Extol: Intervist a Christer Espevoll

Christer è una di quelle persone calme e riflessive che ti fanno subito sentire in buona compagnia. Certo, magari un poca di loquacità in più non avrebbe guastato, anche perché l’ imperturbabilità caratteriale del figuro in questione crea un certo stridore con l’emotività e le buone convinzioni che trasbordano dalle sue parole. La sua è una di quelle band, gli Extol, che sta vertiginosamente prendendo il largo, complice il fatto di aver dato alla luce un disco come ‘Synergy’, che potrebbe seriamente mettere d’ accordo tutti, questa volta. A sentirlo, non si direbbe che il sound della sua band è cambiato così molto rispetto al lavoro precedente. “Abbiamo lasciato semplicemente fluire la nostra vena creativa ed è nato questo disco. Non ci sono state pianificazioni a priori sulla direzione che avremmo dovuto seguire nel farlo. Quando abbiamo cominciato a scrivere i nuovi pezzi, non siamo rimasti troppo tempo a pensare al risultato complessivo; abbiamo ottenuto qualcosa che per certi versi è molto diverso da ‘ Undecieved’ e credo sia dovuto al fatto che durante periodo di gestazione sono successi molti avvenimenti, dentro e fuori la band, che hanno messo in discussione molte cose. Abbiamo guadagnato in compattezza e i riferimenti sinfonici del passato sono stati messi da parte, ma siamo certi che chi ascolterà il nostro disco si renderà conto, ora più che mai, che si tratta semplicemente di un disco degli Extol.”

La costante, questa volta, è una varietà che va a scontrarsi con una chiarezza d’intenti davvero sorprendente. Tra le altre cose, entrano in gioco special guest di tutto rispetto, provenienti da contesti musicali anche diametralmente opposti a quello in cui si muove la band norvegese, almeno all’apparenza.

“I musicisti esterni coinvolti in ‘Synergy’ hanno dato un apporto considerevole al quadro complessivo. Samuel Durling, che suona in una band di Industrial Metal, ha collaborato per le parole di ‘ Emancipation’, mentre Tore Moren ha suonato un paio di assoli; ma forse la cosa più bella è stato avere Maria Solheim dietro il microfono di ‘Paradigms’, anche perché quella canzone ci piace moltissimo. È sempre bello mettere insieme musicisti che suonano cose diverse; è stato come dimostrare che il punto di accordo tra stili musicali anche molto lontani esiste sempre e non è nemmeno troppo difficile da scoprire.”

Dicevamo: una proposta complessa. Ma sicuramente avvincente e poco incline ad abbassarsi a mode o trend, perché come possono esserci trend da seguire per coloro che hanno una visione musicale tanto ampia? C’è sicuramente molta più carne al fuoco di quanto possa sembrare, e “le influenze sono molte ed eterogenee. Diciamo che alla base di tutto quello che è stato fatto questa volta c’è il Thrash Metal, sebbene questa definizione sia davvero riduttiva, se riferita alla nostra musica, perché quello che assolutamente non vogliamo è fossilizzarci su quello che hanno già saputo fare altri in maniera eccellente: ci piace cercare di essere il più originali possibile. Decisamene minori, se non del tutto assenti, sono gli effetti che questa volta hanno avuto su di noi le influenze sinfoniche, nonostante la nostra sia una band proveniente da una terra come la Norvegia, ben nota per quel tipo di ibridazione tra Metal e musica classica. In effetti, questa volta abbiamo ottenuto un suono che sa essere maggiormente vicino al Metal d’oltreoceano rispetto a quello norvegese o svedese, per via di un impatto che fino ad ora non eravamo mai riuciti a raggiungere e di cui dobbiamo ritenerci soddisfatti. L’altre importanti radice del nostro sound vanno cercate dalla musica Progressive degli anni settanta, quella di band come i Rush per intenderci, che sicuramente sono stati tra i primi ad avere avuto alcune importanti intuizioni riguardo la possibile sintesi di strutture articolate e complesse con riff di matrice Hard Rock. È musica vitale, sempre pronta a dar vita a qualcosa di nuovo. Oggi per molti è diventato un cliché, e questo è; senz’altro una contraddizione in termini, ma basta non porsi troppo il problema. Tutto il resto, invece, arriva in parte da quello che ascoltiamo, in parte dalle nostre sensibilità, che in entrambi i casi sono assai diversi. Comunque sia, credo che la tendenza comune a voler generalizzare a tutti i costi la musica sia una cosa dannosa sia per gli artisti che per gli ascoltatori, in particolar modo quelli più giovani, che poi maturano la convinzione che bisogna settorializzare a tutti i costi quello che ascoltano; l’individualità è una cosa troppo preziosa per lasciare che vada perduta in questo modo. Certo, possono esserci definizioni convenienti per identificare un certo tipo di musica e i termini che ho usato esistono proprio per questo, ma quando la cosa viene portata all’esasperazione allora c’è qualcosa che non va. È davvero disarmante.”

