Paradise Lost: “Faith Divides Us – Death Unites Us” – Conferenza Stampa

Il nuovo album inizia con un brano molto riflessivo, “As Horizons End”, la cui strofa principale recita “to remain pessimistic found”. Questo vuol dire che se ti guardi indietro, Nick, non vedi nulla di positivo? Pensi di aver smesso di cercare qualcosa in cui valga la pena credere?

Nick: “Non voglio sembrare l’inguaribile pessimista della situazione, ma la nostra musica è in effetti tutt’altro che solare, nei Paradise Lost confluiscono delle sensazioni di malessere interiori anche personali. Se ci penso, non ci sono in effetti molte cose in cui credo o sulle quali si possa fare un grosso affidamento…un po’ per l’enorme corruzione e per la decadenza che ha interessato la società odierna, un po’ perché mi è sempre stato insegnato che se si vuole qualcosa bisogna impegnarsi per ottenerlo, mentre non ci si impiega niente a perderlo.”

Pensi che questo derivi in qualche modo dall’educazione che ti è stata impartita?

Nick: “In una certa misura sì, ma più come persona, non penso che i miei genitori abbiano giocato un ruolo fondamentale nell’ispirare la mia musica.”

E voi ragazzi? C’è qualcosa in cui credere al giorno d’oggi?

Aaron: “La famiglia…”

Steve: “Sì, la famiglia, in molti casi è ancora una sicurezza, un deposito di valori.”

Il titolo “Faith Divides Us – Death Unites Us” ricorda il motto “Finché Morte non ci separi”, ma sono certo che nasconda un significato simbolico ben più profondo, è così?

Nick: “Il significato può essere oggetto di numerose interpretazioni, quella che personalmente porto avanti nelle liriche è la tematica delle uccisioni in nome della religione, che però, nonostante si sia macchiata di pesanti crimini, non ha mai avuto le prove tangibili dell’esistenza di quel Dio si cui si fa portatrice. Parlo poi della paura che la gente ha di fronte alla morte, un evento che non comprende fino in fondo e dal quale è di conseguenza spaventata. La morte è la tematica più comune dell’album, la sua inevitabilità ci unisce tutti.”

Il nuovo disco è inoltre l’album più “pesante”, se vogliamo “crepuscolare” composto dai Paradise Lost negli ultimi anni, che ne pensi?

Nick: “Abbiamo lavorato molto al sound del nuovo album ma non c’è stato nulla di pianificato…è l’evoluzione naturale delle sonorità tipicamente “heavy” che avevamo recuperato già ai tempi di “In Requiem”, è solo la sua prosecuzione naturale.”

Tutto l’album però, sia da un punto di vista musicale che visivo come ad esempio nelle photosession, ha un feeling molto old-school. Possiamo dunque interpretare “Faith Divides Us – Death Unites Us” come un ritorno alle vostre radici? La tua voce Nick, è anche parecchio aggressiva…

Nick: “Credo che questo sia dovuto al fatto che il focus dell’album poggia in massima parte sui riff di chitarra di Greg, lenti, pesanti, proprio per le esigenze strutturali del disco. Penso che la mia voce così impostata sia adatta a seguire la musica e a comunicare le giuste sensazioni, non più di questo.”

A proposito delle photosession, dove le avete fatte?

Nick: “Sono state fatte in un casolare abbandonato non molto distante da dove viviamo, come potrete aver notato sono simili a quelle già contenute sul DVD “The Anatomy Of Melancholy”.

Aaron: “Sì, fico però questo look da “victorian gentlemen”!”

Già, come mai questo stile?

Nick: “Né più né meno perché ci piaceva! Insomma, un po’ di originalità ogni tanto non fa male…La maggior parte delle band di heavy metal fa le solite sessions in jeans, t-shirt…Noi volevamo qualcosa di diverso, ahahah!”

L’album si chiude con due canzoni, “Universal Dream” e “In Truth”, tra le più dinamiche e con cambi di tempo composte dai Paradise Lost. Avete mai pensato di evolvere il vostro sound verso una dimensione progressive?

