Bigelf: “Into The Maelstrom” – Intervista a Damon Fox

Il ritorno dei Bigelf, a sei anni di distanza da “Cheat The Gallows”, è al tempo stesso atteso ed improvviso. Proprio come la musica partorita dalla fervida immaginazione del leader Damon Fox, stavolta spronato dall’amico di lunga data Mike Portnoy. Analogamente al nuovo Into The Maelstrom, anche quest’intervista è un viaggio nel mondo di Fox, loquace e disponibilissimo ad approfondire alcuni dei temi al centro del suo lavoro. Un viaggio che parte dalle origini ed arriva fin dove vi lascerete guidare, in attesa di vivere con intensità l’esperienza live anche, speriamo, dalle nostre parti.

Domande a cura di Giovanni Barbo
Conduzione e traduzione a cura di Arianna G

Ok, vorrei iniziare questa intervista parlando della tua musica, che a parer mio è molto cinematografica e “teatrale”: trai ispirazione da qualche film o commedia? Se sì, quali?

Solitamente non traggo mai ispirazione dei film o dalle commedie, nemmeno quando si tratta di letture o di ascoltare la musica o fare qualsiasi cosa si faccia nel quotidiano, nella propria vita, ma tecnicamente non guardo i film quando sono al lavoro su un album, in particolar modo non l’ho fatto ne per quest’ultimo ne per quello precedente. Questo disco è una sorta di futuro apocalittico che tratta anche l’essere umano, una sorta di fine, un qualcosa che ha sempre influenzato la mia vita. Non ho mai pensato di farmi influenzare per la composizione di un disco anche se devo ammettere che inizialmente era stato influenzato da “Il Pianeta Delle Scimmie”, una sorta di cosa di carattere apocalittico alla “Mad Max: The Road Warrior”. Mi sono basato su questo stile futuristico, il film Mad Max parlava di un futuro tecnologico. Ho sempre percepito che l’umanità, il genere umano utilizzato in una commedia e la riscoperta potesse essere una sorta di regolamento dei conti e a dire il vero non penso che il futuro possa essere tecnologicamente avanzato nel senso più “dolce” della parola.

I Pink Floyd e i Beatles sembrano essere stati due nomi che ti hanno molto influenzato. Immaginiamo di dover spiegare la tua musica ad una persona che non sa nulla di te. Quali gruppi menzioneresti per descrivere il tuo sound?

Uhm, quando realizzo un disco, quando scrivo una canzone non penso necessariamente a una determinata band o ad un certo stile o cose simili. Ad un certo punto, c’è stata una sorta di decisione consapevole nel cercare di nascondere questo tentativo, anche se non è realmente successo, per cui mi verrebbe da dire che il songwriting è stato perlopiù intellettuale. Io menzionerei comunque i Beatles, che sono sicuramente la band più adeguata, specialmente se parliamo di motivi orecchiabili e del processo di scrittura del pezzo e del ritornello che sono molto strutturati e poi, ovviamente potrei citarti i Black Sabbath, con i loro riff di chitarra molto “cattivi”, mi piace molto come sanno scrivere canzoni. Il loro stile si rifà più ad una rock band. Le tastiere e gli arrangiamenti esplorano determinate passaggi musicali, il motivo heavy delle melodie, certe linee date dalle tastiere che poi risubentrano, cose così. Potrei anche menzionare i King Crimson e i Pink Floyd a causa dell’organo e del mellotron. È una sorta di combinazione di tutti questi elementi.

Scrivere questo nuovo album ha richiesto molto tempo. Potrebbe spiegarci in sintesi il motivo?

Beh sì, è stato un po’ tipico, sai, i Bigelf non sono propriamente una band “nuova”, dato che siamo in giro da parecchio tempo! In veste di band, cerchi sempre di avere quell’energia, quel flusso che essa ti trasmette e mentre stavamo cercando di fare i conti con questo fattore nel 2011, sono successe alcune cose che descriverei come una tempesta che stava arrivando. Abbiamo dovuto fare i conti con faccende personali e finanziari ma questo non ci ha impedito di andare avanti e portare avanti la band. A volte mi viene da dire che l’universo ha un piano in serbo per te e tu non devi far altro che far fronte a questa cosa, cercare di uscire da questa tempesta… Dopo il periodo 2011/2012, ci siamo messi all’opera e ho iniziato a lavorare con Mike a questo album.

Cosa ci puoi dire riguardo all’approccio di Mike Portnoy, che ha unito le forze con te per questo nuovo disco? Come è stato lavorare con lui?