A fronte di una ricercatezza compositiva e strumentale, c’è anche uno spessore concettuale non da poco, che questa volta sembra portare la malinconia mistica del disco precedente in un contesto più umano ed interiore.

“Se vuoi, ‘Synergy’ rappresenta l’idea di unione spirituale tra i membri della band, che hanno capito come far coesistere visioni musicali e concettuali anche molto diverse tra loro, nel reciproco rispetto e nella giusta maniera per trovare nuovi stimoli per il domani. L’idea in questione potrebbe essere banalmente liquidata con la solita frase “l’;unione fa la forza”, ma in un simile concetto c’è qualcosa di molto importante che a molti sembra sfuggire. Si tratta di qualcosa che è facilmente riscontrabile anche nelle liriche del disco. Parlando dei testi, direi che non si tratta di un concept nel senso stretto del termine. Solitamente scriviamo i testi solo alla fine dei pezzi e inoltre l’aspetto musicale ha una valenza nettamente superiore rispetto a tutto il resto, senza nulla togliere al valore che acquistano le liriche e al messaggio che vogliono esprimere.”

Il legame tra i membri della band e dei fratelli Espevoll in particolare può dirsi ormai consolidato e ‘Synergy’ magari rappresenta una sorta di celebrazione di una così grande conquista. Il tempo cementifica i rapporti, “sono nove anni che esistiamo e la soddisfazione è grande, se si pensa a quello che abbiamo raccolto fino ad ora. Nel 1994, quando io e mio fratello abbiamo dato vita agli Extol non si sarebbe mai pensato di arrivare fino ad oggi e credo che questo dipenda in primo luogo dal forte legame che ci lega, prima umano anziché artistico. Poi sono arrivati gli album, i consensi e i fondamentali momenti di autocritica, in cui metti in discussione un bel po’ di cose. Ma alla fine, siamo riusciti ad arrivare sin qui con la certezza che il percorso da seguire potrebbe riservare ulteriori sorprese e la cosa ci fa sentire davvero bene.”

In passato c’è stato qualcuno che ha voluto accostare la band a definizioni come Christian Metal, “credo sia qualcosa che ha a che fare non tanto con l’aspetto musicale quanto con quello riferito al nostro immaginario e alla nostra attitudine. Siamo musicisti che hanno trovato in tutto quello che scrivono e suonano una maniera per avvicinarsi a dio e glorificarlo: in fondo è lui che ci ha donato il talento ed è giusto ringraziarlo per questo. Una band come gli Extol esiste solo per questo motivo, in fondo. E noi suoniamo musica con queste finalità indipendentemente dal fatto che chi ci ascolta possa essere cristiano o meno, perché scriviamo musica affinché possa piacere a tutti quelli che vogliono ascoltare musica che nasce dal profondo.”

Sicuramente l’aspetto live della musica marchiata Extol è qualcosa da non sottovalutare, vuoi per il messaggio che la band vuole esprimere, vuoi per lo sforzo che viene richiesto per riprodurre pezzi tanto ostici con la stessa precisione che si sente su disco: “per noi è come una sfida ogni volta. L’esperienza live è sicuramente tra le più appaganti per un musicista; è il momento del contatto con i fan, il momento in cui metti in discussione te stesso e ti rendi conto che non puoi sbagliare, perché se sei arrivato dove sei in quel momento, è grazie alle persone che ti ascoltano e ti guardano di sotto. Dobbiamo molto a loro, e non bisogna dimenticarlo mai. Poi c’è anche il discorso del feedback che si viene a creare, che ha sempre qualcosa di straordinariamente piacevole, perché sa di calore umano. Per questo credo che, al di là dell’aspetto prettamente esecutivo, sia fondamentale parlare con i fan mentre ti esibisci, perché è proprio quella sensazione di vicinanza che, alla fine, ti lascia qualcosa di davvero importante dentro.

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