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Black Country Communion: “Love Remains” – Intervista a Glenn Hughes

Poter intervistare uno dei propri punti di riferimento musicali è un privilegio. Poterlo poi fare per raccontare l’evoluzione ed il ritorno della “fenice” Black Country Communion è ancora una emozione più grande. “Hello I’m Glenn Hughes” e l’emozione finisci per dimenticarla perché devi fare il tuo “lavoro” a regola d’arte e perché anche tu vuoi davvero sapere cosa nasconde un album com “BCC IV”. Prodigioso ritorno della cricca formata da Glenn Hughes, Joe Bonamassa, Derek Sherinian e Jason Bonham.

Dopo un periodo piuttosto lungo di separazione i Black Country Communion sono tornati sulle scene con un nuovo album da studio. Immagino che personalmente sia molto felice di questo nuovo capitolo nella storia della band

Ovviamente sì sono davvero molto felice e siamo davvero tutti eccitati di quello che potrà accadere nei prossimi mesi.

Osservando con attenzione l’artwork di “BCC IV”  mi è sembrato evidente che quella fenice rappresenti proprio la vostra rinascita dopo un periodo piuttosto complicato per la storia della band. C’è quindi un legame con le leggende che si raccontano di questa bestia mitologica?

Bhé, la fenice così come è stata disegnata sta a significare qualcosa che torna dal passato e che va verso il futuro. Rinnovando il “nuovo” per così dire. E così questa fenice che cresce nelle fiamme è sicuramente un messaggio netto e preciso per i nostri fan. “Siamo tornati”. Questo vuole dire. Penso che l’artwork centri l’obbiettivo di un dichiarazione di ritorno senza dubbi.

Prima di “BCC IV” il vostro ultimo album da studio è stato “Afterglow”, del 2012 la domanda più naturale è chiedere cosa è successo nel frattempo e cosa vi ha spinto a fare il primo passo verso quella che possiamo definire reunion?

Sai abbiamo fatto 3 album ed un disco dal vivo in meno di 3 anni. 2 anni e 10 mesi circa se ricordo bene. 4 album sono davvero tanti se convieni con me. È stato poi difficile portare in giro la nostra musica anche per colpa dei nostri impegni con tanti altri progetti e con le nostre carriere da solisti. Sai, quando  non c’è stato un tour di supporto ad “Afterglow” c’è stato un po’ di dispiacere. Abbiamo pensato che fosse venuto il momento di prendere una pausa e ricaricare le batterie della band. Per quanto mi riguarda poi nel mezzo di questo periodo ho fatto tante cose, i California Breed, un nuovo album solista, ci sono stati i King Of Chaos con Duff McKagan, Slash e Myles Kennedy. Tutti noi abbiamo fatto esperienza differenze ma quando io e Joe lo scorso anno ci siamo ritrovati abbiamo capito di voler scrivere un nuovo album insieme. Cosa che poi abbiamo fatto a casa mia e del risultato siamo davvero molto contenti.

Parliamo proprio dell’album Mr. Hughes: c’è tantissimo groove, c’è melodia e c’è potenza. È questo il vostro dna, non trova?

Oh, sì. Assolutamente. Questo è il nostro dna, è il nostro modo di essere ed interpretare la musica. Eravamo anche pronti io e Joe a non pubblicare l’album se la canzoni non fossero state degne della nostra storia o dei nostri gusti. Ma ad oggi siamo davvero emozionati, perché il suono è potente ed epico.

Ci può raccontare qualcosa in più del periodo prima delle registrazioni? Come avete lavorato?

Abbiamo scritto l’album a casa mia e siamo stati davvero contenti di poter lavorare nel mio studio privato. Ci siamo sentiti a nostro agio nel lavorare alle nuove canzoni in un posto che in fin dei conti è la casa dei Black Country Communion. Abbiamo deciso di tornare dove tutto è iniziato. Un percorso che io e Jon abbiamo deciso di condividere appieno.

Iniziamo ad andare nel profondo dell’album, che parte proprio con il primo singolo: “Collide”. Una gran canzone che credo presenti bene il nuovo lavoro. Cosa ne pensa?

