Be The Wolf: “Rouge” – Intervista a Federico Mondelli

A distanza di un solo anno dal loro debut album, “Imago” [questa la nostra recensione], i Be The Wolf sono tornati con un nuovo lavoro più maturo, più eterogeneo, in cui emergono, in tutta la loro cristallina bellezza, le più disparate influenze, dal Metal al Blues, passando attraverso il Funky, il tutto volto alla ricerca della melodia giusta a trasformare ogni singolo brano in una hit radiofonica. In occasione dell’uscita di “Rouge” [questa la nostra recensione] abbiamo avuto modo di intervistare il cantante e chitarrista della band, Federico Mondelli, che ci ha svelato i retroscena della creazione di questo ottimo full-lenght.

Bando alla ciance, signore e signori Federico Mondelli!

Ciao Federico e benvenuto su Metallus.it

Ciao Pasquale e a tutti i lettori di Metallus.it

Allora partiamo proprio dalla copertina del disco, uno sfondo rosso fuoco sul quale campeggia la testa di un lupo. Se “Imago” per te ha rappresentato una rinascita, con “Rouge” cosa dobbiamo aspettarci?

Questo disco rappresenta l’affermazione. Dopo la rinascita avvenuta nel precedente disco, adesso volevamo mostrare veramente chi sono i Be The Wolf e anche per questo abbiamo deciso di mettere in copertina l’immagine del lupo. Ecco chi siamo, questo il messaggio che volevamo trasmettere. Devo anche aggiungere che abbiamo utilizzato in precedenza quest’immagine di copertina per promuovere il disco dal vivo in Giappone, come locandina di presentazione dei nostri concerti, realizzata da me. L’abbiamo utilizzata anche su alcune magliette ed è subito piaciuto tra i nostri fan. A quel punto il nostro logo era pronto e abbiamo deciso di metterlo sulla copertina dell’album.

Da dove nasce invece la scelta della parola “Rouge” come titolo dell’album?

Il tema del rosso si riferisce all’epoca nella quale viviamo, un’epoca di sangue che sta marchiando la nostra esistenza. Mi riferisco ovviamente anche agli attentati che ogni giorno riempiono la nostra cronaca. La scelta del francese è legata ai fatti del Bataclan. Ti dico solo che noi saremmo dovuti essere lì la sera dell’attentato ma per una serie di coincidenze non siamo più partiti per Parigi. La sera dell’attentato erano presenti nel locale sia alcuni amici italiani che avrebbero dovuto vederci suonare il giorno dopo sia altri amici francesi con i quali, invece, avremmo suonato sempre il giorno dopo. Questo episodio mi ha spinto a modificare l’approccio alla scrittura occupandomi anche di temi a carattere più generale rispetto a quelli più intimistici del primo.

Ascoltando questo nuovo disco non possiamo non notare una netta inversione di rotta rispetto al precedente. In particolare l’immediatezza di “Imago” ha lasciato il posto a un approccio diverso, molto più blues, a tratti Funk. Cosa è successo in questo anno che divide i vostri due lavori?

Ti dico la verità, noi avevamo in mente questo tipo di suono già nel momento di realizzare il primo disco. Abbiamo degli ascolti molto eterogenei, che spaziano dal rock al metal al funky. Io in particolare sono un grande amante del metal forse l’unico della bende che ascolta questo tipo di musica. Detto questo, quando abbiamo registrato il primo album avevamo dei tempi molto ristretti, in tre giorni il disco era pronto, mentre per “Rouge” abbiamo lavorato con più calma, in un mese e mezzo. Questo ci ha permesso di scegliere meglio i suoni, le atmosfere giuste per quello che volevamo raccontare, soffermare di più su quello che volevamo realmente. In “Imago” un pezzo come “Jungle Julia” ha un’anima funky ma non avendo il tempo per trovare il giusto sound, abbiamo dovuto utilizzare lo stesso degli altri brani, ottenendo così un suono che non era quello che avevamo nella nostra testa.

A distanza di un solo anno siete sul mercato con un nuovo disco, segno che la band ha davvero tanto da dire. Con ritmi così serrati avete cambiato il vostro approccio alla composizione oppure è rimasto sempre lo stesso?

Sicuramente l’episodio del Bataclan è stato di grande ispirazione, nello spingerci a realizzare subito nuove canzoni. A parte questo, non è cambiato nulla nel nostro approccio alla scrittura. Sono io che compongono le linee melodiche del brano suonandole con la chitarra acustica, o a volte con il pianoforte, per poi portarle in sala dove uniamo il mio lavoro con quello del bassista e del batterista per arrangiarle. Successivamente, quando la parte musicale è pronta, scrivo i testi. Non si tratta mai di vere e proprie jam session, i brani nascono chitarra e voce perché credo che le melodie vocali siano l’elemento portante di una canzone. Io, quindi, sono l’unico compositore dei brani dei Be The Wolf e l’unica differenza che possiamo segnalare è l’uscita dal gruppo del nostro chitarrista.