Sì, Mike è un batterista eccezionale. Conosco Mike da molto tempo. La durata della registrazione è stata molto, molto breve, credo che sia rimasto giusto il tempo di registrare alcune cose e portare alcune idee. È stato tutto molto casuale. Gli ho fornito un paio di demo per quest’album prima della registrazione e sai, come molti sanno, Mike è conosciuto per il suo stile pirotecnico, per i suoi cambi di tempo e tutto. È stato molto rispettoso per quel che riguarda la sfera dei Bigelf, si è instaurata un’ottima alchimia e ha cercato di fare una certa impressione nella maniera più veloce possibile. A parer mio, su questo disco si percepisce l’energia che ci ha messo, è veramente interessante, soprattutto se vediamo la cosa dal punto di vista della batteria.

La tua musica potrebbe essere descritta come “psichedelica”: cosa ci puoi dire riguardo al processo di song-writing? Da dove provengono le idee per un brano o per un concept album? Come sviluppi le tue idee? Pianifichi ogni singolo dettaglio o ti affidi molto alla improvvisazione?

Se dovessi usare un’ulteriore parola per descrivere questo disco io userei: intuizione! La maggior parte di questo disco è stato improvvisato e rispetto al disco precedente, che a suo modo aveva questa grande melodia, molto bombastica, che aveva quell’atmosfera alla Queen, questo nuovo lavoro discografico si rifà più ai Genesis, seppur ci abbiamo lavorato solamente io, Portnoy e DuffySnowhill, il bassista. Abbiamo realizzato questo lavoro costruendolo passo dopo passo, mattone su mattone, per cui non vi era una certa pianificazione o cose simili. È avvenuto tutto in maniera molto spontanea, non era del tutto pianificato. Mettiamola così. Io ad esempio entravo e lavoravo alle mie parti di tastiera, poi subentravo con le voci, facendone prima una parte, poi un’altra. Diciamo che ho lavorato molto basandomi sull’intuizione, perché tutto era così diverso dai dischi che ho finora realizzato nella mia carriera. In un certo senso, non sapevo veramente come potermi muovere, ho fatto tutto d’istinto come appunto se si trattasse di intuizione. Sai, in un disco che possiede 10 o 12 brani può capitare qualche volta di provare tantissime emozioni in un solo brano.

Potresti dirci qualcosa riguardo al concept che sta alla base di “Into The Maelstrom”?

Il concept è una sorta di viaggio di tipo psicologico che si sussegue in tutto il disco, si parla di un essere umano che si trova di fronte a questo vortice, potremmo identificarla come una sorta di vortice che sta dentro alla tua testa, che tenta di lavorare evitando lo spazio. È un’idea grezza, non vi è una connessione diretta dal momento in cui parrebbe interiorizzare le cose che faccio. È una sorta di viaggio nel tempo di carattere psicologico, ascoltando questo disco si ha la sensazione di stare su una sedia elettrica collegata ad una macchina del tempo quindi tu rimanendo su quella sedia e osservando il dolore e la paura provate in passato ed in futuro hai modo di provare e sentire quegli eventi e cercare di andare avanti. È un concept molto vago, approssimativo, non è un qualcosa per la quale ho pensato una storyline, ci sono tanti brani che messi assieme danno l’idea di essere un unico pezzo.

La progressione melodica di “Already Gone” è veramente efficace e mi ricorda “I Am The Walrus”: cosa ci puoi dire in merito?

Ho scritto quel brano con la mia amica Linda Perry dei 4 Non Blondes, è una bravissima e stimata produttrice discografica. Inizialmente, aveva messo sotto contratto i Bigelf sotto la sua etichetta, la Custard Records, e ha pubblicato l’album “Cheat The Gallows”. Intorno al periodo 2008/2009 ci siamo messi a scrivere insieme e il risultato finale si è concretizzato poi in questa canzone. Mike Portnoy l’ha apprezzata e così abbiamo deciso di metterla nel disco. È stato bello. Solitamente non scrivo mai insieme ad altre persone, mi piace molto fare le mie cose per conto mio ma devo dire che Linda è un’autrice strabiliante, molto sagace con una forte passione per la musica rock.

“Theater Of Dreams” è un altro brano che mi ricorda l’epoca dei Beatles ai tempi di “Sgt. Pepper”. Tu stesso vedi qualche riferimento a quel periodo?

Sì. Beh, “Sgt. Pepper” è un album che è stato spesso emulato, in quanto album rappresentativo di quell’era, di quell’epoca. Parliamo del ’67, ’68, quindi l’era dei Rolling Stones, di tutto quello che concerne quel tipo di stile, quel tipo di musica che non è veramente replicabile o imitabile. Secondo me è veramente difficile riuscire a riprodurre lo stesso stile musicale e penso che “Theater Of Dreams” sia stata l’unica canzone del disco che son riuscito a scrivere con Mike, perché sai, è un po’ folle. Ci consideriamo dei piccoli fanatici dei Beatles. Abbiamo deciso di trasformare questo pezzo e renderlo un po’ simile alla produzione dei beatles, così… giusto per divertimento! Era più una traccia b-side ed è stata l’ultima canzone che abbiamo registrato, tant’è che nel bel mezzo della registrazione abbiamo detto “Oh, ci siamo dimenticati di registrare “Theater Of Dreams”!”, quindi mentre mi stavo occupando della produzione mi son reso conto che sia io sia Mike abbiamo un amore incondizionato per le atmosfere tipiche alla Beatles, abbiamo pensato di buttare nel disco una canzone orecchiabile, per divertirci e per non dare quella sensazione di fastidio che potrebbe essere data da un semplice brutta copia. Ci siamo divertiti e l’abbiamo pensata più come ad un tributo a quell’era. Abbiamo incorporato molto di quella sensazione in modo da dare una buona energia al disco.

