerto dei Dream Theater, band di cui il polistrumentista e compositore è fan di vecchia data. Dopo un po’ di scambi di idee sull’evoluzione del gruppo e sulle loro ultime esibizioni dal vivo, entriamo subito nel cuore dell’argomento parlando di “Fantasia”, l’ultima uscita discografica con il nome di Liverani, di cui potete leggere qui la recensione.

Per cominciare, ecco intanto il video saluto esclusivo che Daniele Liverani ha preparato per Metallus:

Per cominciare, il titolo del tuo album va pronunciato “Fantàsia”, come il regno della “Storia Infinita”, o “Fantasìa”, come il film della Disney?

È bivalente, c’è un po’ di italianità e anche, per chi vuole vedere l’internazionale, c’è anche sicuramente un po’ di analogia con il tipo di concetto che era quello di Fantàsia. Mi piace pensarlo in entrambi i modi. L’album si doveva chiamare diversamente, si doveva chiamare “Pathos”, però poi alla fine mi è venuto in mente questo termine con la bivalenza italiano – inglese, e ho pensato che corrispondeva molto all’immagine che volevo dare e ho scelto questo. Io lo chiamo “Fantàsia”, sinceramente, però si può dire anche “Fantasìa”, alla fine è il concetto che sta dietro che conta. Se guardi la copertina dell’album, la cosa importante è questa porta da cui si entra in una dimensione fantastica, dove ci sono elementi che si intrecciano. 

Detto questo, come sono nate le idee che stanno alla base all’album?

Dopo la sospensione dei progetti cantati e il ritorno alla chitarra, la mia vena creativa si è spostata, come lo era con i Genius, verso il mondo della fantasia e dell’invenzione, quindi sono tornato a un qualcosa di slegato dalla realtà. A me piace trattare o instillare nell’ascoltatore qualche germe per potersi estrarre dalla realtà: sarà che questa realtà è così brutta…ci sono due approcci: o la tratti in maniera analitica, e usi la musica come denuncia, come messaggio per tentare di dare qualche soluzione, qualche consiglio, oppure semplicemente per trattare l’argomento, oppure te ne astrai. Siccome penso che, da un punto di vista generale, ci sia bisogno di tanta distensione, nei miei album spero di creare una situazione in cui ci si può astrarre. I miei album, strumentali, concettuali, un po’ misteriosi nascono in questo modo. Il mio album precedente, “Eleven Mysteries”, era simile, ma aveva più una vena mistica, questo invece è proprio legato alla fantasia. Anche nella copertina ci sono elementi che si incastrano fra loro, così come all’interno delle poche frasi che ci sono tra un brano e l’altro, all’inizio di un brano oppure a metà, durante un cambio di scena. Fai finta che il disco sia una copertina parlante, in un’ambientazione instabile, con un cavallo che arriva, un personaggio che arriva correndo, una bottiglia di whisky che cade e si rompe. Detto questo, è anche bello che l’ascoltatore immagini da solo collegando gli elementi. Mi piace fare riferimento al personaggio principale, che si chiama Guilty (il chitarrista che vedi nella copertina, che non sono io). La frase chiave in questo caso è quella che apre il pezzo omonimo: il mio nome è Guilty, ma non sono colpevole di niente, “can’t you blame for nothing”: tricky? Di qui può nascere tutto un discorso, dell’essere umano che si trova nella sua condizione ma non ne ha colpa. Poi ci sono anche tanti intrecci personali. Ad esempio, il “Black Horse” che tu vedi nella copertina si riferisce ad un rapporto che avevo con un mio amico, di razza canina, un cane con cui ho avuto un rapporto molto breve, perché purtroppo è stato ucciso in un incidente stradale, non dico da cucciolo ma quasi, e aveva questo manto nero, correva con grande eleganza, alla fine ha avuto anche lui un posto in questa saga. Quindi c’è un intreccio tra messaggi globali ed esperienze personali, un po’ come quasi in tutti i miei dischi. Per quanto riguarda la scrittura dei brani, io ho questa particolarità: quando compongo, entro in uno stato particolare, inizio e finisco. Quando io inizio a scrivere, ho l’esigenza di finire. Questo è successo nel periodo tra la fine del 2012 e  l’inizio del 2013; ho iniziato a scrivere l’album il 21 dicembre e ho finito il 5 gennaio, tutti i pezzi, di getto. Difficilmente trovi nei miei album idee molto lontane tra di loro, o pezzettini ripresi, perché tendenzialmente dopo pochi mesi le cose mi sembrano già un po’ vecchie, quindi, quando mi metto a lavorare su un album che mi terrà impegnato per un anno o due, già arrivo a fatica in fondo alla parte produttiva. Adesso poi mi occupo anche dei mix, quindi questi brani li ho nelle orecchie anche per sei mesi, un anno, poi faccio i video su You Tube, e a volte sento che faccio fatica ad arrivare in fondo. Per la parte compositiva, per la cellula iniziale, mi piace sgombrare la mente e partire con il foglio bianco; per assurdo, se qualcuno mi interrompe e sono obbligato a stare una settimana a fare altro, è possibile che butti via tutto e riparta da capo, ho bisogno di continuità creativa. Credo che questo alla fine si possa vedere anche nell’ascolto complessivo di un album. È la mia formula, poi non è detto che altri artisti non possano prendere idee di dieci anni prima, riutilizzarle, e staranno benissimo nel contesto, ma la mia formula è questa. Per sentire un album che scorre, lo devo scrivere come un’esperienza che inizia e finisce in un periodo di tempo limitato. Poi c’è la parte dell’arrangiamento, si possono fare delle modifiche, abbellimenti, ma l’essenza deve avere una certa continuità.