La perdita di una chitarra non è stata per noi è un problema. Anzi abbiamo sopperito a questa mancanza riempendo le nostre canzoni con altre parti strumentali in cui il basso, a esempio, assume molta più importanza. Ecco perché sono emerse maggiori influenze, proprio perché ognuno di noi si è sentito libero di inserire il proprio background all’interno del sound della band. Le cose belle molto spesso nascono in situazioni di necessità e questa necessità, nello specifico, ci ha permesso di realizzare un disco come questo. Paradossalmente ora che siamo in tre ci sentiamo più liberi rispetto a prima.

Effettivamente quest’aspetto si nota ascoltando il disco. Le parti soliste sono ridotte veramente all’osso e ognuno di voi si è potuto esprimere al meglio delle proprie capacità.

È così. La mia idea di musica prevede, oltre alla linea vocale e alla chitarra, basso e batteria senza troppe sovraincisioni o strumenti che si sovrappongono. Ogni parte strumentale in questo disco alla sua importanza ed è stata messa lì proprio perché doveva esserci e non buttata per caso, tipo in questo punto mettiamoci un assolo perché molti lo fanno. L’opener, “Phenomenons”, ha un solo riff sul quale è strutturata tutta la canzone, e l’assolo è lo stesso riff suonato un’ottava più alto. Come vedi un pezzo minimalista ma estremamente funzionale.

Uno dei brani maggiormente radiofonici, che incarnano questo nuovo percorso della band, è “Blah blah blah”. Cosa si cela dietro questa potenziale hit?

Il brano è incentrato sulla figura di quelle persone che parlano tanto senza concludere nulla. Nella prima parte la canzone è monotona e anche la mia prestazione vocale cerca di trasferire la stessa noia che prova chi ascolta queste persone che sono brave solo a parlare. La mia intenzione era proprio quella di mimare la cantilena di queste persone che parlano all’infinito sempre delle stesse cose. Questo brano rappresenta il più fulgido esempio di come siamo riusciti a lavorare è meglio sulle canzoni, rendendo più peculiari i singoli brani, grazie al maggior tempo che abbiamo avuto a disposizione. Sicuramente è uno di più radiofonici.

Un altro brano che colpisce con la sua bellezza e peculiarità è “Shibuya”. Vuole essere questo un omaggio al Giappone, visto il vostro rapporto speciale con la terra del Sol Levante?

Assolutamente sì. Prima di completare la registrazione dell’album siamo stati in Giappone e avevamo tutti i brani pronti tranne che ancora doveva essere scritta. Durante una passeggiata serale per la città mi è venuto in mente questo testo. L’idea è nata dal verso di una canzone dei Katatonia, “Dead House”, quando a un certo punto recita ‘headlight fucks the city’. Questo passaggio, che è difficilmente traducibile, mi è sempre piaciuto sebbene non l’abbia capito mai del tutto fino a quando, uscendo dell’albergo in cui pernottavamo a Shibuya, ne ho colto l’essenza. Le luci delle auto, dei lampioni, delle case uccidono la bellezza delle città e quest’immagine così romantica mi è apparsa in tutta la sua limpida bellezza proprio in quel momento. Tant’è che nel testo cito questa frase! “Shibuya”, dunque, vuole essere una sorta di tributo ai Katatonia, ma anche un tributo a tutto ciò che è bello, oltre a una dedica ai nostri fan giapponesi.

Un altro brano decisamente forte è “Rise Up Together”, con quel ritornello anthemico che vede nella dimensione dal vivo quella più congeniale. Quanto è importante per voi l’aspetto live?

Per noi è decisamente importante. Io trovo essenziale nella mia vita scrivere e comporre. Ma suonare dal vivo e qualcosa di assolutamente imprescindibile. Ti offre la possibilità di comunicare direttamente con le persone i contenuti dei tuoi brani, è un’esperienza sicuramente fantastica.

Adesso che emergono tanti aspetti dal vostro background musicale, ce n’è qualcuno che meglio di altri può rappresentare il vostro stile, la vostra proposta?

