Clairvoyants: “The Shape Of…” – Intervista con la band

I Clairvoyants rappresentano senza dubbio una delle più belle realtà del panorama heavy tricolore. Tanti anni trascorsi su e giù per lo stivale come cover band degli Iron Maiden non hanno intaccato il desiderio della band comasca di scrivere musica propria e la qualità del secondo disco, “The Shape Of Things To Come”, è qui a confermare il valore assoluto dei nostri. Abbiamo avuto il piacere di scambiare una chiacchierata con i Clairvoyants al completo, per conoscere tutti i segreti del nuovo lavoro e scoprire come non sia un problema far convivere una carriera parallela e densa di impegni, perché quando c’è la passione per il nostro amatissimo heavy…  

Ciao ragazzi e benvenuti su Metallus! Cosa rappresenta per i Clairvoyants il nuovo album “The Shape of Things to Come”?

Gabriele: Rappresenta la forma delle cose che verranno! È la naturale evoluzione di “Word to the Wise”, frutto dei nostri attuali gusti musicali e di una maggiore cura per composizione e arrangiamenti. Esprime tutta la nostra passione per la musica che amiamo, e nello stesso tempo getta le basi per quello che speriamo sia un futuro ricco di soddisfazioni. “The Shape of Things to Come”: come a dire “ecco cosa dovrete aspettarvi dai Clairvoyants in futuro!”

Com’è stato accolto da pubblico e critica il vostro disco d’esordio?

Paolo: “Word to the Wise” è andato molto bene, tanto che a breve probabilmente dovremo procedere ad una ristampa. Abbiamo avuto ottimi feedback da parte degli addetti lavori e le numerose recensioni positive da parte della stampa ne sono una diretta testimonianza. Questo nonostante ci siano stati diversi pregiudizi legati all’ascolto dell’album: quasi tutti davano per scontato che il sound dovesse essere per forza di cose legato a quello dei Maiden!

Chi si aspettava un album che rispecchiasse in tutto e per tutto la musica degli Iron si è dovuto ricredere.

Luca: Con questo secondo album abbiamo voluto dare un segnale forte soprattutto a coloro che appena leggono il nostro nome lo associano immediatamente agli Iron Maiden. Ci siamo concentrati su un songwriting più maturo e personale e, anche se gli Iron sono stati e saranno sempre una nostra grande influenza, siamo riusciti a staccare definitivamente il cordone ombelicale e ad intraprendere un nostro discorso artistico. “The Shape of Things to Come” è un disco puramente heavy, dal sound compatto e potente, quindi chi si aspettava di ascoltare altri tipi di sonorità si dovrà ricredere ma non rimarrà di certo deluso!

Dopo due cd alle spalle e tanti concerti con i vostri pezzi originali, siete convinti di aver intrapreso la strada giusta, portando avanti le due attività artistiche parallele? Mai pensato di mollare l’una o l’altra?

Paolo: Ognuno di noi quando fa una scelta è convinto che sia quella più giusta; solamente a posteriori però è possibile dare un giudizio oggettivo. Finchè ci divertiremo a farlo continueremo a suonare come Iron Maiden tribute band, ma ovviamente ora come in futuro i nostri sforzi e le nostre speranze sono indiscutibilmente legati alla nostra musica.

Al di là degli Iron, che sono un’icona per ogni band metal che si rispetti, quali sono i gruppi attuali a cui vi accostate e che vi piace ascoltare?

Gabriele: La varietà di gusti musicali è forse uno dei nostri maggiori punti di forza. Personalmente, oltre a molti gruppi storici come Whitesnake, Deep Purple e Dio, apprezzo molto alcune proposte moderne come gli Staind o gli Alterbridge, così come band più estreme e sperimentali come Opeth, Nevermore e Ayreon.

La forza di “The Shape…” è a mio parere la compattezza, perché ogni singolo musicista gioca per la squadra e per la buona riuscita di ogni singola canzone. Quali secondo voi gli altri pregi del disco e le canzoni che più lo rappresentano?