Nick: “Onestamente no…o meglio, a dire il vero non pianifichiamo come dovrebbe suonare una canzone, abbiamo di sicuro dei pezzi con delle venature progressive, ma non abbiamo mai pensato di muoverci in quella direzione. Non è detto però, può darsi che in futuro proporremo ancora queste sfaccettature.”

Come vi vedete in questo ruolo di padri del trend del gothic?

Nick: “Eheheh, bisogna capire se il gothic sia in effetti un trend e se noi siamo una band trendy! Di sicuro abbiamo fatto dei pezzi commerciali nella nostra carriera, ma i nostri intenti sono sempre stati onesti. Non ci siamo mai preposti di diventare una band di successo o di scalare le classifiche, ovvio che quando succede fa piacere, ma abbiamo sempre suonato per noi stessi prima di tutto. Che fosse metal oppure no.”

Il video del brano “The Rise Of The Denial” ricorda le atmosfere di un film horror, vi sentite legati a questo filone cinematografico? Quali sono i vostri film preferiti?

Nick: “Assolutamente sì, siamo tutti fan degli horror movie e l’ispirazione a questo genere cinematografico è comune a diverse metal band.”

Steve: “Il nostro regista preferito è senza dubbio Dario Argento! L’horror all’italiana è il migliore! Poi personalmente mi piace George Romero, “Zombi” è un grande film, molto apprezzato anche dagli altri ragazzi della band.”

Ma chi è il ragazzo che beve la birra nel video?

Nick: “Non lo so, probabilmente è stato scelto durante il casting! Il suo ruolo lo interpreta bene però, ahahah!”

Volete presentarci il nuovo drummer Adrian Erlandsson? Perché una band dello Yorkshire ha scelto un batterista svedese?

Nick: “Perché non avevamo altra scelta! A parte gli scherzi, Jeff Walker dei Carcass lo conosce molto bene e ce lo ha presentato. Jeff sapeva che i Paradise Lost cercavano un batterista e ci ha messi in contatto con lui, che si è rivelato subito molto preparato. Ha suonato in numerose band ed è perfetto per entrare in pianta stabile nella line-up.”

In questo periodo molte band sembrano aver preso l’abitudine di suonare dal vivo per intero l’album più rappresentativo della loro carriera. Fareste lo stesso con “Draconian Times”?

Nick: “Sì, è possibile. Anzi, vi posso già anticipare che molto probabilmente lo faremo.”

Parlando del vostro periodo di mezzo, i Paradise Lost si dedicarono a un genere musicale prossimo al gothic rock, se non addirittura al synth pop in un album come “Host”. Un capolavoro a mio parere, purtroppo sottovalutato all’epoca. In seguito abbiamo assistito ad un progressivo ritorno alle sonorità tipicamente metal. Cosa ha giustificato questo percorso a ritroso? Quali specifiche esigenze artistiche o emotive?

Nick: “Vedi, come dicevo prima la nostra musica non ha specifiche esigenze commerciali, anche quello è stato un passaggio dettato dal tipo di persone che eravamo all’epoca e rispondeva ai nostri bisogni di allora. Fu un passaggio comunque fondamentale per ciò che sono oggi i Paradise Lost. Alla fine siamo davvero amanti del metal ed è ciò che vogliamo suonare, ma non rinneghiamo nulla del passato. Quei pezzi rimangono sempre delle nostre hit e come saprete li suoniamo spesso dal vivo.”

Detto fuori dai denti, qualcuno nella band è stato contrario alle vostre sonorità più commerciali?

Steve: “Io, ho sempre creduto che fossero troppo distanti dalla vera natura dei Paradise Lost.”

Nick, tu che ti occupi della stesura dei pezzi, hai seguito una trama concettuale oppure ogni pezzo esprime delle emozioni ben distinte?

Nick: “L’aspetto concettuale sta nella tematica ricorrente della morte e di come questa funga paradossalmente da collante tra gli uomini, che storicamente l’hanno temuta essendo inevitabile. Poi questa viene affrontata in alcuni aspetti, siano essi la corruzione, la decadenza fisica, il fanatismo religioso…”

Abbiamo detto prima che la canzone nasce dai riff costruiti da Greg. Aaron, come intervieni tu successivamente? Nick, la tua voce arriva in un secondo tempo? Intervieni spesso nella composizione dei pezzi?