Io credo che l’anima blues sia quella più presente e significativa della nostra band. Suonare blues non implica utilizzare strutture e soluzioni musicali tipicamente blues. Ti faccio un esempio, un brano come “Down to the River” non ha una struttura o elementi musicali blues e pure le atmosfere, il mood, richiamano quelle sonorità, toccando addirittura lo spiritual. Anche i nostri ascolti, che per dirti spaziano dai Deep Purple ai Maroon 5 ed emergono evidenti tra i solchi di questo disco, hanno tutti in comune proprio il blues. Quindi sì l’anima blues quella più evidente nei Be The Wolf.

Quali sono i vostri programmi per il futuro. Continuerete a pubblicare un disco all’anno? Visti i progressi fatti nel giro di un solo anno non lo siamo immaginare in che direzione possa muoversi la band ora che ha raggiunto già una maturità molto spiccata.

Devo dirti che abbiamo veramente tanto materiale già pronto. Purtroppo molto spesso la nostra volontà non combacia con quella della promozione del disco e tante altre attività che ci impediscono di dedicarsi completamente al nuovo materiale. Noi non siamo una band che vuole staccare la spina per qualche anno per poi tornare abbiamo tanto materiale ma non posso mettere la mano sul fuoco che continueremo a pubblicare un disco all’anno.

Brani come “Blah blah blah”, “Shibuya”, “Rise Up Together” e “Down To The River” oggi rappresentano al meglio la nostra produzione e il nostro intento è proprio quello di estremizzare questi aspetti. “Imago” è un disco piatto sotto l’aspetto dell’intensità e delle dinamiche, mentre questi pezzi sono molto più vivi, addirittura “Gold Diggers” è più aggressivo rispetto a uno del vecchio disco. La dualità tra questi momenti aggressivi e altri melodici sarà estremizzata ulteriormente nei prossimi lavori.

Per quanto riguarda le attività live cosa avete in programma? Come promuoverete il vostro nuovo album?

La nostra attività dal vivo ci sarà il 25 novembre a Milano. Successivamente suoneremo due date a San Benedetto del Tronto e Roma a dicembre e poi riprenderemo a febbraio in Giappone. Questi almeno per ora gli impegni principali altre date verranno aggiunte poi.

Qual è la tua posizione rispetto a due fenomeni che stanno caratterizzando il mondo musicale come i servizi in streaming e il crowdfunding?

Partiamo dai servizi in streaming. Io non sono una persona che va alla ricerca del male assoluto ogni cosa ha il suo lato positivo e il suo lato negativo. Spotify e altre piattaforme hanno il merito di farti conoscere tante band che altrimenti non potresti conoscere così come le band stesse hanno la possibilità di mettersi in mostra. La cosa paradossale è che se da un lato Internet sembra metterti a disposizione tutta la musica che vuoi, in realtà siamo vittima degli algoritmi che ti propongono o suggeriscono le stesse band. Si tratta quindi di una libertà illusoria in quanto alla fine vengono proposti a tutti gli stessi gruppi. A questo punto era meglio quando si registravano le cassette, quando magari si ascoltava meno musica ma quella che si ascoltava veniva meglio assimilata.

In merito al crowdfunding io non sono contrario, è assolutamente un modo lecito da parte degli artisti di chiedere un aiuto direttamente ai propri fan. Non mi sento di giudicarla né in maniera positiva né tanto meno negativa, è una soluzione che può funzionare, ha funzionato negli ultimi anni però io non la sento mia. Anche in questo caso però si cade vittima dei social network: se sei un grande artista e hai tanti fan magari questa soluzione si riesce a realizzare; ma se sei un gruppo sconosciuto continuerai a rimanere sconosciuto in quanto non riuscirai a raggiungere la somma necessaria. È un sistema funzionale per chi ha già una certa notorietà non per chi è in cerca di notorietà.

In chiusura, cosa stai ascoltando in quest’ultimo periodo?

L’ultimo disco degli In Flames, “Battles”.

Piaciuto?

Sinceramente si, no non l’ho trovato per nulla inferiore agli altri album realizzati dalla band. L’unica cosa che mi va di segnalare è che alcune melodie di questo album non sono esattamente belle come quelle del passato. Non è una questione di suonare più o meno duro, sono proprio le linee melodiche a non convincermi. Di sicuro mi è piaciuto di più “Battles” rispetto all’ultimo disco dei Dark Tranquillity. Il percorso musicale della band di Mikael Stanne si è spento sotto l’aspetto lirico molto anni fa a differenza degli In Flames che hanno sempre saputo reinventarsi.

Bene Federico, grazie per la tua disponibilità.

Grazie a voi e spero di incontrare i lettori di Metallus ai nostri concerti.

Be The Wolf Rouge Cover Album 2016

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

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