Luca: Il gioco di squadra è la nostra forza! Scriviamo canzoni non per dimostrare la nostra bravura ma per trasmettere qualcosa a chi le ascolta. Forse uno dei nostri pregi è anche quello di saper nsascondere dei virtuosismi che sono comunque presenti nell’album ma che non risultano fini a se stessi ma anzi, contribuiscono ad arricchire i brani. I pezzi che secondo me più rappresentano questo secondo capitolo sono “No Need to Surrender” per la sua immediatezza, “The Shape of Things to Come” per la sua varietà, “Sinner’s Tale” per la passione e “Horizon Calling” per la sua semplice complessità: un brano cinematografico.

Sul versante live siete riusciti a togliervi grandi soddisfazioni. Quali sono stati i momenti più esaltanti?

Paolo: Tantissimo tempo è passato dall’indimenticabile concerto d’esordio nel 2001 allo Skagen Pub di Como. Da allora è vero, ci siamo tolti diverse soddisfazioni, condividendo il palco con artisti del calibro di Matos, Kotipelto, Blaze Bayley, Dennis Stratton, Doro Pesch e altri ancora, oppure esportando il nostro orgoglio italiano in alcune nazioni straniere e oramai il “contaconcerti” è indirizzato verso il traguardo dei 500. I ricordi che custodiamo più gelosamente sono legati all’emozione provata con i primissimi ospiti che abbiamo avuto, Blaze e Kotipelto, al divertimento “ignorante” dei concerti in Sardegna, Olanda e Bulgaria e alla soddisfazione di aver partecipato in qualità di band originale a festival del calibro del Rockin’Field (2008) e Metal Camp (2010).

Quando salite sul palco per proporre i vostri pezzi, cosa cambia a livello di sensazioni personali e nel pubblico rispetto ai classici degli Iron Maiden?

Gabriele: È inevitabile che la partecipazione del pubblico sia più evidente e “rumorosa” quando suoniamo le cover degli Iron Maiden: sono canzoni stupende che tutti conoscono, e si crea una bella atmosfera in cui tutti sono pronti a divertirsi. Quando suoniamo la nostra musica, però, nasce qualcosa che va oltre il semplice divertimento. Il nostro approccio è inevitabilmente più “vero”, più coinvolto, e il pubblico se ne accorge. Certo, magari non ci sono i cori da stadio che sentiamo con la musica dei Maiden, ma gli sguardi sono diversi, più interessati e più intensi; c’è una maggiore partecipazione emotiva. E i commenti che sento a fine concerto sono ben diversi: non solo “bravi” o “pessimi”, ma osservazioni specifiche, segno che i pezzi sono stati ascoltati con il cuore e interiorizzati. E quella è la vera soddisfazione.

Avete avuto la fortuna di condividere il palco con artisti italiani e stranieri. A che livello è in questo momento secondo voi la scena heavy italiana?

Luca: La scena italiana è ricca di grandissime band che darebbero del filo da torcere a molte realtà internazionali. Bisogna solo riuscire ad esportare in maniera più efficace i nostri prodotti. Ci sono paesi europei dove gruppi Metal partecipano ad Awards nazionali e dove il Rock è la musica principale. E così dovrebbe essere anche in Italia. Girando comunque nei locali ho notato con piacere che molti sono i gruppi che propongono musica propria e spesso con successo. Forse qualcosa sta cambiando…

Cosa bolle in pentola in casa Clairvoyants? Quali i prossimi appuntamenti che vi vedranno protagonisti?

Luca: Siamo in tour in Italia fino ad inizio maggio accompagnati dai mitici Trick or Treat. Giovedì 21 giugno suoneremo al Gods Of Metal. Un grande traguardo raggiunto dopo anni di gavetta. Ora dobbiamo solo guardare positivamente verso il futuro e continuare a lavorare sodo. Qualsiasi altra informazione la si può trovare sui nostri canali ufficiali web:

www.clairvoyants.itwww.clairvoyants.itwww.facebook.com/clairvoyants

 

 

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  1. mauro

    bellissima intervista,pero dipende dalle zoneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

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