Tutte le canzoni che abbiamo scritto credo siano speciali. È davvero difficile poi cercare di capire quale possa essere il primo singolo di un album quando poi hai del materiale davvero valido. Non avevamo idea che potesse essere “Collide”, ma poi ci siamo resi conto che questa canzone poteva essere davvero un valido biglietto da visita. E credo che prima o poi sarà trasformata in un video. (L’intervista è stata fatta un paio di settimane prima dell’uscita del video, il 17 luglio 2017. Per la precisione. Nda.)

Una delle canzoni che davvero mi ha colpito molto è quella cantata e scritta per intero da Joe Bonamassa, intitolata “The Last Song For My Resting Place”. Cosa ne pensa di quella canzone?

È tutto merito di Joe. Ha scritto questa canzone prendendo spunto dalla storia di Wallace Hartley (violinista e direttore d’orchestra) che perì suonando durante il tragico affondamento del Titanic. Una storia che Joe ha voluto musicare e scrivere il testo. Nelle altre canzoni sono stato io a firmare i testi, ma in questa Joe si è preso la responsabilità di scrivere anche il testo.

Parliamo ora di “The Cove”. Nel testo è evidente il suo amore per i delfini e racconta anche del suo impegno per una terra migliore e più a “misura” di esseri viventi. Cosa ci può dire a riguardo?

Sono davvero orgoglioso di questa canzone, che ha una genesi un po’ complessa perché parte dalla mia esperienza con Ric O’Barry e con il Dolphin Project. Una canzone che parla di come questi poveri esseri viventi vengano spinti dai pescatori giapponesi di Taiji in quella che viene definita “Killing Cove”,  una baia (Cove, appunto Nda.) dove vengono brutalmente massacrati. Io volevo con forza raccontare questo dramma, volevo che le persone di tutto il mondo ne venissero a conoscenza perché non è possibile che queste magnifiche creature vengano uccise senza pietà. È una canzone per raccontare tutto questo, e per raccontare il mio cuore spezzato.

Cambiamo decisamente “umore” e passiamo a Wonderlust dove Derek Sherinian è uno dei grandi protagonisti della canzone. Mi sembra quasi che ci sia qualcosa di spirituale che si unisce tra musica e testo. Cosa mi può dire di più?

È una canzone che parla di un viaggiatore, che affronta il viaggio e gira il mondo facendo esperienze diverse ogni volta che può. Un viaggio per aver delle storie e per raccontarle quando si ritorna. C’è amore e speranza, perché quando parti sai che ci sarà un ritorno. E per certi versi sono stato e sono un viaggiatore anche io che canto dei miei viaggi attorno il mondo.

Per la quarta volta avete lavorato con Kevin Shirley. Possiamo considerarlo come il quinto membro dei Black Country Communion?

Oh sì, senza nessun dubbio.

Per quanto riguarda la “fase” live dei Black Country Communion, c’è la speranza di potervi vedere dal vivo in Europe ed in Italia?

Assolutamente sì. Ci saranno dei comunicati stampa che spiegheranno il nostro impegno  per quanto riguarda il prossimo anno. Qualcosa succerà davvero (Per ora, secondo il sito dei BCC, sono stati annunciati 3 show: Wolverhampton il 2 gennaio 2018, Londra il 4 gennaio e Miami il 26 febbraio. Nda.).

Facciamo un piccolo cambio di “palco” e torniamo al suo show di Bologna a supporto di “Resonate”. Cosa si ricorda di quella serata?

Partiamo dalla fine: io adoro suonare dal vivo. Poi amo davvero suonare in Italia per la passione che ogni volta vedo negli occhi e nelle voci delle persone che vengono ad ascoltare la mia musica. C’è sempre un legame particolare con questa terra, perché capiscono le mie melodie e poi mi sento un po’ a casa perché tanti anni fa ho vissuto per due anni a Roma. Ho tanti amici ed ogni volta che torno in Italia mi sento davvero un pò italiano anche io.

 

 

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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