In questo album ci sono anche differenze rispetto ad “Eleven Mysteries” per quanto riguarda la band che ha suonato con te.

Sì, ho cambiato la sezione ritmica. Dato che i miei sono dischi solisti, senza una connotazione di gruppi, colgo l’occasione per dare spazio a qualcuno che incontro per la mia strada e che secondo me potrebbe meritare di essere ascoltato, per quel poco che riesco a dargli io come visibilità. Per quanto riguarda Pasquale, batterista fenomenale che ha suonato la batteria nel primo disco, non ho scelto un altro batterista perché avessi dei problemi con lui, ma perché ho incontrato Simon Ciccotti, anche lui batterista di grande talento. Siamo pieni di grandi talenti in Italia, che secondo me non hanno lo spazio, perché anche nei progetti che vengono fatti, sono sempre i soliti nomi che girano. Anche il bassista, Niccolò, per me è allucinante, se poi conti che ha 17 anni. Ho fatto una scelta per dare spazio a questi due ragazzi, che io ritengo abbiano un grande talento. Può anche capitare di vedere un loro video su You Tube con una cover, in un tentativo di farsi conoscere, ma finché non li vedi affrontare qualcosa di musica originale, per me a volte non si riesce a capire il talento che ha un musicista. Anche per loro, alla loro età, il fatto di fare un disco è un’esperienza importante,  per loro è una bella sfida, il fatto di trovarsi a dover suonare 11 brani da arrangiare, prepararsi per andare in studio. Per quanto riguarda Marco Zago, il tastierista, ritengo che lui abbia una grande capacità arrangiativa, credo che riesca a dare alle tastiere quello che non riesco a dare io, perché lui ha un’estrazione più jazz rispetto alla mia, ha una capacità istintiva di arrangiare in una direzione pianistica, che giova moltissimo alle mie composizioni. Con lui si è creata questa alchimia, e per questo ho deciso di collaborare ancora con lui, lo vedo un grande vantaggio per la mia musica. Infatti c’è molto pianoforte in questi due dischi, sia nelle due ballad, perché per me lui ha un’espressività pianistica incredibile, cosa che io non ho. Il concetto di questo miei dischi solisti è anche di dare spazio a nuovi talenti. È successo anche con Dario Ciccioni nel 1998 e con Tommy Ermolli nel 2002, che poi hanno collaborato con me in varie uscite discografiche. È un qualcosa che mi piace molto fare ed è un dare e avere, perché quando c’è del talento, loro, i nuovi talenti, danno freschezza ai tuoi dischi, ti portano uno stile nuovo. Se tu hai una band continuativa, potresti definire uno stile chiaro, perfezionarlo, e quello diventa la tua forza, ma se tu fai tanti dischi solisti, dove comunque non c’è una vera band, hai il vantaggio di poter sperimentare con diversi musicisti, diverse sonorità e diversi stili. Non avendo un vero marchi di fabbrica da portare avanti, ti puoi permettere anche questo.

