Crossfaith: “Wildfire” – Intervista alla band

Direttamente dalla terra del Sol Levante, abbiamo incontrato i giapponesi Crossfaith in occasione del loro ultimo show di Verona, dove hanno promosso il loro ultimo lavoro, “Xeno”, uscito alla fine del 2015. La band ci ha parlato del loro particolarissimo stile musicale, fatto di metal, rock ed elettronica, e ci ha fornito un piccolo quadro della scena metal in Giappone. Con un commento finale per tutti gli appassionati del fenomeno Babymetal.

Ciao ragazzi, grazie per essere qui con Metallus.it. Innanzitutto, come sta andando il tour?

Benissimo. E’ il nostro secondo tour da headliner in Europa e Inghilterra. Abbiamo fatto già circa 10 show tra Germania, Francia e Olanda. E ora siamo qui in Italia e siamo contentissimi.

E’ la nostra prima intervista con voi: potete introdurre la band ai nostri lettori?

Certo, siamo i Crossfaith, veniamo dal Giappone e siamo in 5. E suoniamo! Uniamo vari tipi di musica: metal, hardcore, techno, elettronica, drum & bass. Amiamo il sci-fi e lo si può vedere nel nostro sound.

C’è qualche collegamento con la science fiction anche nel vostro ultimo album?

Senza dubbio. Per “Xeno” sono stato molto ispirato da “Ghost In The Shell” . La storia parla di un’intelligenza artificiale che cerca di comprendere le emozioni umane entrando nel cervello di una donna.

Siete molti noti in Inghilterra e avete avuto molta attenzione, soprattutto da parte di Metal Hammer UK. In Giappone, poi, siete anche stati sulla copertina di Rolling Stones. Come gestite tutta questa notorietà?

Un paio di anni fa abbiamo fatto un’importante intervista in Giappone, dopo la quale abbiamo avuto molte più opportunità di promuovere la nostra musica. Questo non cambia ciò che facciamo, ma ci permette di avere più chance di notorietà.

Come descrivereste il passaggio tra il vostro disco precedente e il vostro ultimo lavoro, “Xeno”? Ci sono stati dei cambiamenti a livello sonoro?

“Xeno” non è stato un album semplice per noi. Prima di entrare in studio, Kaz, il nostro chitarrista, ha avuto dei problemi fisici che gli impedivano di suonare con noi dal vivo. Abbiamo continuato il tour e poi siamo entrati in studio: non è stato facile, ma volevamo davvero fare questo disco perchè significava molto per noi. La registrazione è stata molto diversa dal disco precedente: di solito partiamo con il registrare la batteria, mentre questa volta la batteria è stata l’ultima traccia che abbiamo inciso, per cui abbiamo avuto modo di continuare a lavorare sugli arrangiamenti ogni giorno. In questo disco abbiamo ci siamo concentrati molto sulla voce pulita nel cantato, oltre che sullo scream. In questo modo abbiamo potuto spaziare a livello di range musicale. Diciamo che in questo disco abbiamo potuto fare tutto quello che volevamo!

E avete lavorato con un produttore del calibro di  Josh Wilbur. Cosa potete dirci di questa esperienza?

E’ stato come registrare con un bambino di 6 anni: ogni giorno era pieno di energia e di nuove idee! Era con noi ogni volta che dovevamo decidere qualcosa: lo facevamo insieme. E’ stato molto divertente.
Su “Xeno” abbiamo sperimentato con varie idee ed è stato possibile perché lavoravamo con lui. Il suo modo di creare musica è più come condurre la band nella direzione giusta. E’ stata un’attitudine del tutto nuova per noi.

So che avete degli ospiti sull’album, Caleb Shomo e Benji Webbe. Com’è stato lavorare con loro e come mai li avete scelti?

Per “Wildfire”, abbiamo scelto di suonare con Benji Webbe, perché conoscevamo gli Skindred e abbiamo suonato con loro in Europa nel 2013. Siamo dei loro grandi fan, li abbiamo visti per la prima volta nel 2011 in Giappone ed è stato fantastico. Rispettiamo molto Benji Webbe come cantante, è davvero forte. Abbiamo parlato della canzone che avremmo scritto per lui e poi l’abbiamo fatto. E’ andata così. Il processo di registrazione con lui è stato davvero divertente: un giorno mi ha chiamato su Skype e quando ho accettato la chiamata lui era lì con un microfono e ha cominciato a cantare. Anche solo parlare con lui è stato fantastico, sa un sacco di cose.

Voi unite vari generi, dal metal all’elettronica al rock. Parlando del vostro pubblico, quale pensate sia l’orientamento preponderante? E pensate ci sia una scissione interna all’interno della vostra fanbase?

La nostra musica copre ogni tipo di genere. Benji Webbe ci ha descritti come “future rock”. Riusciamo a spaziare, è questa la “future music”: non abbiamo solo pop fan e neanche solo metal fan.

Come descrivereste la scena metal giapponese, che qui in Italia non è molto nota?

Oggi in Giappone esistono alcune band che suonano vera musica metal, come i “Loudness”. “Crossfaith” o “Cold Rain” hanno elementi metal, ma non sono metal in senso stretto. Da noi in Giappone chiamiamo questa musica “loud rock” e il fenomeno sta diventando sempre più importante: per esempio “Xeno” è entrato al 7° posto nelle classifiche di vendita. Qualcosa si sta muovendo e se fino a 5 anni fa la situazione era diversa, adesso band come “Crossfaith” e “Cold Rain” stanno cominciando ad entrare nelle chart.

Domanda d’obbligo: cosa pensate del fenomeno delle Babymetal?

Non crediamo che le Babymetal siano una band, le definiremmo più delle idol. Certo, potrebbero essere un primo passo per tutti coloro che si avvicinano per la prima volta alla musica metal, giapponesi e non.
Quando ho sentito che avrebbero suonato al Sonisphere ho pensato ‘com’è possibile? Sono solo delle idol!’ e poi quando siamo arrivati in aeroporto a Londra le abbiamo sentite alla radio. Incredibile!

Grazie mille, era la mia ultima domanda. Volete lasciare un messagio per i fan italiani?

Certo, grazie per l’attenzione! Adoriamo l’Italia, siamo qui per la terza volta e speriamo di tornare presto con della nuova musica.

Crossfaith

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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