Aaron: “Sì, il percorso che hai illustrato è quello corretto in effetti! Il nuovo album ha un’impronta molto forte sulle chitarre, in particolare su quella di Greg che è il principale responsabile delle composizioni. Noi siamo intervenuti successivamente.”

Nick: “In ogni caso teniamo a precisare che all’interno della band vige comunque armonia, non c’è un vero e proprio master mind e non ci sono gregari. Siamo molto democratici da questo punto di vista, nessuno di noi si arroga il ruolo di leader e il contributo di ognuno è sempre il ben accetto.”

Domande a bruciapelo! Un film per il quale vorreste o avreste voluto partecipare alla colonna sonora?

Nick: “Uno qualsiasi!”

E quale supereroe incarna meglio lo spirito dei Paradise Lost?

Nick: “Hum…il Dottor Doom? Ahahah!”

Steve: “Oppure Batman, che è parecchio oscuro!”

Se anziché Nick Holmes tu fossi Sherlock Holmes, chi sarebbe il tuo Watson e chi il tuo Moriarty?

Nick: “Aaron è Watson e Steve è Moriarty!”

Se doveste scegliere un solo album dei Paradise Lost come il meglio riuscito della vostra carriera, quale sarebbe?

Aaron: “Direi “Icon”…”

Steve: “Fatemi pensare…humm…sì direi anch’io “Icon” è quello che forse riassume meglio ciò che sono i Paradise Lost.”

Nick: “Onestamente non saprei scegliere, l’essenza dei Paradise Lost è comunque presente in ogni album, che per l’uno o l’altro verso, presenta delle caratteristiche ben precise. Non saprei cosa rispondere, davvero.”

E se invece doveste scegliere una sola canzone per riassumere l’essenza dei Paradise Lost?

Nick: “Difficile a dirsi…ma credo che “I Am Nothing” possa riassumerla molto bene.”

Steve: “Non saprei, forse “Say Just Words” come nostro pezzo più conosciuto, ma ogni album ha delle canzoni alle quali sono molto legato.”

Aaron: “Io direi proprio “Paradise Lost”!”

Questa sera Greg, che purtroppo non potrà essere presente per dei gravi problemi familiari, sarà sostituito da Milly Evans. Volete presentarcelo?

Nick: “Milly è il tastierista dei Terrorvision, nonché nostro conoscente di lunga data, lavora per noi da tempo come tecnico dei suoni. Nessuno meglio di lui conosce il repertorio dei Paradise Lost, è stata la scelta più ovvia. Comunque, non taglieremo nessun pezzo dalla set list pianificata per il tour, siamo solo spiacenti di aver dovuto cancellare alcune date a causa degli impegni che Milly ha preso con la sua band.”

Cosa rende ogni membro dei Paradise Lost unico e speciale?

Nick: “Hem…eheheh! Il nostro humor inglese! Ahahah! Anche se spesso non viene capito! Come quella volta in…dove eravamo aspetta…”

Steve: “Mi pare che fossimo in Germania…”

Nick: “Ah sì, ricordo che la gente era molto fredda alle nostre battute…ma penso che sia dovuto alla nostra flemma britannica!”

Questa sera dividerete il palco con i Samael, una band in un certo senso simile ai Paradise Lost, poichè in campo musicale ha sperimentato diverse sonorità. Cosa pensate di loro?

Nick: “Sono un’ottima band, a dire il vero non ho mai sviluppato la conoscenza della loro discografia, ma so che non si pongono troppi limiti formali nelle loro composizioni. Sto imparando a conoscerli meglio proprio ora che siamo in tour insieme e devo dire che propongono delle ottime canzoni.”

Come vi ponete verso il pubblico dal vivo? Vi infastidite se la gente vi chiede dei pezzi differenti da quelli che proponete di solito in scaletta?

Nick: “Oh no, assolutamente, il problema è che la nostra discografia è davvero vasta e occorre scegliere i brani più rappresentativi ma le richieste del pubblico sono sempre ben accette. Bisogna sempre considerare le esigenze del pubblico e al tempo stesso anche le nostre, se esce un nuovo album vogliamo supportarlo anche del vivo proprio per presentarlo alla gente.”

 

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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