Ascoltando l’album, il primo pensiero che ho avuto è che la complessità e i cambi di tempo di “Mr. Harry McQuhae” siano molto intriganti, però ascoltando “High” ho trovato una certa malinconia. Cosa ci puoi dire a riguardo? Cosa puoi dirci del mellotron usato alla fine del brano?

Hai detto bene. Assolutamente, perché “Mr. Harry McQuhae” e “High” sono collegate fra loro sul disco, questi due brani sono uniti tra loro e parlano del mio migliore amico, nonché ex membro dei Bigelf, A. H. Jones. È venuto a mancare nel 2009, era finito in coma durante il tour Europeo del 2001. Quelle canzoni sono dedicate a lui… mentre “High”, sì, come dicevi tu, ha un sacco di elementi malinconici, vi è una progressione nello stile in quella traccia, ho messo un sacco delle mie emozioni in questo disco, ho cercato di mettervi dentro tutte le mie emozioni, non tanto nelle parti vocali, più che altro per quel che riguarda la sfera emozionale, dove il tutto è avvenuto in maniera piuttosto spontanea. Ogni volta che la gente fa un disco, sai, deve valutare un sacco di cose: io ad esempio mi prendo il mio thé, il mio miele, mi metto le mie cuffie, lavoro alle mie parti vocali, si parla con il produttore, che ti da le dritte dicendo “hey, ok, nonostante le persone che sono nella stanza, hai la strumentazione”. In un certo senso, probabilmente il 90% delle persone registrano un disco in questo modo e io registro così per i Bigelf, magari ti capita che in un giorno solo devi registrare tutte le parti vocali, quindi hai bisogno di un po’ di riscaldamento, poi devi fare tutte quelle cose necessarie alla registrazione… Per questo disco, il processo è stato l’esatto opposto, la registrazione della voce l’ho fatta per conto mio, ovunque, ho iniziato alle 10 del mattino e ho finito alle 03 di notte, in piena notte. Ci sono emozioni veramente forti in questo album, molto probabilmente questo è una descrizione unica, adatta per definire al meglio questo lavoro.

Musicalmente parlando, l’album forse non ha un brano diretto come poteva essere in passato “Money, It’s Pure Evil”, anche se devo ammettere che il disco risulta essere più coerente nella sua interezza: è stata quindi una decisione consapevole o è accaduto tutto casualmente?

Sai, non sai mai quale canzone possa “unire” le persone, mi verrebbe quasi da ringraziare per il complimento, “Money, It’s Pure Evil” è stato un bel brano per i Bigelf in un certo modo, pensavo di aver già fatto una cosa simile in quanto era un brano di tipo commerciale ma poi ho pensato che fosse un brano molto forte. Probabilmente è stato un fattore inconscio, involontario, perché se inizio ad entrare nella mentalità che un brano possa essere ok per una pubblicità o adatta ad una radio o di tipo tradizionale o cose vagamente simili, non mi sento a mio agio, ci sono brani “corti” che forse potrebbero essere adatti per una radio, “Money…” era un brano mid-tempo…

Attualmente quali sono i progetti future per te e la band?

Sicuramente faremo un tour anche se al momento non so dirti nulla a riguardo. Siamo in una fase in cui stiamo programmando le date da co-headliner, possibilmente cercheremo di fare qualche festival. Probabilmente succederà qualcosa in Autunno, per dare così modo di promuovere bene l’album, quindi al momento non abbiamo niente di confermato sulla carta, ci sarà giusto la Progressive Nation con Mike Portnoy…

Grazie mille del tuo tempo Damon. È stataunabellissimachiacchierata. Vorresti concludere questa intervista rivolgendo le parole finali ai nostri lettori e ai fans dei Bigelf?

(Damon ci chiede inizialmente dove siamo, per farsi un’idea della geografia, ndr). Io sono Italiano, quando sono venuto in Italia l’ultima volta è stato in occasione del Progressive Nation Tour (2009) insieme ai Dream Theater e i Bigelf si sono uniti in quel tour. Mi sono goduto l’Italia, anche perché i miei nonni sono italiani e prima di allora non ero mai stato nel vostro paese… quindi non vedo l’ora di tornare per fare molti altri shows per la mia gente.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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