L’altra differenza è il passaggio ad un’altra etichetta, dalla Lion Music alla SG Records.

 Esatto. SG Records sta andando bene in questo periodo, sta facendo molto, per cui mi sono detto: perché non sondare il loro interesse su una possibile collaborazione? Mi trovavo molto bene con Lion Music, e sono rimasto in ottimi rapporti, però il fatto di avere un’etichetta italiana facilita molto, anche dal punto di vista della logistica e della comunicazione. C’è modo di poter collaborare di persona, di vedersi. Sono anche dell’idea che aprire un’etichetta in Italia sia molto coraggioso. Sono stato molto contento di essere potuto tornare con un’etichetta italiana, dopo Frontiers. Spero che anche per SG Records ci sia modo di crescere, com’è successo alla Frontiers.

Quando si pensa a un album strumentale, tu sai che spesso vengono automaticamente classificati come roba che interessa solo ai musicisti. Hai quindi un target di pubblico a cui ti rivolgi in modo particolare?

 Io credo che, se tu ascolti un mio disco strumentale, non si può dire che si tratti solo di chitarre e basta. Se prendi grandi album, come “Rising Force” di Yngwie Malmsteen o dischi di Tony Macalpine, Vinnie Moore, dell’epoca a cui vengo paragonato, fine anni ’80, inizio anni ’90, secondo me, rispetto a quegli album, nei miei dischi si vede la contaminazione prog e l’esperienza delle band. Quando scrivo, e questa è sicuramente la prima cosa che voglio chiarire, per me si tratta di un’esigenza creativa, e il fatto che vengano fuori album di questo tipo non è perché alla base ci sia un’idea. Sicuramente, il fatto di avere suonato nella vita altri strumenti implica il fatto che i miei dischi non saranno mai orientati verso uno strumento solo. Spero che il target sia il più ampio possibile, ma non mi pongo il problema di quale sia, però mi rendo conto che il fatto che quello che faccio incontri più facilmente il gusto di un musicista.

Da musicista italiano quale sei, devo farti l’ovvia domanda sulla scena italiana e su quali possibilità questa scena offre in questo momento.

Non molte, soprattutto per quanto riguarda il nostro genere. Con i Twinspirits, prima che venissero messi in pausa perché i vari musicisti stanno facendo altre cose (Dario si è trasferito a New York e suona con una formazione là, Alberto sta realizzando il secondo disco solista da quando è stata messa in pausa la band e sta collaborando al progetto Vivaldi Metal con Mysteria, Tommy si occupa di colonne sonore, per cui abbiamo messo in pausa la band), nel 2009, 2010 e 2011 abbiamo provato a suonare in giro per l’Italia, abbiamo organizzato eventi con tante band, anche belle serate, a mio parere, però è molto difficile rientrare con i costi, è molto difficile trovare dei gestori disponibili a investire su queste cose per creare pubblico, non è facile smuovere la gente da casa, si va molto spesso a vedere solo l’evento straniero. Secondo me in Italia ci sono degli ottimi musicisti, degli ottimi gruppi, ma non credo che ci siano grandi possibilità professionali in questo momento. Ci sono altre band che conosco, tante band sconosciute, dei ragazzi che stanno lavorando bene in Italia. La mia musica è sempre stata un po’ criptica, ma questi ragazzi hanno fatto degli ottimi album, e mi sarebbe piaciuto averli visti crescere un po’ di più, cosa che dall’Italia non è facile.

 Vuoi aggiungere qualcosa tu per concludere, qualche dettaglio sul disco che non abbiamo affrontato e che per te è importante?

Credo di essere tornato abbastanza in possesso di questo strumento. Io ho suonato la tastiera per quasi dieci anni, forse anche di più, quindi, rispetto a “Eleven Mysteries”, ho la sensazione di essere tornato alla forma originale con cui ero all’epoca, da un punto di vista di interazione con lo strumento. Spero che arrivi, a chi ascolta questo disco, un certo tipo di scioltezza e di scorrevolezza, che forse in “Eleven Mysteries” non c’era.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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